Il nuovo romanzo di Javier Cercas, "L'impostore", richiama alla mente alcuni casi di imposture editoriali di quello che si potrebbe riassumere, con qualche forzatura, come un drammatico “sottogenere” della letteratura dell’Olocausto ebraico, quello cioè delle false autobiografie. Ecco alcuni esempi...

L’incredibile vicenda di Enric Marco, protagonista politico della Spagna postfranchista, protagonista dell’affascinante nuovo romanzo di Javier Cercas, richiama alcuni casi di imposture editoriali di quello che si potrebbe riassumere, con qualche forzatura, come un drammatico “sottogenere” della letteratura dell’Olocausto ebraico, quello cioè delle false autobiografie.

Marco si presentò nel dopoguerra come un sopravvissuto dello sterminio nazista con una testimonianza raccolta in Memorie dell’inferno del 1978 e rivelatasi solo più tardi frutto di una plateale menzogna. Ma il mercato editoriale ha registrato altri casi di confessioni d’invenzione spacciate per vere. E’ il caso di Frantumi in cui Benjamin Wilkomirski racconta la sua esperienza di bambino nei campi di sterminio tedeschi della seconda guerra mondiale: pubblicato nel 1995, fu subito accolto con favore della critica e tradotto in tutto il mondo. Peccato che la storia fosse stata più o meno coscientemente inventata dalla fervida immaginazione dell’autore.

Un caso diverso è stato quello del sopravvissuto dell’olocausto Herman Rosenblat, che Oprah Winfrey invitò al suo seguitissimo show televisivo. Presentò anzi in anteprima il memoir dell’ospite in via di pubblicazione, Angel at the Fence, come “la più grande storia d’amore” che avesse mai letto. Una citazione che avrebbe funzionato in modo straordinario nel lancio del libro, se il libro non fosse stato bloccato, come avvenne, per le troppe licenze di finzione che l’autore si prese per rendere sensazionale il suo racconto: in particolare dove narrava di aver conosciuto la futura moglie quando lei aveva iniziato a portargli segretamente del cibo attraverso il filo spinato che circondava il campo di concentramento dov’era detenuto. Su quei particolari erano costruiti la trama e il titolo del libro stesso: quando alcuni studiosi fecero notare che l’episodio raccontato non avrebbe potuto aver luogo a Buchenwald, come si pretendeva, Rosenblat fu costretto ad ammettere il falso e l’editore americano decise di cancellare l’uscita del volume.

Clamoroso, alla fine degli anni Novanta, è stato anche il bluff di Misha Defonseca, autrice di Sopravvivere con i lupi, presentato come la storia vera di una bambina sopravvissuta alla Shoah risultò in seguito anch’esso inventato: Misha portava in realtà un altro nome, Monique, non era una bambina ebrea e non aveva mai attraversato a piedi le foreste dell’Europa orientale durante la guerra, accompagnata e protetta da una muta di lupi, alla ricerca dei genitori deportati nei lager nazisti. Un’invenzione che non ha impedito al libro di essere tradotto in una quindicina di lingue, di vendere milioni di copie nel mondo e di generare un film di un certo successo.

Gli esempi editoriali di una simile rassegna sul tema insomma non mancano, basti ricordare ancora il celebre Uccello dipinto di Jerzy Kozinski: quanto c’è di vero nello spunto autobiografico della travagliata esistenza di un bambino ebreo polacco nell’Europa del dopoguerra divenuto in seguito autore di fama internazionale? Le polemiche e il criterio della nuda verità dei fatti non sembrano in ogni caso aver impedito a quel testo di rimanere una lettura simbolo di un’epoca tragica della nostra storia.

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