Un libro di monsignor Vito Angiuli, Ha scritto t’amo sulla roccia, indaga un aspetto poco conosciuto ed esplorato del “vescovo degli ultimi”, un educatore che sapeva innamorare i giovani al proprio destino

È ancora viva l’eco del Sinodo dei vescovi dedicato ai giovani. Uno dei punti emersi durante l’assemblea è come comunicare il Vangelo alle nuove generazioni in un mondo che cambia a velocità impressionante. Cambiano i tempi e cambiano i linguaggi. Quello dei giovani ha acquisito nuove grammatiche espressive ed è necessario, come accade per una lingua diversa, conoscerne lo stile e le modalità. Per rispondere alla chiamata della libertà, che ci invita a uscire dalle trincee e camminare a testa alta, occorrono linguaggi nuovi, certo, ma soprattutto educatori e annunciatori del Vangelo appassionati e fuori dagli schemi. Don Tonino Bello era uno di questi. Della sua figura e del suo ministero molto è stato detto e scritto.

Non di rado, don Tonino è stato ridotto a santino politicamente corretto e molti suoi messaggi piegati a mode ideologiche che, come tutte le ideologie, si caratterizzano per essere un pensiero che si difende dalla vita e non respira con essa e le sue speranze e contraddizioni. Ecco perché l’ultimo libro di monsignor Vito Angiuli, Ha scritto t’amo sulla roccia (San Paolo, pp. 120, € 14,50) è una bussola preziosa per orientarsi in un aspetto della figura di don Tonino poco esplorato ma centrale della sua biografia. Si tratta dell’esperienza in Seminario, prima come studente a Ugento, Molfetta e Bologna. Poi come professore, vicerettore e rettore nel Seminario vescovile, fino al ministero di vescovo di Molfetta durante il quale don Tonino faceva parte della Commissione della Conferenza episcopale pugliese per il Seminario regionale. Ce n’è abbastanza, insomma, per delineare un profilo che unisce la conoscenza personale di don Tonino da parte dell’Autore con il rigore dello studioso che cerca di offrire una chiave di lettura a tutto tondo. E non è certo un caso che monsignor Vito Angiuli sia vescovo della diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca, nel Salento, la terra dove don Tonino è nato, cresciuto e diventato sacerdote (a 22 anni, nel 1957) prima di essere nominato vescovo di Molfetta nel 1982.

Sono tre i criteri interpretativi individuati da Angiuli nel libro per meglio accostarsi e comprendere la figura di don Tonino. Il primo è quello della “continuità e dello sviluppo” che coinvolge gli elementi relativi al contesto storico, culturale e geografico del Basso Salento, dalla configurazione territoriale al tessuto sociale. Se non si conoscono le sue radici, è difficile comprendere la figura di monsignor Bello. «Chi ha conosciuto don Tonino durante il periodo ugentino», scrive l’Autore, «concorda nel ritenere che, senza la conoscenza delle sue radici e del suo ambiente di provenienza, non è possibile comprendere in modo adeguato il suo magistero episcopale». Le proprie radici, il luogo in cui si è nati e vissuti, il linguaggio, la cultura, persino le espressioni proverbiali uno se le porta addosso come una seconda pelle. A prescindere dalla vocazione cui si è chiamati. Per esempio, la predilezione per i poveri, in don Tonino, non ha nulla di ideologico o politico. In loro, persone semplici, umili, lavoratori infaticabili della terra con tutte le asprezze che questo comporta, don Tonino vede l’incarnarsi di una fede robusta, aliena da intellettualismi ma sempre pronta ad affidarsi alla Provvidenza.

Il secondo criterio è “l’aderenza alla storia”. Quella di don Tonino, scrive Angiuli, «era una progettualità dinamica e in divenire. Non gli mancava la capacità di leggere la storia e di integrare, in un più ampio orizzonte di pensiero, le singole esperienze e gli avvenimenti che si generavano nel corso dei cambiamenti sociali e culturali. Pur continuando a studiare con grande passione per tutta la vita, non era la scrivania (o la cattedra) la fonte della sua ispirazione e della sua riflessione, ma la storia e gli incontri con le persone». Un esempio, tra i tanti, è la Lettera al fratello marocchino nella quale don Tonino, partendo dalla condizione singolare di un venditore ambulante incontrato personalmente, traccia un affresco dolente della condizione di molti migranti, di ieri e di oggi, richiamando al dovere evangelico dell’accoglienza non per un falso pietismo ma perché dall’accoglienza e dall’integrazione  passa la costruzione di una società più umana e più giusta erp tutti.

Il terzo criterio individuato da monsignor Angiuli è quello della “circolarità e interdipendenza tra i suoi gesti e le sue parole” e “tra il suo cammino spirituale e la sua azione pastorale”: «Le parole», scrive, «illuminano i gesti e questi danno sostanza alle parole. Entrambi sono espressione di un pathos, di una passione per Dio e per l’uomo, un desiderio di imitazione di Cristo e di servizio a favore dell’uomo. La carica di novità, la sapiente modulazione linguistica, la suggestione delle immagini, la forma accattivante del suo discorso non sono soltanto il frutto di un arguto esercizio di stile. Nascondono il desiderio di parlare di cose vere, incontrate nella storia e interiorizzate nel silenzio della preghiera e dell’incontro personale con Cristo. Ciò che si vede all’esterno è la sola parte percettibile».

Il linguaggio innovativo, fresco, accattivante di don Tonino non è certo una novità. Ma in questo libro, Angiuli analizza e invita a considerare la sorgente dal quale scaturisce. Don Tonino non è un maestro di retorica ma un uomo di Dio dove si saldano la vita e la fede, l’azione e la preghiera, la polvere e l’incenso. Tutto, in lui, è genialmente piegato all’annuncio del Vangelo: dagli incontri delle persone concrete, come abbiamo visto, alle parole della quotidianità. Il titolo stesso del volume, Ha scritto t’amo sulla roccia, rimanda a un’espressione che don Tonino prende, capovolgendola, da una canzone del 1968 del duo Franco IV e Franco I, Ho scritto t’amo sulla sabbia: «Ha scritto “t’amo” sulla roccia, sulla roccia, non sulla sabbia… E accanto ci ha messo il tuo nome. Forse l’ha sognato di notte. Nella tua notte… Puoi dire a tutti: non si è vergognato di me».

Come scrive il teologo e arcivescovo di Chieti – Vasto, monsignor Bruno Forte, nella prefazione del volume: «Formatosi alla scuola del Concilio, don Tonino è stato formatore e appassionato curatore di vocazioni con l’impegno di tutto se stesso: innamorato della sua vocazione, sapeva fare innamorare gli altri della chiamata di Dio, mettendo ali alla sua vita quotidiana, sapendo leggere nei cuori, irradiando luce di fede e di carità con la sua semplice presenza, curando i rapporti personali senza mai massificare le relazioni, costruendo ponti di dialogo e di misericordia, ispirandosi sempre all’ideale della perfetta letizia. Afferrato da Cristo, faceva innamorare di Lui, invitando a non aver paura della forza esigente dell’amore: “Non abbiate paura” esortava i giovani “di innamorarvi adesso, di incantarvi adesso, di essere stupiti adesso, di entusiasmarvi adesso”. E quell’“adesso” don Tonino lo viveva e mostrava credibilmente in ogni istante».

Nell’ultima parte del libro, Angiuli traccia un identikit dell’accompagnatore vocazionale secondo lo stile, il pensiero e le azioni di don Tonino per il quale, scrive Angiuli, «la vocazione è una “evocazione”, una creazione dal nulla, un atto d’amore creativo e personale, una “generazione d’amore” e prospetta una missione, apre una strada, indica un cammino, affida un compito, non delegabile; “un compito che solo tu puoi svolgere. Tu, non altri”».

 

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