"Neon Genesis Evangelion", anime cult in tutto il mondo, è disponibile su Netflix con un nuovo doppiaggio. Ecco perché la versione diretta da Hideaki Anno non è il solito cartone animato giapponese, con robot che si picchiano e ragazzini eroi pronti ad affrontare la grande sfida per salvare l’umanità... - L'approfondimento

Neon Genesis Evangelion è disponibile sulla piattaforma Netflix, con un nuovo doppiaggio curato da Gualtiero Cannarsi, già responsabile di tutti gli adattamenti italiani per Lucky Red. Parliamo di un anime cult in tutto il mondo, come testimoniano i molti siti di approfondimento che dagli anni ‘90 non hanno mai smesso di analizzare e commentare la serie. I 26 episodi, sceneggiati e diretti da Hideaki Anno, sono motivo di orgoglio nazionale in Giappone e per molti ragazzi italiani il ricordo dell’adolescenza passata su MTV. Ma, soprattutto, un capolavoro che non smette di rappresentare con forza la contemporaneità.

La trama è in apparenza molto semplice: nella città di Neo Tokyo-3, a quindici anni di distanza dal Second Impact, un cataclisma che ha provocato lo scioglimento dei ghiacciai e l’inclinazione dell’asse terrestre, fanno la comparsa i nemici dell’umanità: gli Angeli. Shinji Ikari, il quattordicenne protagonista dell’anime, insieme ad altri adolescenti, viene reclutato dall’organizzazione paramilitare NERV, guidata da suo padre, per combatterli a bordo di un gigante cyborg umanoide creato da un gruppo di scienziati: l’Evangelion.

Eppure, quello di Anno, già creatore della fortunata Nadia – Il mistero della pietra azzurra, non è il solito cartone animato giapponese con robot che si picchiano e ragazzini eroi pronti ad affrontare la grande sfida per salvare l’umanità, anche se la serie si inserisce in un filone di successo, quello mecha, che negli anni precedenti aveva dato il meglio di sé con Ufo Robot e Mazinga. In Evangelion il conflitto non è mai esteriore, non è la lotta fine a se stessa, ma tutto ciò che avviene interiormente.

La storia, infatti, si sviluppa sotto il segno di una psicologia complessa, dove ogni personaggio è caratterizzato a partire dalle proprie mancanze emotive e dai limiti affettivo-relazionali. I ragazzi della serie, a differenza di altri anime popolari, non sono proiezioni esuberanti dell’età adolescenziale, non corrispondo a stereotipi superficiali dal percorso narrativo prevedibile.

L’insicuro Shinji, la timida Rei e l’instabile Asuka sono tre giovani fragili chiamati a fare qualcosa di ingestibile per qualunque ragazzo in fase di crescita: salvare il mondo. Sotto la pressione di un compito deciso da un gruppo di adulti, sono costretti ad affermare un Io che ancora non c’è e a fare i conti con i traumi del passato: Shinji è sempre alla ricerca dell’approvazione paterna e di un amore incondizionato, così come Asuka rincorre un’immagine di sé fittizia per non sentirsi inferiore e scongiurare la paura dell’abbandono.

Gli Angeli, in una delle tante letture possibili, oltre a essere portatori di affascinanti e complessi rimandi al cristianesimo e alla Cabala ebraica, sono ostacoli psicologici che, in maniera autoriflettente, muovono i personaggi nella loro battaglia privata.

Dal sedicesimo episodio Splitting of the breast, letteralmente Scissione del senoespressione psicologica per indicare un meccanismo di difesa nei primi anni di vita, Evangelion assume apertamente la forma di un trattato di psicologia, dove il linguaggio freudiano fa da perno per scavare i personaggi fino all’osso: si parla di incomunicabilità, sublimazione, atteggiamenti ambivalenti, pulsioni di vita e pulsioni di morte, ma anche di complesso di Edipo e complesso di inferiorità. Insomma, è impossibile apprezzare il grande lavoro di Anno senza aver ripassato Freud, primo fra tutti Al di là del principio di piacere.

Al di là del principio di piacere

In ultima analisi Evangelion va contestualizzato all’interno della vasta produzione audiovisiva giapponese come parte di un discorso più ampio: il concepire il post-apocalittico. Come comunità da sempre afflitta dagli strascichi socio-economici dell’esplosione della bomba atomica, il popolo nipponico ha sempre inteso la rappresentazione del reale come uno specchio inconscio di questa lunga convalescenza, da uno dei più gravi traumi collettivi del Novecento. Spaziando da storie estremamente intimiste, come Vivere di Akira Kurosawa, Sonatine di Takeshi Kitano, o Father and son di Hirokazu Kore’eda, fino ad arrivare al distopico capolavoro Akira, di Katsuhiro Ōtomo, il Giappone si serve delle sue estensioni artistiche per metabolizzare una ferita profondissima, e forse insanabile.

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