Torna in una nuova edizione "Casa di foglie" di Mark Z. Danielewski, indefinibile libro culto uscito nel 2000 e presto diventato un oggetto da collezione introvabile (e il cui prezzo, nel circuito dell'usato, arriva fino ai 600 euro). Il caso più interessante e paradigmatico di mockumentary in letteratura - L'approfondimento

Il 1° aprile 1957, in chiusura del programma di informazione Panorama della BBC one, va in onda un servizio che racconta di un raccolto di spaghetti particolarmente abbondante in Canton Ticino: si mostrano alcune contadine nell’atto di raccogliere la pasta dagli alberi per stenderla poi al sole a essiccare, mentre in voice over il presentatore Richard Dimbleby spiega che si tratta di coltivazioni familiari ed è solo grazie al paziente lavoro di selezionatori di sementi se tutti i fili sono uguali. Il filmato, oggi noto come The Swiss Spaghetti Harvest, è convenzionalmente considerato il primo esempio di mockumentary audiovisivo. Il finto-documentario, il cui primo caso può essere registrato a partire dagli anni Trenta con il radiodramma La guerra dei mondi di Orson Welles (che è stato preso come una vera notizia causando diverse telefonate alla polizia da parte degli ascoltatori), da allora il finto-documentario, dicevamo, ha visto una lunga e pervasiva diffusione: da The War Game di Peter Watkins (1965) per arrivare a The Blair Witch Project (1999) e altri film horror in presa diretta (Paranormal Activity su tutti), fino alla serie tv targata Netflix di un paio di anni fa American Vandal.

Tendenza da cui la letteratura non poteva rimanere indenne: ancora un pesce d’aprile è l’occasione per la presentazione di Nat Tate di William Boyd, vera biografia di un artista mai esistito. Il libro è presentato il 1° aprile 1998 durante una festa organizzata da David Bowie nello studio di Jeff Koons: in quell’occasione si celebrava la vita e l’opera di questo artista dimenticato e mal compreso – eppure il retro di copertina recitava ironicamente “A moving account of an artist too well understood by his time” – e i giornalisti intervistano i presenti che raccontano di aver visto opere o di aver conosciuto questo fantomatico Nat Tate – in realtà mai esistito. La festa è certamente una grande burla, una strategia promozionale, ma funziona anche come evento performativo per la definizione di un’opera tutta giocata sulla confusione, anche paratestuale, dei piani della realtà con quelli della finzione: nel 2014 la casa d’aste Sotheby’s acquista un quadro firmato da Nat Tate (riprodotto anche nel libro), ma realizzato da William Boyd.

casa di foglie

Tuttavia, il caso più interessante e paradigmatico di mockumentary in letteratura è quell’indefinibile libro culto di Mark Z. Danielewski che esce nel 2000, tradotto in italiano da Mondadori e presto diventato un oggetto da collezione introvabile (e il cui prezzo nel circuito del libro usato arriva fino ai 600 euro). Si tratta, naturalmente, di Casa di foglie, oggi ristampato in una nuova traduzione (di Sara Reggiani e Leonardi Taiuti) e in una nuova veste grafica (che finalmente restaura il layout dell’edizione originale) da 66thand2nd.

Si tratta di una complicatissima narrazione su più piani e incentrata sulla descrizione e sul racconto di un documentario (su una casa che sembra animarsi e diventare un labirinto) di cui non è certa la veridicità, tanto per l’ispirazione horror della trama, quanto per i livelli di mediazione e inattendibilità dei vari narratori: il testo si presenta, infatti, come una composizione multilivello, gestita da tre voci principali segnalate, ognuna, con un diverso carattere tipografico: Zampanò, “cieco come un pipistrello”, che redige il manoscritto in cui descrive e tenta di dimostrare la veridicità del filmato; Johnny Truant che trova il manoscritto, tenta di metterlo in ordine in vista di una pubblicazione, ma poi le sue note perdono di vista l’oggetto primo della ricerca per diventare il delirio psicotico di un soggetto instabile, paranoico, completamente inaffidabile che ha le allucinazioni e si eccita sessualmente guardando Bambi; gli anonimi curatori del volume che intervengono con brevi note al testo che complicano ulteriormente la lettura e l’autenticità del racconto. A queste tre voci si aggiunge, poi, la quantità esorbitante di documenti riportati nel testo, il cui valore testimoniale è svuotato fin dal principio a causa della loro mole esagerata, del loro carattere di gratuità, e della convivenza di fonti reali e fonti totalmente inventate.

Danielewski crea così uno strano oggetto che finge di utilizzare un metodo documentaristico per parlare di un finto documentario, realizzato da un finto reporter che è in realtà alter ego del verissimo Kevin Carter, premio Pulitzer 1994. E lo fa mescolando la poetica documentaria con l’estetica del web: il racconto di storie inquietanti e spaventose come se fossero vere è una caratteristica anche del creepypasta, una forma di narrazione collettiva nata sui forum online il cui carattere parodico e, contemporaneamente, orrorifico si ritrova in Casa di Foglie (e non a caso delle anticipazioni del libro erano uscite online) e all’estetica di internet si richiama anche la struttura, che potremmo dire ipertestuale, a hyperlink – non a caso la parola “casa” compare sempre scritta in blu come le parole che contengono dei link ipertestuali – e a finestre, come la pagina di un sito internet. Questa tendenza e creare un organismo testuale per l’età virtuale espone un ulteriore paradosso che si risolve in una sorta di feticismo per la materialità del libro: Casa di Foglie richiede al lettore una fruizione fisica, costretto com’è a girare e ruotare il volume, a navigare nella pagina e fra le pagine, vivendo, così, un vero corpo a corpo con il romanzo che sta leggendo.

D’altronde la stessa messa in pagina è funzionale a far calare il lettore nell’esperienza dei personaggi e a ricreare il disorientamento della casa-labirinto: le parole si sovrappongono, scorrono parallele, si deve decidere quale strada percorrere, quale svolta prendere (e quindi quale paragrafo leggere prima, in barba a ogni consequenzialità narrativa), le porzioni di testo si restringono come i corridoi della casa, il senso di claustrofobia dato dalle mura è riprodotto dalla disposizione spaziale delle parole, le porte che sbattono impongono una frammentazione delle parole e una velocità nello sfogliare le pagine-porte.

Eppure non si tratta di un semplice gioco, nessun pesce d’aprile, niente spaghetti che crescono sugli alberi: tutto, in Casa di foglie, è tremendamente serio – d’altronde è anche una casa delle partenze e quindi dell’assenza (come avverte il titolo inglese, House of Leaves). Assenza di senso, di punti di riferimento, di mappe, di persone, di sanità, di identità stabili – e Zampanò è cieco, come i profeti, come i poeti: sono cose da prendere sul serio. La casa, senza fondamenta – è di foglie – è il prodotto di agonie psicologiche, il prodotto collettivo delle agonie di tutti i suoi abitanti – quelli che non ci sono più, è delle partenze.

Una casa infetta, direbbe uno scrittore distantissimo da Danielewski come Michele Mari in quel meraviglioso racconto-trattatello che è Fantasmagonia, infetta degli essudati, delle angosce, delle ossessioni del suo occupante. Una casa-corpo che si muove e si altera e una casa-labirinto che divora chi cerca di attraversarla: il mito, ricorda Danielewski, dice che la maggior parte degli ateniesi dati in pasto al Minotauro in realtà morivano di fame nel labirinto, per indicare che le loro morti avevano molto di più a che fare con la complessità del labirinto che con la presunta ferocia del Minotauro.

Il finto-documentario descritto in Casa di foglie, allora, è anche un viaggio iniziatico, un incontro con il mostro, una esplorazione sull’identità e sullo statuto del mondo, della realtà. E i vari gradi di mediazione con cui il racconto è condotto ne fanno occasione di riflessione sulla rappresentazione e rappresentabilità di quel mondo (e quindi sul linguaggio – il testo muta come la casa, la casa si costruisce con l’inchiostro come il libro – e quindi sull’immagine: foto e disegni chiudono il libro e contemporaneamente confermano e sconfessano quanto viene raccontato; un’immagine nera lo chiude); sulla verità; sull’autenticità; sulla conoscenza; sulla follia; sull’instabilità dei soggetti; sulla manipolazione digitale; sullo spazio; sul tempo. Casa di foglie è dunque una grande enciclopedia del nostro mondo contemporaneo; l’unica enciclopedia possibile: esplosa, disordinata, impossibile, frustrante, spaventosa, che fa della pazzia il suo criterio organizzativo. Though this be madness, yet there is method in ‘t (Shakespeare, Amleto, atto V, scena 2).

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