"L'età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale" è il nuovo saggio di Gino Roncaglia, che affronta la necessità di un'educazione digitale consapevole all'interno del sistema formativo.... - Su ilLibraio.it il capitolo dedicato ai "Nativi digitali"

Filosofo e saggista, specializzato in Informatica umanistica e Applicazioni della multimedialità alla trasmissione della conoscenza, Gino Roncaglia è una voce tra le più importanti in Italia nel dibattito sulle potenzialità culturali dell’utilizzo di internet. Sugli effetti della rivoluzione digitale nel campo della cultura e del libro ha pubblicato diversi saggi, ricordiamo, tra gli altri, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro (Laterza), Il mondo digitale. Introduzione ai nuovi media (Laterza), e L’editoria fra cartaceo e digitale (Ledizioni).

Gino Roncaglia L'età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale laterza

Nel suo nuovo saggio, L’età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale (Laterza), lo studioso romano classe ’60, collaboratore de ilLibraio.it (qui i suoi interventi), analizza il legame tra il libro, la scuola e le risorse digitali, con tutte le problematiche e le potenzialità che questo comporta.

Gino Roncaglia. L'età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale Laterza

Postulando l’importanza di una formazione digitale consapevole nel XXI secolo, l’autore solleva gli aspetti più problematici e complessi della digitalizzazione della scuola e della cultura e sostiene la necessità di una linea guida per l’educazione informatica: l’utilizzo degli strumenti digitali dovrebbero essere accompagnato da una formazione definita e mirata, che fornisca la consapevolezza dello strumento a disposizione e ne orienti l’utilizzo. L’età della frammentazione. Cultura del libro e scuola digitale offre una prospettiva articolata e complessa sull’importanza di un’istruzione digitale all’interno del sistema formativo.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it un capitolo del saggio:

Nel capitolo precedente ho provato a fornire una possibile chiave di lettura della storia della rete, che considera la prevalenza di contenuti brevi, granulari e frammentati come un dato estremamente rilevante ma anche storico e contingente, più che come una caratteristica essenziale e necessaria dell’ecosistema digitale. Ho anche suggerito che lo sviluppo futuro dell’ecosistema digitale potrà portare non già alla scomparsa dei contenuti granulari, ma al loro progressivo affiancamento e alla loro integrazione in edifici informativi più sofisticati, articolati e complessi di quelli attuali. La riconquista della complessità è uno dei grandi temi con i quali dovrà fare i conti nei prossimi anni l’evoluzione della rete, dei suoi contenuti e dei suoi strumenti.

Quali sono le conseguenze di questa prospettiva dal punto di vista della scuola e della formazione? Gli studenti che frequentano in questi anni i vari gradi della formazione obbligatoria sono stati spesso etichettati come «nativi digitali». Ma cosa significa questa etichetta in una situazione in cui il digitale, lungi dall’essere un territorio definito e ben caratterizzato, è invece un mondo le cui coordinate sono cambiate e continuano a cambiare in forma tanto radicale, con il passaggio dall’età dei cacciatori-raccoglitori a quella dell’artigianato e del commercio e con gli sviluppi futuri che ci attendono? Esistono davvero, i nativi digitali? Per cercare di capire a quali bisogni formativi debba oggi rispondere la scuola, e con quali strumenti concettuali, metodologici e operativi possa farlo, è opportuno dedicare qualche pagina proprio al tentativo di rispondere a quest’ultima domanda, che può dirci qualcosa sul  soggetto fondamentale di ogni processo formativo: la persona che apprende.

Cominciamo da un po’ di storia. L’espressione «nativi digitali» è stata introdotta nel 2001 dallo statunitense Marc Prensky, insegnante e consulente nel campo dell’innovazione educativa. Secondo Prensky i nativi digitali – ovvero la generazione nata dopo il 1985, data che coincide più o meno con l’avvio della penetrazione generalizzata dell’informatica personale nelle nostre case – «pensano e gestiscono l’informazione in maniera essenzialmente diversa rispetto ai loro predecessori». Una volta arrivati al college, hanno trascorso in media «solo 5.000 ore leggendo, ma oltre 10.000 ore usando videogiochi». Il loro universo esperenziale è radicalmente diverso da quello dei loro genitori, che – sostiene Prensky – sono invece solo «immigrati digitali». Questo, associato al concetto di plasticità cerebrale (l’organizzazione dei collegamenti neurali cambia in funzione delle nostre esperienze e attività, e in particolare di quelle svolte con maggiore frequenza), porta Prensky a ritenere che «i cervelli dei nostri studenti sono cambiati fisicamente – e sono diversi dai nostri – come risultato del loro diverso modo di crescere».

In seguito, in un articolo del 2009, lo stesso Prensky ha proposto di sostituire al concetto di nativi digitali quello di «digital wisdom», più flessibile perché ammette gradazioni e la distinzione di competenze digitali diverse. È però rimasto fermo sull’idea di un sostanziale mutamento antropologico fra la generazione predigitale e la generazione digitale, tanto da introdurre l’espressione «homo sapiens digital» per identificare l’emergere di un nuovo tipo di persona «digitalmente arricchita».

Le tesi di Prensky hanno suscitato un acceso dibattito. In Italia sono state riprese da Paolo Ferri, che ha intitolato proprio Nativi digitali un suo libro del 2011 (in seguito Ferri ha preferito l’espressione «nuovi bambini», senza però abbandonare l’idea di una differenza antropologica rispetto agli immigrati digitali), mentre sono state criticate da Roberto Casati, Mirko Tavosanis e altri.

Non proverò qui a ricostruire il dibattito, limitandomi a esporre le ragioni principali per cui l’idea dell’avvento di una generazione di «nativi digitali» antropologicamente diversi dalle generazioni precedenti mi sembra sbagliata, e particolarmente fuorviante nel momento in cui cerchiamo di individuare gli specifici bisogni formativi ai quali deve rispondere oggi la scuola.

Innanzitutto, c’è un problema terminologico. Come abbiamo già ricordato, quando parliamo di digitale parliamo in realtà di una forma di codifica. Gli ‘0’ e gli ‘1’ del codice binario sono usati per rappresentare informazione (testi, immagini, suoni, video, istruzioni di programma, ecc.), ma a usare la codifica digitale è il computer, non l’uomo: è probabile – stando a quanto ci dicono gli esperti di neuroscienze – che nel nostro cervello collaborino meccanismi di codifica dell’informazione basati su stati discreti e meccanismi basati su modifiche continue di stato, ma questa è tutt’altra questione. «Nativi digitali» non siamo dunque né noi né i nostri figli, ma semmai i nostri computer.

Resta però la questione principale: al di là dell’espressione infelice, esiste davvero una differenza antropologica fra le generazioni precedenti e quelle successive alla rivoluzione digitale? Riassumerò qui, in maniera assai sintetica, tre motivi per cui questa tesi, nelle forme in cui è solitamente esposta, mi sembra insostenibile.

In primo luogo, Prensky ricorda che i bambini di oggi passano molto più tempo di quelli della generazione precedente davanti a un videogioco, e molto meno tempo a leggere. In realtà la seconda parte di questa affermazione è falsa: i ragazzi di oggi leggono di più, e non di meno, di quelli del passato, e comunque più degli adulti (anche se è vero che i dati degli ultimi anni mostrano un calo nella loro propensione alla lettura di libri). Ma, indipendentemente da questo, la stessa considerazione era stata fatta negli anni ’60 con il boom della televisione: anche in quel caso c’era stato chi aveva parlato di differenza antropologica fra le generazioni precedenti e di un nuovo «uomo televisivo». Si potrebbe andare ancora più indietro, alle generazioni cresciute con la radio, o all’avvento dell’automobile, ma… davvero vogliamo inventarci una mutazione antropologica ogni trent’anni? Non è molto più sensato parlare, anziché di mutazioni antropologiche, di evoluzioni e talvolta (come nel caso del digitale) rivoluzioni tecnologiche e culturali, che influenzano il modo in cui noi – e non qualche nuova e diversa forma di umanità – interagiamo con il mondo e lo modifichiamo?

Veniamo, in secondo luogo, all’argomento della plasticità cerebrale. Argomento che mi sembra basato su un fraintendimento dei dati che vengono dalle neuroscienze. Certo, alcuni collegamenti cerebrali sviluppati da chi utilizza ogni giorno il touch screen di uno smartphone sono nuovi e specifici (e probabilmente diversi da quelli che erano collegati all’uso del joystick da parte di chi era ragazzo vent’anni fa). E dato che la plasticità è maggiore da giovani, gli adulti della mia generazione guardano con invidia (o con preoccupazione) alla velocità con la quale la generazione successiva digita su minuscole tastiere virtuali. Ma esattamente la stessa plasticità cerebrale trasforma l’acqua in una seconda natura per il bambino che impara a nuotare da piccolo (e certo, da qualche parte nel suo cervello ci sono collegamenti neurali che non ci sono in chi non sa nuotare), senza che questo ci porti a considerarlo seriamente un uomo-pesce. Chi legge, chi scrive, chi guida, chi scia, ma anche chi si è abituato fin da piccolo a usare il telecomando della televisione e non capisce la difficoltà che incontrava il nonno per cambiare canale, «addestra» e modifica aree cerebrali specifiche. Ciascuno di noi la usa in modi diversi, ma la plasticità cerebrale è una caratteristica comune degli esseri umani, non il fondamento di infinite mutazioni antropologiche.

Terza e ultima questione, non meno importante. Quale sarebbe, esattamente, la generazione dei «nativi digitali»? Nel 2001, quando Prensky scriveva i primi articoli sul tema, non esistevano ancora i tablet o gli smartphone. Interfacce informatiche, abitudini, competenze, dieta mediatica dei quindicenni del 2001 erano completamente diverse da quelle dei quindicenni di oggi (provate a mettere in mano un joystick a chi gioca o scambia messaggi su uno smartphone di oggi: non saprà cosa farsene, e forse non saprà neppure di cosa si tratti). Chi frequentava i territori della rete nell’età dei cacciatori-raccoglitori o anche solo in quella della prima urbanizzazione del web usava strumenti che la generazione precedente non conosceva e non capiva, ma che non conosce e non capirebbe facilmente, oggi, neanche la generazione successiva.

Certo, si può eludere il problema parlando di generazioni diverse di nativi digitali. Ma le differenze sono così notevoli da rendere quantomeno problematico collegarle attraverso una presunta «intelligenza digitale» comune.

Accantoniamo dunque l’idea – il pregiudizio – di un improvviso salto evolutivo fra l’homo sapiens e l’«homo sapiens digital», fra immigrati e nativi digitali. A percorrere il cammino che porta alla scoperta delle potenzialità del digitale, e poi dai cacciatori-raccoglitori alla prima urbanizzazione del web, e da questa all’età dell’artigianato e del commercio, sono state due o tre generazioni di homo sapiens, non una successione di specie diverse. Gli studenti che abbiamo davanti a scuola non sono alieni, fanno parte della nostra stessa specie, hanno le nostre stesse capacità cognitive, possono sfruttare la stessa plasticità cerebrale che potevamo sfruttare noi alla loro età.

Questo ovviamente non implica in alcun modo che le differenze fra prima e dopo la rivoluzione digitale – in particolare nell’ecosistema informativo e comunicativo nel quale vivono le nuove generazioni – non ci siano. Ci sono, e di enorme rilievo. Ma a essere cambiato nel tempo (e molto) non è il nostro cervello, non è l’individuo: è l’ambiente con il quale l’individuo interagisce, nelle sue caratteristiche sia sociali e culturali, sia tecnologiche e materiali. E questi cambiamenti portano a nuove abitudini, a nuovi bisogni, alla richiesta e – auspicabilmente – all’acquisizione di nuove competenze. Si tratta di cambiamenti ai quali dobbiamo guardare nella loro articolazione, nella loro complessità, nella loro evoluzione, senza essere condizionati da uno schema interpretativo decisamente troppo semplicistico.

(Continua in libreria…)

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