“Frammenti di un discorso amoroso”, il saggio di Roland Barthes (1915 – 1980), è considerato una sorta di manuale di sopravvivenza per gli innamorati. Ma cosa l’ha reso così celebre e popolare anche negli ambienti non intellettuali? E soprattutto: cosa lo rende ancora così attuale? Un approfondimento sull’opera del critico, linguista e semiologo francese e su come, nel corso degli anni, è cambiato il linguaggio che usiamo per esprimere i sentimenti e le dinamiche d’amore. A partire dall’introduzione di nuove parole, come trombamico e ghosting…

Nel romanzo La trama del matrimonio di Jeffrey Eugenides, la protagonista Madeleine, per placare le sue sofferenze d’amore, si rifugia nella lettura di un libro: Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes. Non è la sola: molti personaggi – letterari e cinematografici – ricorrono al saggio del critico francese per affrontare i propri tormenti sentimentali, tanto che, con il passare degli anni, l’opera è diventata una sorta di manuale di sopravvivenza per gli innamorati. 

Non è un fatto così scontato. Non stiamo parlando di un testo scorrevole e particolarmente accessibile, ma di una lunga e attenta analisi che si sviluppa attraverso le citazioni di alcune delle opere più importanti della letteratura: da I dolori del giovane Werther di Goethe a Il Simposio di Platone, passando per Proust, Lacan, Dostoevskij e Nietzsche, solo per citare i più famosi. 

Frammenti di un discorso amoroso (Einaudi, 1977, tradizione di Renzo Guidieri) è un’opera per studiosi e appassionati di materia letteraria, un saggio alla stregua di quelli che compaiono nei programmi degli esami universitari (infatti, la Madeleine del romanzo citato all’inizio, lo scopre proprio durante una lezione accademica). E allora, cosa l’ha reso così celebre e popolare anche negli ambienti non intellettuali? Ma soprattutto: cosa lo rende ancora così attuale?

frammenti di un discorso amoroso

Se ci pensiamo un attimo, ci accorgiamo che il linguaggio – in particolare quello amoroso, quello che utilizziamo per raccontare e spiegare le dinamiche relazionali – subisce continui cambiamenti. Solo facendo riferimento all’ultimo anno, sono già apparse diverse parole per rappresentare nuove (?) condotte sentimentali. Il caso più eclatante è quello del ghosting, termine utilizzato per indicare il comportamento di chi sparisce improvvisamente dopo un periodo (più o meno lungo) di frequentazione, senza fornire spiegazioni. Per non parlare dell’ormai datato scopamico (qui la definizione della Treccani, nella variante trombamico), neologismo coniato per classificare chi non vuole accollarsi il ruolo di fidanzato, ma desidera comunque godere dei benefici (esclusivamente fisici) di una relazione. 

Entrambi questi termini, per esempio, fanno riferimento al fatto che le storie d’amore sono sempre più liquide e che i legami affettivi sono sempre più fragili (giusto per citare un altro filosofo popolare quasi quanto Barthes), al contrario di quanto accadeva anche solo cinquant’anni fa, quando si era ossessionati dall’idea di instaurare relazioni stabili vita natural durante. Non che prima non si facesse ghosting e non esistessero i trombamici, solo che evidentemente non c’era l’esigenza di esprimere questi concetti attraverso delle parole precise. Del resto, uno dei criteri linguistici per far entrare un termine nel dizionario è proprio la frequenza d’uso: questo vuol dire che se oggi la parola trombamico è presente nei nostri vocabolari è perché tante persone ne hanno bisogno per comunicare quello che stanno vivendo. 

Su questo Barthes (Cherbourg, 12 novembre 1915 – Parigi, 26 marzo 1980), nel suo saggio, è molto chiaro: l’amore si manifesta soprattutto attraverso il linguaggio, per questo la caratteristica principale dell’innamorato è quella di parlare di continuo del sentimento che prova. L’innamorato è ossessionato dal tentativo di spiegare agli altri – attraverso le parole – perché, tra tutti i milioni di corpi incontrati, “di questi milioni io posso desiderarne delle centinaia; ma di queste centinaia, io ne amo solo uno”. Eppure, proprio in questo punto, risiede il più grande paradosso del discorso amoroso: il linguaggio non potrà mai afferrare un sentimento ineffabile e illogico, per questo risulterà sempre sbavato, impreciso e insufficiente (la frustrazione di chi ama è dettata dalla discrepanza tra ciò prova e ciò che dice). 

Barthes usa come esempio la parola Adorabile, che è un’espressione vaga, indefinibile e “un po’ stupida”, a cui l’innamorato ricorre spesso non riuscendo a specificare la vera natura del suo desiderio nei confronti dell’oggetto amato. “Adorabile è la traccia insignificante d’una fatica, che poi è la fatica del linguaggio”. Allo stesso modo l’Angoscia esprime l’incomprensibile paura del soggetto amoroso di essere abbandonato e ferito all’improvviso. 

Dato che le espressioni amorose rientrano nella categoria dell’indicibile, trovare una definizione precisa risulta impossibile. Eppure – quasi paradossalmente – il saggio si presenta proprio come una sorta di dizionario: la struttura segue un ordine alfabetico non rigoroso (alcune lettere vengono saltate, mentre per altre possono apparire più termini, come per esempio la A, sotto cui, oltre ad Adorabile e ad Angoscia, ci sono anche Abbraccio, Abito, Affermazione, Alterazione, Annullamento, Appagamento, Ascesi, Assenza, Atopos, Attesa), a ogni parola viene associata una definizione e un esempio letterario che possa rappresentare, almeno in parte, il sentimento preso in esame.

Viene inoltre eletto un personaggio di riferimento che possa incarnare il ruolo dell’innamorato: Barthes sceglie il Werther di Goethe, che è “l’archetipo stesso dell’amore passione“. Werther, con il suo frac turchino e il suo gilet giallo, è l’eroe romantico per eccellenza, una figura che probabilmente oggi non ha nessun corrispettivo nella letteratura e nel cinema. Ma non è lui il protagonista – per modo di dire – del saggio, bensì un io “innamorato che parla e che dice”, una voce personale che serve all’autore per “drammatizzare” l’enunciazione e renderla più coinvolgente. Questo io, racconta Barthes, “sono io e non sono io. Lo dico francamente, vi sono degli elementi che vengono da me, altri che vengono dal Werther di Goethe o da letture culturali da me fatte, dalla parte dei mistici, della psicanalisi di Nitetzsche… Ci sono anche confidenze, conversazioni, che vengono da amici” (da un’imperdibile intervista del ’77 a Playboy).

Alla fine, però, lo sforzo dell’autore – che quindi è lo stesso di ogni innamorato di tutti i tempi – non riuscirà mai a essere soddisfatto a pieno: rimarrà sempre la sensazione di non essere stati in grado di spiegare effettivamente la natura del proprio amore. Scrive infatti Barthes in apertura del testo: “La necessità di questo libro sta nella seguente considerazione: il discorso amoroso è oggi d’una estrema solitudine”. E nella stessa intervista spiega meglio che l’obiettivo del suo saggio è proprio quello di stanare gli innamorati, di intercettarli, di mettersi in contatto con loro, per lasciargli un messaggio: “Una morale di affermazione. Non bisogna lasciarsi impressionare dai deprezzamenti di cui è oggetto il sentimento amoroso. Bisogna affermare. Bisogna osare. Bisogna amare…”.

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