"Il disagio della sera" di Marieke Lucas Rijnevelds è un romanzo di esordio sorprendente, non solo per lo stile puntuale e ricco di immagini – che difficilmente ti abbandonano – , ma soprattutto per l’oppressione e la morsa che, pagina dopo pagina, stringe i personaggi del libro al lettore, facendolo immergere completamente nel cupo mondo di una bambina di dieci anni che affronta la morte del fratello in una famiglia spezzata dal lutto - L'approfondimento

Come può una bambina di dieci anni, cresciuta in una fattoria con una famiglia fortemente religiosa e rigida, affrontare la morte di un fratello? Chiudendosi nel suo cappotto e decidendo di non toglierselo più. Così Jas prova a far fronte a un evento più grande di lei.

Mancano appena due giorni a Natale e Matthies, fratello maggiore di quattro figli, esce per andare a pattinare sul ghiaccio. Da quella gita, però, non farà più ritorno, precipitando l’intera famiglia nell’abisso di un’assenza continuamente reiterata, dal cappotto appeso che non verrà mai più indossato, al posto al tavolo della cucina che non verrà mai più occupato e a una madre che lentamente si consumerà, rifiutando, insieme al cibo, la continuazione della vita, per lei e per tutti.

“Il mio cuore non lo conosce nessuno, è ben nascosto sotto al giaccone, alla pelle e alle costole. Dentro la pancia della mamma è stato importante per nove mesi, ma da quando sono uscita nessuno si preoccupa più di sapere se fa abbastanza battiti all’ora, nessuno si spaventa quando si ferma per un attimo o comincia a martellare così forte che deve essere per la paura o per la tensione”.

Il disagio della sera di Marieke Lucas Rijnevelds

Jas, il nome della protagonista, in olandese significa proprio giaccone. Non se lo toglie anche quando inizia a perdere colore, ci dorme dentro come se fosse una seconda pelle che la protegge dal gelo di una famiglia spezzata. È convinta che se lo slacciasse rischierebbe di ammalarsi e dare un altro dispiacere ai genitori. Più il cappotto è aderente al suo corpo e più la realtà smette di far presa, trasformando la normale curiosità di una quasi adolescente, in un’esplorazione surreale del mondo che la porta a credersi cattiva come Hitler perché nato il suo stesso giorno, o a compiere orribili esperimenti con il corpo degli animali e strane esperienze sessuali con i fratelli Hanna e Obbe.

Il giaccone rosso diventa per lei lo stigma di una colpa che prova verso la morte del fratello. Jas infatti si convince di averlo sacrificato, nelle preghiere a Dio, per risparmiare il suo amato coniglio Dieuwertje dall’essere servito come pranzo il giorno di Natale.

“Noi non viviamo mai nella stagione presente, pensiamo sempre alla successiva. Ci rinnoviamo in continuazione, solo i nostri genitori hanno smesso di rinnovarsi. Non fanno che ripetere parole, comportamenti, schemi e riti come se fossero l’Antico Testamento”.

Jas trattiene tutto, tanto da diventare stitica, e in qualche modo si assume la responsabilità della felicità dei genitori che, chiusi in un irreparabile dolore, abitano da sempre una vita di sacrifici e doveri che la morte improvvisa del figlio confonde, interrompendone il ritmo. Da suo padre Jas riceve poco affetto e misurate attenzioni che le sembrano inferiori rispetto a quelle che riserva alle mucche della fattoria. La madre invece, le cui preghiere solo l’unico rifugio, è il ritratto di un appassire inesorabile che non sa come assumere se non di nuovo con la colpa, introiettata forse dalle lunghe domeniche in chiesa.

“A volte ho paura che sia colpa nostra, che la stiamo mangiucchiando da dentro come fanno i figli del tessitore di filo nero. Nell’ora di scienze la maestra ha spiegato che dopo la schiusa delle uova la mamma ragno si offre alla nidiata”.

Jas aspetta il suo personale salvatore per scappare da quella “vita autentica”. A metà tra la figura christi e l’uomo romantico, insieme alla sorella Hannah fantastica sul suo arrivo, anche se un giorno dichiara a se stessa di essere lei il luogo dove andare, un posto nuovo da conoscere. Scelta che consacra forando il suo ombelico con una puntina, proprio come la maestra a scuola fa con uno spillo sulla mappa del mondo per indicare il Canada.

Il disagio della sera (Nutrimenti, traduzione di Stefano Musilli) di Marieke Lucas Rijnevelds è diviso in tre parti che si concludono tutte con un evento doloroso. La prima parte è scritta al passato e ci porta lentamente nel mondo di Jas al momento della morte del fratello, mentre le altre due, al presente, descrivono la difficile elaborazione del lutto della famiglia, fino a sfociare in un finale sconvolgente.

Marieke Rijnveld ©JoukOosterhof

Il romanzo d’esordio di Rijnevelds (nella foto di Ouk Oosterhof, ndr) è qualcosa di sorprendente, non solo per lo stile puntuale e ricco di immagini – che difficilmente ti abbandonano anche molti giorni dopo –, ma soprattutto per l’oppressione e la morsa che, pagina dopo pagina, stringono i personaggi al lettore, facendolo immergere completamente nella sua cupa atmosfera. Colpisce che una persona così giovane possa saperne così tanto sulla morte, sul dolore che si prova nell’affrontarla e sulle strade tortuose che si possono intraprendere cercando una spiegazione.

La motivazione risiede nell’infanzia di Rijnevelds che, in un’intervista per Volkskrant, racconta il suo background in parte simile a quello di Jas, con cui ha in comune non solo la morte prematura di un fratello maggiore, ma anche la vita nella campagna olandese in una famiglia riformista cattolica. E, come la protagonista del libro, ricorda i suoi genitori piegati dalla perdita per il figlio, portando a galla un ricordo di forte impatto, che fa eco alle molte immagini presenti nel libro: “Ho asciugato le lacrime dalle guance delle persone grandi con la zampa del mio orsacchiotto”.

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