"Cari genitori, lasciate che il vostro bambino se la cavi da solo, che sbagli, e che venga rimproverato...": spesso la paura che nostro figlio soffra ci spinge a errori di cui non calcoliamo le conseguenze... - Su ilLibraio.it i consigli di Isabella Milani (pseudonimo di un'insegnante e blogger, autrice de "L'arte di insegnare")

Chi ha un figlio sa quanto forte è il desidero di aiutarlo. E quanto è dolorosa l’idea che possa soffrire. Che abbia quattro, quattordici o ventiquattro anni, è così.

Ma per non fare errori è necessario riflettere su quali sono i nostri doveri come genitori.

Dal momento in cui è entrato nella nostra vita lo abbiamo accudito e cresciuto, pensando che per lui volevamo il meglio. Ma qual è il meglio? Ecco il punto. Fargli avere tutto? Fare in modo che non pianga mai, che non rimanga mai male, che non sia mai triste, che non fatichi? Purtroppo non è così. Il desiderio di evitargli ogni difficoltà è forte, ma dobbiamo resistere.

Il dovere principale di un genitore è quello di insegnare a vivere. Chiediamoci, allora: la vita è facile? Direi di no. Allora, che senso ha allenarlo a vivere in una vita senza ostacoli? Che cosa farà quando, nella vita reale, cadrà, soffrirà, verrà tradito, subirà ingiustizie, avrà paura di non farcela, non avrà quello che sperava? Saprà affrontare i problemi? Educarlo evitandogli ogni fatica e ogni piccolo dispiacere è come allenarlo per la corsa a ostacoli facendolo correre dopo aver tolto gli ostacoli.

Fin dai primi anni di vita, ricordate: lasciate che il vostro bambino cammini da solo. Non importa se cade. Si rialzerà. Non riempitelo di giochi come se vivesse in una ludoteca. Insegnategli ad apprezzare le cose, una per volta. Non dategli in mano tre giochi contemporaneamente, magari mentre guarda la televisione. Insegnategli che oltre al piacere esiste il dovere: chiedetegli di mettere a posto i giochi insieme a voi. Anche se è piccolino.

Se non lo educherete così, arriverà alla Scuola incapace di affrontarla. La Scuola è piacere, ma è anche fatica.

“Bisogna aiutare i figli nei compiti?”. Credo che sia accettabile un piccolo aiuto. Ma ci sono genitori che pensano che il bambino non sia in grado di fare da solo, e mettono così le basi della sua mancanza di autostima.

“Se non mi metto seduta accanto a lui, non fa i compiti!”. “Non vuole studiare la poesia perché non gli riesce!”. A volte la mamma finisce per fare i compiti del figlio perché non ha tempo e voglia di ascoltare le sue lamentele, e i suoi capricci. Né ha voglia di rischiare che prenda un brutto voto. Glieli fa. Arrabbiata, ma glieli fa, per non arrabbiarsi ancora di più. Oppure lo segue per tutto il pomeriggio: “Dai, fai i compiti. Dopo ti compero il gelato.” Oppure: “Vai a fare i compiti. Te l’ho già detto venti volte! Smettila di alzarti, vieni qui!”. Ci sono bambini e ragazzi che lo fanno apposta. Sentono di avere il potere di mandare in crisi la mamma. La mamma deve avere pazienza, e spiegare al figlio – soprattutto alle medie e figuriamoci alle superiori – che se non fa i compiti è una decisione sua e sue saranno le conseguenze. Bisogna dirglielo con molta calma. E poi deve lasciare che vada a scuola senza compiti. L’insegnante deciderà come fare. E spero che l’insegnante prenda dei provvedimenti costruttivi: non il semplice lasciar perdere e non la semplice punizione.

Ci sono genitori che fanno sistematicamente i compiti ai figli, per non sentirsi in colpa, o perché temono che la maestra rimproveri il loro figlio, o che il professore gli metta un brutto voto. A volte svolgono esercizi applicando regole che l’insegnante non ha ancora spiegato, o dettano il riassunto o addirittura scrivono il tema con la loro grafia, senza neanche preoccuparsi di quello che penserà l’insegnante. Come se il fine della scuola fossero i compiti.

Cari genitori, lasciate che il vostro bambino se la cavi da solo, che sbagli, e che venga rimproverato. Non fate voi i compiti per lui. Lasciate che vostro figlio – soprattutto se adolescente – subisca le conseguenze della sua mancanza di impegno e prenda dei brutti voti: non lo difendete a spada tratta. Se non ha capito l’algebra, è necessario che l’insegnante se ne renda conto. Se vuole andare in cortile, ditegli che prima deve fare il suo dovere di alunno e dopo potrà divertirsi. Se un esercizio non gli riesce e vuole che gli facciate una giustificazione, non lo assecondate. Ha bisogno di rendersi conto che è normale che qualcosa non gli riesca subito, ma che con la costanza e l’impegno può riuscirci. Vostro figlio deve imparare a superare la frustrazione che si prova quando non si ottiene quello che si vuole. Deve – a piccoli passi- costruire la sua autostima e la sua autonomia. Se da piccolo gli avrete evitato ogni fatica, ogni piccolissima delusione; se gli avrete fatto sempre trovare la “pappa pronta”, se lo avrete fatto vivere sotto una campana di vetro, viziato e iperprotetto, e se non gli avrete fatto provare la soddisfazione di raggiungere gli obiettivi da solo, non sarà autonomo e non avrà una buona autostima. Purtroppo nella vita avrà, con tutta probabilità, molte più difficoltà di chi ha imparato a guadagnarsi le cose con le sue forze.

Quando educate vostro figlio ricordatevi che non potrete vivere la sua vita al posto suo. E che non siete genitori migliori se gliele date tutte vinte. Anzi.

(epub) L'arte di insegnare (nuova edizione)

L’AUTRICE – Isabella Milani è lo pseudonimo di un’insegnante e blogger che ha trascorso la vita nella scuola. Per Vallardi ha pubblicato L’arte di insegnare – Consigli pratici per gli insegnanti di oggi.

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