“Calles” è un’antologia di racconti dedicata alla Bolivia e propone contributi di scrittori che nelle loro opere affrontano argomenti storici e politici, sviluppando contemporaneamente temi più personali e intimi, con varietà e vivacità formali sorprendenti… -Su ilLibraio.it l'introduzione

Fino a poco tempo fa quasi sconosciuta al lettore italiano, la narrativa boliviana sta vivendo un momento di improvvisa e forse inattesa fioritura grazie a un numero crescente di autori nati tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta che, accanto ad argomenti storici e politici, sviluppano nei rispettivi testi temi più personali e intimi, con varietà e vivacità formali sorprendenti.Una generazione che si sta facendo pian piano ineludibile, divenendo punto di riferimento per chiunque voglia avvicinarsi alla letteratura ispanoamericana di inizio secolo.

Dopo le antologie incentrate sul racconto messicano, cubano e cileno, la casa editrice gran vìa pubblica Calles – Tredici racconti dalla Bolivia, una nuova selezione di racconti dedicata al paese andino che propone contributi di nomi già noti, come Edmundo Paz- Soldán e Liliana Colanzi, accanto alle firme di Maximiliano Barrientos, Sebastián Antezana e Magela Baudoin, scrittori che con le loro opere si stanno facendo ambasciatori della letteratura boliviana nel mondo.

Calles racconti Bolivia

Per gentile concessione della casa editrice, su ilLibraio.it l’introduzione di Maria Cristina Secci:

Tradurre la mar di Bolivia:
ragioni di originalità e di universalità

La funzione della traduzione è evangelica – scrive Susan Sontag in The World as India (2007) – ed è quella di ampliare la cerchia di lettori di un libro considerato importante: tradurre vuol dire porre in circolazione, trasportare, diffondere, spiegare e rendere (più) accessibile. A questo impulso, Italo Calvino – in Tradurre è il vero modo di leggere un testo (1982) – premette, affinché un libro passi le frontiere, le ragioni di originalità e di universalità. Calvino, che nel saggio si riferisce al romanzo locale italiano, spara contro le immagini risapute e il particolarismo locale.

Calles propone – in circolazione e al di là delle frontiere – tredici rappresentanti della cuentística boliviana attuale: una generazione giovane dinanzi alla tradizione e vigorosa nel proprio tempo. A dimostrazione, come dice Liliana Colanzi (Santa Cruz, 1981), che il racconto in America Latina è “in salute, potente e variegato”.

Passaggi di frontiera

Calles riunisce tredici scrittori nati negli anni ’70 e ’80 (con un fuoriserie classe 1967, generazione McOndo) impegnati nella buona narrativa, premiati da critica e pubblico, attesi in traduzione. Di fatto, la presenza della letteratura boliviana nel panorama internazionale, soprattutto latinoamericano, è in progressiva crescita grazie all’interesse non solo dell’editoria tradizionale ma anche all’impegno di reti sociali e blog culturali imprescindibili come “Río Fugitivo” di Edmundo Paz Soldán (Cochabamba, 1967) o “Hay vida en Marte” di Sául Montaño (Camiri, 1985) che pubblica contemporanei quali Natalia Chávez (Santa Cruz de la Sierra, 1989).Per nutrire quello che Sontag chiama il sistema circolatorio delle letterature, risultano poi fondamentali riviste digitali come «Traviesa», che combina autori latinoamericani e traduttori, e di cui è editore Rodrigo Hasbún (Cochabamba, 1981). La presenza internazionale – considera Giovanna Rivero (Montero, 1972) – è un passaggio fondamentale sia per stabilire una retroalimentazione con gli spazi narrativi di altri Paesi, sia per accompagnare i processi interni al proprio.

Sacrosanta globalizzazione dunque, quella delle lettere. Lungi dal prescindere dai bolivianissimi per adozione o per scelta come Alejandro Suárez (L’Avana, 1971), Magela Baudoin (Caracas, 1973), Gabriel Entwistle (Santiago del Cile, 1983) o Sebastián Antezana (Città del Messico, 1982), è lecito domandarsi perché all’esportazione dei prodotti letterari segua o si accompagni spesso una diaspora di autori:nella storia e attualità dell’America Latina le migrazioni sono endemiche ma non per questo meno difficili: “I primi mesi nella capitale, contro ogni aspettativa, furono un disastro”, ammette l’incipit di Forestieri a Flores di Entwistle, che narra l’esilio di classe media e intellettuali dalla Bolivia in Argentina alla fine degli anni ’70.

Le migrazioni letterarie in questo xxi secolo sono imputabili all’assenza di una solida industria editoriale in patria e di risorse economiche invece disponibili in altri lidi? Paz Soldán ha segnalato più volte il problema dell’infrastruttura culturale, così precaria quando si tratta di sostenere la carriera di uno scrittore.

La cultura, secondo Antezana, in Bolivia è sempre stata una forma di artigianato, individuale, autogestita e che raramente genera profitto: “L’arroccamento che viviamo non è solo rispetto a uno sbocco sul mare”.

Imprescindibile storia e attualità

Quest’antologia, tradotta da un’isola, è dedicata a un mare sottratto e agognato. Impossibile estromettere il tema perché – come afferma il politologo Hugo Rodas Morales – l’elemento acqua in Bolivia non solo opera come allegoria di una frustrata costruzione nazionale ma ispirerà in futuro numerosi nuovi racconti sull’imaginaria sete boliviana. E poi, oltre al miraggio di future antologie tematiche, non potrebbe avere più eco poetica una parola che in spagnolo appartiene a un genere ambiguo che oscilla tra il maschile e il femminile. La mar di Bolivia: negata, ma racchiusa – come ci direbbe Calvino in Ti con Zero (1967) – “entro i loro corpi”, fino a diventare tema imprescindibile.

“Al diavolo il mare. Abbiamo perso il mare con la guerra!”, sbotta uno dei personaggi della Composizione del sale di Baudoin. La guerra citata quasi di sfuggita è quella del Chaco, combattuta da Bolivia e Paraguay dal 1932 al 1935 per il controllo della regione del Gran Chaco, erroneamente ritenuta ricca di petrolio. Al di là dell’oro nero, i due popoli più poveri dell’America del Sud in quella guerra si contesero il controllo del fiume Paraguay che avrebbe consentito uno sbocco sull’oceano Atlantico. A spiegare il peso boliviano del mare allora fu El Pozo (1936), memorabile racconto di Augusto Céspedes che testimonia metaforicamente l’inutilità della guerra del Chaco attraverso la smania per un pozzo secco e sterile.

Ossessione quella per l’elemento acqua che neanche la storia recente sembra aver soddisfatto considerando che, senza andare troppo lontano nel tempo, durante la Guerra del Agua nell’anno 2000 (che ispirò il romanzo El delirio de Turing di Paz Soldán), furono represse nel sangue le proteste popolari sorte a seguito della privatizzazione dell’impresa municipale che ne gestiva la distribuzione a Cochabamba.

L’attualità di questo tema storico è disarmante: il Tribunale internazionale dell’Aia ha recentemente emesso una sentenza (1° ottobre 2018) – con 12 voti a favore e 3 contrari – contro la richiesta della Bolivia di negoziare con il Cile uno sbocco diretto sul Pacifico. L’istanza era stata depositata nel 2013 con l’obiettivo di far uscire il Paese dall’isolamento territoriale che si mantiene sin dai tempi della Guerra del Pacifico, combattuta tra il 1879 e il 1884. Tale ennesima negazione rappresenta evidentemente un fallimento della strategia nazionale attivata dal presidente Evo Morales, già dirigente sindacale dei coltivatori di coca, fondatore del partito Movimiento al Socialismo (mas), dal 2005 alla guida del Paese. Né Atlantico né Pacifico.

Narrare la nazione da dentro

La critica (soprattutto internazionale) ha più volte fatto riferimento alla corrente di rinnovamento che contraddistingue la generazione attuale di narratori boliviani che, pur mantenendo un tacito omaggio alla letteratura precedente e ai suoi autori, marca un chiaro distacco dalla tradizione: “Detesto i romanzi che cercano di spiegare un Paese” afferma Maximiliano Barrientos (Santa Cruz, 1979).

La letteratura boliviana sembra essersi liberata dalla necessità e forse dall’obbligo di un discorso sociale e politico esplicito nell’esercizio letterario. Secondo Fabiola Morales (Cochabamba, 1978), in Bolivia gli autori stanno iniziando a scrivere davvero quello che vogliono e non solo quello che devono o dovrebbero scrivere: “Ci sono sempre più voci nuove con registri diversi; questo aiuterà il lettore a nutrirsi, crescere ed espandersi”.

È in questo senso che la nuova generazione si discosta dalla letteratura del xx secolo, che tradizionalmente si concentrava sul ruolo dell’indio e del cholo, sulla funzione dello Stato e la conformazione territoriale e sociale della Bolivia. La narrativa si mostrava allora fortemente legata al tema sociologico e al carattere andino, offrendo un importante contributo al dibattito per la definizione del soggetto nazionale. Narrava eventi storici attraverso i generi letterari tipici di quella letteratura: l’indigenismo che ebbe tra i rappresentanti Alcides Arguedas, il costumbrismo di Carlos Medinaceli, la saggistica sociologica di Franz Tamayo, Carlos Montenegro e dello stesso Arguedas. Forme letterarie oggi non transitate dalle nuove generazioni o semplicemente non più esclusive.

Ma attenzione, nonostante l’abbandono dell’idea di fare della letteratura “un laboratorio con cui capire le nostre miserie quotidiane”, la preoccupazione politica è latente, sta sempre lì, afferma Antezana. Anche secondo Paz Soldán la generazione attuale non ha completamente reciso quel cordone ombelicale che in America Latina lega il genere del romanzo al desiderio di narrare la nazione.

Le trasformazioni sociali e politiche del xxi secolo non sono perciò svincolate dalla metamorfosi letteraria in atto: da un lato abbiamo il governo di Evo Morales con il conseguente abbandono del modello neoliberale e la crisi dell’idea di progresso; dall’altro, nell’esercizio letterario, un raffreddamento del contenuto politico-sociale e la scelta privilegiata di temi individuali e universali.

Lungi dall’essere sinonimo di leggerezza sociale, per Rivero, il fatto di non scrivere esplicitamente sull’attuale situazione politica “non significa che si stia facendo letteratura d’evasione”. La militanza sembra piuttosto orientarsi verso una tutela della libertà formale: valga come esempio il noir che, secondo Wilmer Urrelo Zárate (La Paz, 1975), non entra in contrasto con gli altri generi letterari e può accogliere questioni politiche o sociali. Non c’è più la pretesa di un sacrificio della sfera privata, dell’intimità dei personaggi: “Ora c’è una riscoperta di questo spazio, che non significa necessariamente che quel grande scenario, il quadro storico, sia definitivamente abolito”, sostiene Barrientos. Il nuovo manifesto letterario (intimo e politico) si esprime in una lingua propria e contemporanea, moderata nei localismi ed empatica, e privilegia la libertà tematica: spazio dunque alla città, all’identità della donna – secondo Rivero –e alla “ridefinizione delle nostre piccole esistenze in un mondo di libero mercato”. Così il rurale e l’urbano, l’elemento storico e il postmoderno, il sogno e la veglia riescono a convivere nelle pagine di questi autori.

L’impegno politico e sociale nella generazione attuale di scrittori boliviani non è ostentato e sembra piuttosto auspicare il superamento dello stereotipo tradizionale laddove, come afferma Colanzi, la vera sfida diventa “raccontare una storia e lasciare che da questa trapelino le preoccupazioni politiche e sociali senza perdere il punto di vista di chi sta narrando”. Scrivere da dentro, con una sostanziale propaganda dell’umano, e così passare le frontiere.

Bibliografia
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González, Almada Magdalena, El futuro llegó hace rato. Panorama de la narrativa boliviana de la primera década del siglo XXI, «Revista 88 Grados», La Paz, 2 gennaio 2014, pp. 16-18.
-, La narrativa boliviana del siglo XXI. Lecturas en torno a “La toma del manuscrito” de Sebastián Antezana, «Collectivus», voll. 2, num. 1, Puerto Colombia, 2015, pp. 61-77.
Gutiérrez, Leon Anabel, Hablan seis autores bolivianos, «Babelia», «El País», Madrid, 5 novembre 2005.
Herrera, Riccardo, Colanzi: “La tradición del cuento en Hispanoamérica sigue saludable y diversa”, «El Deber», La Paz, 5 ottobre 2017.
Lundin, Peredo Miguel, Entrevista a Wilmer Urrello Zarate, «Ecdoctica», Cochabamba, 20 settembre 2007.
Manjón, Adhemar, Entrevista a Fabiola Morales Franco: “Huir y vivir. Cuentos para tener en cuenta”, «Veneno Lundico», Santa Cruz, 18 agosto 2012.
Paz Soldán, Edmundo, La ucronía de Maximiliano Barrientos, «La Tercera», Santiago del Cile, 11 marzo 2018.
-, Literatura boliviana: una irreverente solemnidad, «Revista ñ Clarín», Buenos Aires, 21 settembre 2014.
Rodas Morales, Hugo, corrispondenza privata, 2018.
Rojo, José Andrés, La diligencia del abismo, «El País», Madrid, 17 agosto 2013.
Sontag, Susan, The World as India, in At the Same Time: Essays and Speeches, Hamish Hamilton, Londra, pp. 156-179.

(Continua in libreria…)

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