"Pochi personaggi, al cinema o nella letteratura, possono essere più interessanti di quelli ritratti in chiaroscuro. Per questo alla letteratura (e più in generale all'arte) fanno male le semplificazioni del moralismo, che come una luce troppo forte pialla le irregolarità, e ci mostra superfici lisce, uniformi e noiosissime laddove le ombre potrebbero costruire illusioni di colline, di scogli o di segreti. E spaventarsi di fronte alle illusioni che queste ombre proiettano, fa parte del gioco; è, anzi, forse proprio per spaventarci e godere dello spavento che ci induciamo, che ci prendiamo la briga di giocare con le ombre" - Su ilLibraio.it la riflessione della scrittrice Ilaria Gaspari. Che cita, tra gli altri, Jorge Luís Borges, Thomas De Quincey, Louis-Ferdinand Céline, Hitchcock e... Barbablù

Come la moglie di Barbablù

Vi siete mai chiesti se i buoni sarebbero altrettanto buoni, in un mondo senza cattivi? Quando mi sono posta per la prima volta questa domanda ero un’adolescente di letture inquiete: ne rimasi sconvolta, come capita di rimanere sconvolti quando si è adolescenti e irrequieti. Non tanto dalla risposta – che ovviamente è no – quanto dalla domanda stessa. È semplice ma abbacinante, come le domande che, nel momento stesso in cui vengono formulate, rivelano la natura traballante e ibrida delle opposizioni e la forza del magnetismo con cui si attraggono i contrari.

È una domanda che si trascina dietro un intrico di implicazioni metafisiche e addirittura teologiche; ma è, credo, anche una delle questioni più deliziosamente letterarie che ci siano. Tant’è vero che, quella prima volta, mi ci sono imbattuta non all’ora di religione, ma in un racconto di Jorge Luís Borges, Tre versioni di Giuda (in Finzioni, una raccolta del 1944, che leggevo nella traduzione di Lucentini pubblicata da Einaudi): folle e meticolosa stravaganza bibliofila che ricostruisce la biografia di Nils Runeberg, un fantomatico teologo eretico svedese. Il quale, nel suo immaginario libro “maledetto”, Christus och Judas, avrebbe sostenuto e portato alle estreme conseguenze una tesi che era stata fra l’altro oggetto di un libro reale, il Judas Iscariot di Thomas De Quincey (1857), scrittore luciferino che influenzò Poe e Baudelaire: cioè che “il tradimento di Giuda non fu casuale; fu cosa prestabilita, e che ebbe il suo luogo misterioso nell’economia della redenzione. Incarnandosi – prosegue Runeberg – il Verbo passò dall’ubiquità allo spazio, dall’eternità alla storia, dalla felicità senza limiti alla mutazione e alla morte; per rispondere a tanto sacrificio, era necessario che un uomo, in rappresentanza di tutti gli uomini, facesse un sacrificio condegno. Giuda Iscariota fu quest’uomo. Giuda, unico tra gli apostoli, intuì la segreta divinità e il terribile proposito di Gesù. Il Verbo s’era abbassato alla condizione di mortale; Giuda, discepolo del Verbo, poteva abbassarsi alla condizione di delatore (l’infamia peggiore tra tutte le infamie) e d’ospite del fuoco che non s’estingue.”

Il libro di Runeberg, che nella fantasticheria di Borges scandalizzava i teologi e segnava il destino del suo autore, condannandolo all’amara solitudine degli eretici, poggia in realtà su una considerazione di logica stringente, a cui non è facile obiettare. Perché è vero che non c’è ombra se non c’è luce: ma anche che la luce splende di più, nel contrasto con l’ombra.

“Non sarebbe poi tanto male se ci fosse qualcosa per distinguere i buoni dai cattivi”, ha scritto Louis-Ferdinand Céline, sottintendendo che quel qualcosa non c’è. E per quanto possiamo convenire che nella vita di tutti i giorni uno strumento del genere avrebbe anche una certa utilità (e aiuterebbe a risparmiare molte cocenti delusioni, oltre che, forse, un certo numero di crimini), per la letteratura sarebbe una perdita gravissima. Poche cose sono più perturbanti, più avvincenti e magnetiche di quella forma di voyeurismo psicologico con cui ci avviciniamo alle storie in cui vediamo dispiegarsi le ambiguità di comportamenti enigmatici, sottilmente crudeli o contraddittori; pochi personaggi, al cinema o nella letteratura, possono essere più interessanti di quelli ritratti in chiaroscuro. Per questo alla letteratura (e più in generale all’arte) fanno male le semplificazioni del moralismo, che come una luce troppo forte pialla le irregolarità, e ci mostra superfici lisce, uniformi e noiosissime laddove le ombre potrebbero costruire illusioni di colline, di scogli o di segreti. E spaventarsi di fronte alle illusioni che queste ombre proiettano, fa parte del gioco; è, anzi, forse proprio per spaventarci e godere dello spavento che ci induciamo, che ci prendiamo la briga di giocare con le ombre.

Quando leggiamo, diventiamo tutti la moglie di Barbablù; testimoni riottosi di quello che abbiamo voluto vedere a ogni costo, esitiamo di fronte a porte proibite, divisi fra curiosità e paura, in preda al desiderio contraddittorio e delizioso di disobbedire e insieme di cancellare, dalla chiave che comunque finiremo per infilare nella toppa, ogni traccia della nostra presenza nel luogo che ci era stato vietato.

Proprio come la protagonista senza nome di Rebecca di Daphne Du Maurier, riscrittura gotica e allucinata della fiaba di Barbablù in cui i ruoli si rovesciano tutti, la vittima si rivela colpevole e, viceversa, l’orco è riscattato da una profonda innocenza, intessuta in una rete fittissima di tensioni contraddittore. E proprio in questa ragnatela si trova invischiata la narratrice, sperduta come lo siamo noi fra i corridoi immensi di un castello pieno di misteri in Cornovaglia; di lei sappiamo ben poco, se non per negazione – non ha nome, non ha posizione sociale, non ha nulla, se non i suoi sogni di scolaretta e un’ossessione crescente per la prima moglie del suo uomo, Rebecca. Ed è Rebecca, la morta, l’assente, a dominare con la sua presenza impalpabile tutto un romanzo in cui non appare mai se non evocata dallo sguardo della nuova signora De Winter, che la sa vedere con tutta la meticolosità che nega a se stessa: la sa vedere perché è l’antagonista di cui ha bisogno per vivere il suo dramma, perché è il fantasma che le serve a essere vittima di una possessione.

Rebecca

Rebecca, esempio perfetto del fascino magnetico dell’ambiguità, fu a lungo considerato un polpettone romantico, un melodramma tutto sommato inoffensivo, nonostante il meraviglioso e morbosissimo adattamento cinematografico che ne fece Hitchcock all’inizio degli anni ’40. Daphne Du Maurier, che non fu un’eretica come il povero Nils Runeberg, ma un’autrice tormentata e geniale, con il raro talento di dar vita agli incubi, ebbe in sorte quel forzato processo di riduzione all’innocuo a cui sono spesso destinate, ancora oggi, le scrittrici donne. Per fortuna, a differenza di quelli del teologo svedese, i suoi libri esistono davvero, e ci lasciano entrare negli angoli vietati, dove la luce è fatta di ombre.

L’AUTRICE – Ilaria Gasparicollaboratrice de ilLibraio.it, è nata a Milano. Ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa e si è addottorata con una tesi sulle passioni all’università Paris 1 Panthéon Sorbonne. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, Etica dell’acquario (Voland). Ora è la volta di un libro unico nel suo genere, Ragioni e sentimenti – L’amore preso con filosofia (Sonzogno), in cui Gaspari mette in scena una storia d’amore. Ma non solo. Vuole anche, con l’aiuto di filosofi e romanzieri (da Montaigne a Flaubert, da Freud a Simone Weil), tentare di sciogliere i grandi nodi che fanno sembrare complicata la vita amorosa.

Commenti