Un approfondimento dedicato al film diretto da Paul Verhoeven (ispirato al romanzo di Philippe Dijan), con una superba Isabelle Huppert, in cui si citano, tra gli altri, scrittori come Emanuelle Carrère e Johnatan Littel...

Giocare al gatto con il topos. Uno sguardo felino, sornione e rapace insieme, apre questo film, che pare fin da subito prendere le distanze dalle attese, prendersi gioco dei clichés. Una scena di una violenza carnale echeggia fuori campo fin dai titoli di testa con i rumori aspri di una colluttazione e i versi perversamente omofoni del dolore o del piacere (quel “Oh…” di resa e godimento che dà titolo e senso, ambigui, al romanzo di Philippe Dijan, edito da Voland, da cui è tratta la pellicola). E sugli occhi silenziosi e placidi (de métal et d’agate, direbbe Baudelaire) del gatto grigio che osserva l’azione concitata si posa, quasi a specchiarsi nel suo punto di vista amorale, curioso e libero, la macchina da presa, dopo aver mostrato fugacemente l’effrazione dell’uomo mascherato che, diavolo fumante o fumettoso Diabolik, fa irruzione nella vita e sotto la vita di Michèle Leblanc. Dissolvenza in nero.

A partire da questa scena originaria di violazione, che la donna sembra quasi derubricare a banale incidente domestico, continuando la sua vita “normale” di manager in una casa produttrice di videogiochi violenti e iperrealistici, tutt’al più facendo sostituire le serrature della villetta e acquistando un’ascia e uno spray urticante, ma guardandosi bene dal denunciare l’aggressione alla polizia, si sviluppa la narrazione di una ragnatela intricata e irrisolta di relazioni personali e professionali che, a partire dal canovaccio solo superficiale delrevange movie, descrivono una trama complessa, misteriosa e mortifera, che ruota intorno a questa donna, ed è capace di svelarne e insieme rafforzarne l’enigma interiore, non senza una vena ironica e un tratto di satira sociale sul mondo a cui Michèle appartiene.

La scelta della signora Leblanc di superare l’aggressione con un bel bagno caldo, di gustare del sushi e ricevere il figlio come se nulla fosse, aspettando diversi giorni e un’occasione conviviale fra amici per raccontare, quasi en passant, l’accadimento traumatico a ex marito e commensali, lascia esterrefatti loro quanto noi.

Il clima da thriller che tiene sotto minaccia ma non sotto scacco la donna, perseguitata dallo stalking del suo aggressore e apparentemente decisa a smascherarlo, cede però presto la scena al ritratto in forma di black comedy di un contesto di cui quell’atto di violenza terribile e inaugurale sembra soltanto una manifestazione fantasmatica, quasi un precipitato immaginario, un sintomo e un simbolo che ritorna. Sotto lo sguardo algido e imperscrutabile come uno schermo bianco di Elle si scopre infatti quello della madre apprensiva per un figlio inetto e succube della fidanzata, quello della figlia imbarazzata e irritata da una madre che amoreggia con improbabili gigolò, il punto di vista geloso dell’ex moglie di uno scrittore mancato, quello spietato dell’amante senza amore del marito dell’amica e collega, della capa esigente e implacabile di un team ostile e infido, della vicina morbosamente attratta dal quadretto famigliare apparentemente perfetto dei dirimpettai. Infine scopriamo gli occhi dell’erede nera, figlia segnata da un padre mostro che, testimone una bambina impotente e sopraffatta, decise un giorno di fare una strage di numerosi innocenti prima di dar fuoco alla casa ed essere arrestato, relegando all’immagine ingrigita di cenere di quella ragazzina dall’aria attonita e svuotata di senso la fotografia che immortala sulle cronache giornalistiche quell’orrore, per quanto rimosso, mai sepolto. Altro sguardo da tenere sott’occhio, sembra dirci Paul Verhoeven, per capire questa rete sfaccettata e aggrovigliata di frustrazioni, desideri inconfessabili, gelosie e invidie, piaceri-violenze, che raccontano la perversione di una donna, di una famiglia allargata, e anche un po’ di una società.

Ma l’autore olandese, esercitatosi con personalità e tratto distintivo sull’immaginario hollywoodiano, è da sempre sensibile ai pericolosi incroci di Eros e Thanatos, capace di raccontare, anche attraverso il cinema mainstream, i fantasmi delle pulsioni più profonde a confronto con le norme sociali (da Basic Instinct a Robocop, da Atto di forza a L’uomo senza ombra).

Qui, svincolato dai lacci e lacciuoli etici ed estetici del cinema americano, attraverso un’attrice superba come Isabelle Huppert, su cui la sceneggiatura di David Birke è davvero cucita addosso, riesce a dare il meglio di sé, e a raccontare il peggio di questo mondo.

Il volto della Huppert è capace d’incarnare come poche attrici il lato oscuro della femminilità (dal Chabrol a Haneke), per svelare il fondo cieco dell’anima umana tout court. A tratti il film sembra fuoriuscito dalla curiosità per l’Avversario che attraversa tutti i libri di Emanuelle Carrère, il quale ricorda (in Il Regno, Adelphi) la provocazione di Billy Wilder che, uscito da una proiezione del film su Anna Frank, dichiara che, certo, sarebbe però stato interessante conoscere anche il punto di vista dell’avversario. Dalle parti di questo humor e di questo paradosso, più di quello di operazioni estreme quali l’immedesimazione nel carnefice del Johnatan Littel di Le benevole (Einaudi), si situa Elle, nei ribaltamenti di aspettative e nel suo andare a letto col nemico che lasciano spiazzati e interdetti, specialmente nell’ultima parte, senza tuttavia mai risultare implausibili. Eppure un certo grado d’incertezza permane a film finito e metabolizzato: se si è assistito, a una lieve distanza ironica, a un al sofisticato enigma, sottilmente buñueliano (lo stupro iniziale come violazione, taglio dell’occhio), sull’essenza del Male oppure se, in un mondo narrato in cui nessuno vuole recitare la parte della vittima, è il nostro stesso sguardo di spettatori a essere catturato da una raffinata trappola d’autore.

 

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