Dopo "La malinconia dei Crusich", Gianfranco Calligarich propone un romanzo ispirato alla sua storia personale: "Quattro uomini in fuga", che mette in scena le picaresche avventure di un gruppo di amici che, dopo aver fallito nel rapire un toro da monta, pensano di aprire un teatro in una storica fontana di Roma... - Su ilLibraio.it un capitolo

Quando si trova costretto a chiudere il proprio cineclub in un piccolo paese lungo il Po, Casablanca non si arrende: in vita sua ne ha viste tante e non ha timore di gettarsi in una nuova, folle avventura. Decide così di rapire Short Horn, con l’aiuto di alcuni amici, e di chiedere un lauto riscatto. Chi è Short Horn? Un celebre toro da monta.

gianfranco calligarich quattro uomini in fuga copertina

Sono in quattro a buttarsi senza esitazione nella pazza impresa, ma se tutto filasse liscio non ci sarebbe alcuna storia da raccontare. Fortunatamente, nulla va secondo i piani e i protagonisti del nuovo romanzo di Gianfranco Calligarich devono escogitare un piano di riserva che, se possibile, è ancora più strampalato del primo: aprire un teatro off dentro una famosa fontana seicentesca di Roma.

Nato in Eritrea e vissuto principalmente a Roma, lo scrittore di origini triestine è fondatore del progetto Teatro XX Secolo dentro il Fontanone del Gianicolo, a cui il libro si ispira: tra primedonne isteriche e mirabolanti feste di un miliardario malinconico, Quattro uomini in fuga (Bompiani) mette in scena la nuova rocambolesca avventura firmata dall’autore di La malinconia dei Crusich, una storia avvincente e mai noiosa, in cui tutto sembra sempre possibile, ma nulla mai va come previsto.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it pubblichiamo un capitolo del romanzo:

Bene, e allora qui, nella stanza sopra il garage a scrivere queste mie forse un po’ troppo picaresche confessioni, tanto vale affrontarlo subito, il discorso sulla tossicità del teatro. Eh sì, brutta bestia il teatro. Droga che non prevede vie d’uscita, come avremmo finito per scoprire frequentandolo. E a non risparmiare nessuno a cominciare da Paolo che, come avevamo scoperto lo stesso primo giorno del nostro arrivo, tutti i pomeriggi andava a prendere lezioni di recitazione da un vecchio attore severamente gay e seguace del famoso metodo Stanislavskij vale a dire metodo consistente nella più totale immedesimazione nei propri personaggi. Lezioni che determinavano in Paolo un gelido disprezzo per chiunque non apprezzasse quel metodo compresa Samanta che, dall’alto del suo ruolo di Direttrice Artistica, in privato ne parlava con il compatimento riservato a quel parvenu del teatro che lui in effetti era.

Sì, dall’alto del suo ruolo di Direttrice Artistica. Perché quello il ruolo che lei aveva preteso in cambio della introduzione di Paolo nel mondo del teatro. Direttrice Artistica con cui lui trascorreva quasi tutte le sue notti ricomparendo poi nell’appartamento che aveva affittato dopo il diplomatico del Québec soltanto al mattino per portare con la Fiesta me e Sauro a dipingere pareti e, la sera, in giro per teatri off a prendere confidenza con quello che sarebbe stato il nostro lavoro una volta aperto il teatro.  E allora sarà il caso di parlare anche di quelle serate nella Capitale per tutto il mese che era seguito. Quando Sauro e io, smesse le tute sporche di vernice, raggiungevamo nei teatri off Samanta nel suo ruolo di Direttrice Artistica e Paolo in quello doppio di attore e imprenditore teatrale. Serate passate a studiare la concorrenza, quello, ufficialmente, il motivo delle nostre visite negli altri teatri off. Ma in realtà per immergerci anche noi perdutamente nel clima profondamente tossico del teatro prede di un demone capace di contagiare chiunque, come avevo potuto constatare vedendolo impadronirsi, per quanto incredibile in un tipo come lui, anche di Elio.

Bastava guardarli, Elio e Sauro, quando entravamo in uno di quei teatri di solito desolatamente semivuoti, per capirlo. Elio, nella sua qualità di amministratore, calcolando a occhio quanto potesse costare la gestione del locale e aggirandosi con l’autorità di un sergente maggiore in visita a una camerata di reclute incapaci e, Sauro, impegnato in accurati sopralluoghi su palchi o pedane per analizzare le scenografie e prendendo con puntigliosità appunti su tutto e senza essere d’accordo su niente.

Sì, come ho già detto un demone tossico, il teatro. Parlate infatti con chiunque abbia fatto teatro nella vita magari anche solo per poco e magari in una lontana e ormai dimenticata giovinezza. Bene, anche se si tratterà di un ingegnere, categoria notoriamente immune da influenze di sorta, non potrà fare a meno di parlarvene con una luce di eccitazione e di rimpianto negli occhi. Demone a volte con effetti letali. Vogliamo, per esempio, parlare – episodio di cui posso garantire l’autenticità avendo conosciuto la vittima in questione – della funzionaria di una importante multinazionale milanese avviata a un grande futuro di dirigente e fidanzata con uno scenografo teatrale impegnato a Venezia ad allestire uno spettacolo la cui scena era costituita da tante di quelle tonnellate di sabbia che nessuno riusciva a tenere insieme sul palcoscenico? Lavoro che, durante un weekend in cui lei lo aveva raggiunto a Venezia e che quindi più romantico non avrebbe potuto essere, l’aveva invece vista trascorrerlo nel teatro vuoto appassionandosi talmente agli sforzi del fidanzato e dei suoi aiutanti per tenere la sabbia sulla scena da spingerla, a un certo punto, a togliersi le scarpe e salire anche lei sul palcoscenico per aiutarli e scoprendo così che era un lavoro molto più appassionante di quello di prestigiosa dirigente di una grande multinazionale, per cui il lunedì si era licenziata preferendo diventare aiuto scenografa. Proprio così. Un grande futuro troncato in cambio di un pugno più o meno grande di sabbia. Come spesso nella vita, del resto.

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Ma torniamo a noi quattro in quei teatri off con Samanta impegnata nel suo ruolo di Direttrice Artistica a presentarci attori, registi e autori nella nostra qualità di imprenditori teatrali. Bene, occorre dire subito una cosa. Che poche cose possono mettere la febbre addosso ai teatranti come l’essere presentati a degli imprenditori teatrali. Per cui in quei teatri spesso semideserti veri e propri assalti di attori, attrici e teatranti vari con sgomitate e, posso garantirlo, anche ginocchiate nei muscoli delle cosce, pur di arrivare a esporci per primi i loro progetti.

Nessuna categoria umana, infatti, è più ricca di progetti di quella dei teatranti. Vogliamo parlare, tanto per fare un esempio, dei due attori gay – stavamo scoprendo nel mondo del teatro una percentuale di gayezza, per così dire, inimmaginabile in qualunque altro campo – che tenendosi per mano peroravano una edizione omosessuale dei Promessi sposi? Oppure del vecchio attore che da giovane aveva una volta lavorato con Visconti, la cui fotografia con dedica era tra i cosmetici del suo camerino, e che dopo aver recitato davanti a quattordici persone un monologo scritto da lui – l’attore, non Visconti – ci aveva proposto una sua versione di Morte a Venezia ambientata all’Idroscalo di Milano?

“Cani intorno a un osso,” lo sprezzante commento di Paolo quando, dopo le visite nelle cantine, andavamo a sederci ai tavoli di marmo dell’Obitorio e Samanta, nella sua veste di Direttrice Artistica, gli chiedeva un giudizio sui progetti che ci erano stati sottoposti.

Lei allora, irritata, tornava a servirsi del litro di vino bianco sfuso dell’Obitorio per poi tornare ad aggirarsi tra i tavoli di altri attori a vendere, distaccata, il suo ruolo di diva e Direttrice Artistica. Perché, come avrei scoperto, prima regola delle attrici in pubblico è sapersi vendere dando l’impressione di essere incomprabili.

Ed era proprio il modo di proporsi delle attrici, ad affascinarmi più di ogni altra cosa nel mondo del teatro. Soprattutto le giovani. Soprattutto quelle che si giocavano la carta intellettuale. Tutte a esporre con sfrontatezza la loro anima sulle facce struccate, tutte a indossare abiti fintamente straccioni – di solito svolazzanti sottane, giacconi e borse a tracolla da cui spuntavano copioni provati da mille sfogliamenti – tutte a colpirvi al cuore con la noncurante, sbadata e incomprabile grazia dei loro movimenti. Sì, distaccate e insieme intente a sfidarvi a ignorarle, le attrici in genere e dei teatri off in particolare. Scontrosamente in vendita, insomma. Fantastiche, sì.

Ma torniamo a Paolo e Samanta. Se lei dunque era nervosa e aggressiva, visto che lui non si decideva a dire cosa avrebbe messo in scena una volta pronto il teatro che in effetti era quasi del tutto completato – lui invece sembrava calmo e sicuro del fatto suo. Era evidente che aveva in mente qualcosa che voleva tenere segreto e di cui, anche quello era evidente, solo Elio era al corrente. Lo dimostrava il suo modo di allisciarsi i baffi compiaciuto davanti alle irritazioni di Samanta. Quanto a me e Sauro, se io non facevo domande limitandomi a dipingere i muri insieme a Serge Reggiani, Sauro non le faceva per non dare a Elio la soddisfazione di riconoscere in quel modo la posizione privilegiata di confidente che Paolo evidentemente gli aveva assegnato.

Poi una sera, all’Obitorio e a teatro praticamente ultimato, l’annuncio di Paolo che il mattino seguente ci sarebbe stata una riunione operativa.

***

Nella sala ancora invasa da scale e secchi di pittura, le poltroncine di plastica per gli spettatori impilate sulla pedana e il sipario di velluto appeso al soffitto per stirare le pieghe dovute all’imballaggio, la riunione operativa. Quanto a noi – compreso Serge Reggiani molto lusingato dal trovarsi anche lui presente in una occasione così importante – eravamo tutti seduti in circolo intorno a Paolo con Elio seduto al suo fianco, Samanta in disparte a fumare in un blindato silenzio le sue sigarette sottili e piena di disprezzo per una riunione di cui lei, Direttrice Artistica, era stata tenuta all’oscuro e Sauro intento a contemplarsi i suoi mocassini. Poi la riunione operativa era cominciata con Paolo a tenere sulle gambe accavallate un plico che aveva tutta l’aria di essere un copione.

“Si chiamerà Stanislavskij,” aveva esordito guardandoci con gli occhi ridotti a due fessure a farlo sembrare Jack Palance alle prese con la preparazione di un colpo.

“Aspetti un figlio?” aveva chiesto Samanta scassinando la cassaforte del suo silenzio con il grimaldello del sarcasmo.

“Il teatro,” aveva detto lui col tono di chi non avrebbe più accettato interruzioni. Non serviva sforzarsi troppo per capire che il nome si doveva alle lezioni del suo venerato vecchio maestro severamente gay per cui nessuno si era azzardato a dire qualcosa. Poi lui aveva proseguito sempre guardandoci con gli occhi a fessura.

“Qui noi non faremo teatro ma cinema, è chiaro?” aveva detto autoritario.

Non era chiaro per niente ma nessuno – compreso Elio che però aveva l’aria di sapere di cosa Paolo stesse parlando – aveva detto una parola. Neanche Samanta che, a quel punto evidentemente esautorata dal suo ruolo di Direttrice Artistica, aveva schiacciato la sigaretta nel posacenere che teneva in grembo per poi, con le mani tremanti di furore, posarlo sul pavimento e restare a fissare Paolo con odio. Sguardo che lui aveva notato, stando al suo breve sogghigno prima di dire quello che aveva da dire. E cioè che allo Stanislavskij – detto così, con sicurezza, come se il nostro fosse già un teatro conosciuto in tutta la città e con il quale tutti avrebbero dovuto fare i conti – noi avremmo messo in scena versioni teatrali di grandi film della storia del cinema americano da Scarface a Fronte del porto a Viale del tramonto a Piombo rovente e – detto dopo aver consultato un foglio piegato in due dove si era annotato i titoli – Pietà per i bravi.

Pietà per i giusti,” mi ero lasciato sfuggire mordendomi subito dopo il labbro per quella istintiva e non richiesta precisazione.

“Fa lo stesso,” aveva detto lui ripiegando il foglio e mettendoselo in tasca. Poi aveva preso il plico che teneva sulle gambe accavallate, e che in effetti era risultato un copione, e lo aveva sventolato verso di noi. “E questo sarà il primo spettacolo, Scarface,” aveva detto sicuro che il nostro silenzio fosse dovuto al fatto che tutti eravamo rimasti folgorati dalla sua idea di mettere in scena vecchi film americani. Poi era stata Samanta, a romperlo.

“E chi farà Al Pacino, tu?”

“Al Pacino è un cazzone,” aveva detto lui “caso mai Paul Muni,” aveva poi aggiunto sprezzante e riferendosi alla prima versione del film con un imprevedibile sfoggio di erudizione cinematografica evidentemente dovuta al suo Maestro. In ogni caso quella di Samanta era una domanda retorica. Chi altro avrebbe potuto essere Scarface se non lui, proprietario sia del teatro che di una faccia alla Jack Palance?

Poi, stupefacentemente, aveva teso il copione verso di me. “Leggilo e dimmi cosa ne pensi,” aveva ordinato. Dopo di che c’erano state alcune ufficiali investiture, da parte sua. Da quella di Elio ad amministratore ufficiale dello spettacolo a quella di Sauro come scenografo per finire con Serge Reggiani promosso a uomo delle pulizie.

Occorre dire che quella promozione per così dire sul campo era la più stupefacente di tutte? Si, forse occorre dirlo visto che, durante i lavori nel teatro, era stato un continuo sparire di pennelli, barattoli di vernice, guanti da lavoro, flaconi di solventi e perfino un paio di poltroncine che io e Sauro avevamo ritrovato nel sottoscala e in attesa di guadagnare altri lidi. Tutte cose di cui Paolo era conoscenza tanto da chiamare Serge Reggiani anche lui Il Gazza come nell’osteria dove lo aveva arruolato per tutti i suoi furti di bicchieri, posacenere e bottiglie di vino. In sostanza una nomina che significava una cosa sola. Che in teatro avremmo dovuto vivere muniti di lucchetti e chiavistelli.

Dopo di che, per un motivo o per l’altro, eravamo tutti piuttosto cogitabondi quando, dopo la riunione, eravamo scesi in giardino ad appoggiarci alla balaustra della fontana a guardare gli scrosci d’acqua che si precipitavano nella grande vasca e il panorama della città immerso nella luce di uno sfolgorante mattino. Paolo con le palpebre strizzate di un conquistatore impaziente di sferrare il suo attacco alla città stesa ai suoi piedi, Elio a riempire eccitato un taccuino con il preventivo dello spettacolo – soldi che non avrebbe tirato fuori lui e quindi per forza eccitato – Sauro con lo sguardo perso a immaginare probabilmente la sua scenografia e Samanta fumando le sue sigarette sottili e poi buttando sprezzantemente i mozziconi nella fontana.

Poi tutti e quattro erano ripartiti sulla Fiesta. Lasciandomi su una delle panchine di marmo del giardino a leggere il copione e a condividere con Serge Reggiani il pezzo di pizza che costituiva il suo pranzo. E, senza saperlo mentre tenevo il copione tra le mani, avviato verso la più terrorizzante svolta che potessi aspettarmi nella vita.

(Continua in libreria…)

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