Nel libro "Il gatto che arrestava i malviventi", Detlef Bluhm racconta molte storie di animali speciali... tra cui la gatta che accompagnò gli ultimi giorni di vita di Francesco Petrarca. Lo stesso poeta affermava: "L’umanità si può suddividere grossomodo in due categorie: coloro che amano i gatti e coloro che vengono puniti dalla vita..." - Su ilLibraio.it un capitolo

Un gatto randagio aiuta a catturare un criminale latitante super-ricercato; una gatta astuta si prende gioco della morte; un micetto attento diventa testimone di un efferato delitto e un cavallo da corsa supera tutti i record grazie alla sua amica felina… Queste alcune delle storie raccontate ne Il gatto che arrestava i malviventi di Detlef Bluhm, in libreria per Corbaccio. L’autore, dopo aver interrotto gli studi universitari in Teologia, ha lavorato nel settore dell’editoria, come libraio e come editore. Direttore dell’Associazione dei librai e editori di Berlino, è presidente del Literaturhaus di Berlino. Ha scritto molti libri sui gatti fra cui, pubblicati in Italia da Corbaccio, Impronte di gatto, Tutto quello che vorreste sapere sui gatti e La gatta che amava le acciughe.

Su ilLibraio.it, pubblichiamo una delle storie contenute nel libro, che riporta la “probabile” ultima lettera di Francesco Petrarca, dove il poeta racconta del suo rapporto speciale… con una gatta.

La probabile ultima lettera di Francesco Petrarca

Gli studiosi considerano da tempo il 4 giugno 1374 come la data dell’ultima lettera nota, scritta più di seicento anni fa, di Petrarca (1304-1374). Il grande scrittore e poeta morì sei settimane dopo. La lettera, in cui egli dice addio, Petrarca la indirizzò al suo amico, veneratore e allievo Giovanni Boccaccio (1313-1375), autore del Decamerone. La lettera si concludeva con le parole di addio: «Addio amici, addio lettere!».

Di recente, tuttavia, in un monastero nel nord Italia è stata trovata una lettera che reca la data dell’11 luglio 1374, una settima prima della morte di Petrarca. Lo studio della lettera non è ancora stato ultimato. Ma il testo leggermente discontinuo lascia supporre che si tratti in realtà dell’ultima testimonianza scritta dello scrittore.

Pubblichiamo qui per la prima volta questa lettera sorprendente.

Francesco saluta Giovanni Boccaccio.

Ho riflettuto spesso tra me e me su cose su cui nessuno riflette molto e su cui pochi riflettono abbastanza: sui «novissimi» e sulla morte. Questa riflessione non è mai superflua e mai prematura poiché la morte è certa per tutti come incerto è solo il momento della morte. Il mio, di momento, non è più molto lontano. La mia vita volge al termine, sebbene il mio spirito sia ancora vivo e in pieno fermento.

Ma lo spirito dell’uomo non può annullare le leggi della natura. Ti ho scritto da poco una lettera di addio, ma oggi sento il bisogno di farmi sentire di nuovo, di renderti partecipe. Devi sapere del miserevole stato di salute in cui versa il mio corpo, anche se ciò vuol dire dettare questa lettera: già da molto tempo la mia mano è diventata troppo debole per guidare la penna. Ma sarei lieto se Tu dedicassi un po’ del Tuo tempo alle cose e ai pensieri dei miei ultimi giorni.

Come sai, non trovo alcun piacere nei rumori delle città, preferisco la quiete dei boschi; non sono nato per le questioni che riguardano leggi e guerre ma per la solitudine e la tranquillità. La mia vita si basa sull’allegria, quella delle città su un triste affaccendarsi. Il bosco non è invero luogo d’ispirazione mentre la città nemica della letteratura? È per questo che da tempo raduno qui tutti gli amici che ci hanno lasciato già secoli fa, che conosco solo grazie ai loro scritti o di cui ammiro le gesta, il carattere, l’educazione, la vita, la lingua, l’intelletto. Li raduno sempre nella mia casa o nel mio giardino ad Arquà e parlo con loro con molta più gioia di quando parlo con coloro che sembrano ancora vivi. Poiché tra le invenzioni dell’uomo non c’è nulla di più duraturo della letteratura.

Laura, l’amore della mia vita, della cui bellezza non hai mai potuto godere, e che la peste mi ha portato via già da un’eternità ad Avignone, ancora adesso dopo molto tempo dalla sua morte è la regina incontrastata del mio cuore. Eppure un giorno, ormai quasi due estati fa, una gatta è entrata a far parte della mia vita insidiandone il primato. Da allora, questi due esseri si contendono lo scettro del mio cuore combattendo una lunga lotta travagliata, che ancora non ha un vincitore, sul campo di battaglia dei miei pensieri e sentimenti. La gatta ha macchie di tre colori diversi, come pochi in questa zona, zampe lunghe e un carattere dolce. Il suo mantello è morbido come la più raffinata delle sete, ma sono gli occhi quel che la rende speciale. E che la contraddistingue da tutte le altre creature della sua specie. Il suo occhio sinistro è verde brillante come un lago di montagna, l’altro è del misterioso colore dell’ambra luccicante. È entrata nella mia casa e nel mio cuore un bel giorno d’estate mentre stavo completando la mia raccolta di vite De viris illustribus.

Amico e fratello, una volta mi hai consigliato di godere dei giorni andati e di lasciare agli altri qualcosa su cui scrivere. Ma di una cosa sono sempre stato certo: il lavoro e la concentrazione continui sono nutrimento per il mio spirito; riposarmi, rallentare per me significherebbe che la mia vita è finita. Per questo tutto ciò che non ha che fare con le questioni davvero importanti per me, a prescindere dalle esigenze della natura: dormire, mangiare e riposare un po’ per rinforzare il corpo e ristorare lo spirito, lo faccio perché lo devo fare. Persino quando mi pettino o mi rado, sono solito leggere, scrivere o dettare. La mia penna non mi abbandona neanche durante i miei pasti frugali, e tutto l’occorrente per scrivere è disseminato su ogni mio tavolo. Avevo anche preso l’abitudine di terminare in groppa a un cavallo una poesia e un viaggio al contempo, ma ahimè non viaggio più. Lo spettacolo di valli, montagne, mari e boschi sconosciuti non mi è più concesso. Ma non divaghiamo.

La gatta è spuntata d’un tratto davanti al mio scrittoio, non so come possa essere entrata in casa. I suoi occhi di colore diverso mi scrutavano e, quando ha capito che non ero un pericolo per lei, si è avvicinata, strusciandosi e annusando qua e là una gamba della sedia, una porta di armadio o una pila di libri tastando cautamente con la zampa, e dopo aver perlustrato il mio scrittoio se ne è impadronita. Alla fine si è sdraiata in un punto illuminato dal sole, ha allungato le zampe e ha aperto le fauci per emettere un prolungato miagolio stridente che è terminato in un sospiro talmente soddisfatto che io, disarmato e vinto dai suoi modi educati, sono andato alla porta, ho chiamato il servitore con voce sommessa e gli ho ordinato di portarmi subito del latte e formaggio. La gatta ha mangiato tutto facendo intense fusa rumorose e, dopo che io le ho accarezzato un po’ il suo mantello di seta e le ho fatto dei grattini alla testa, è saltata su un cuscino e vi si è acciambellata. Da allora mi delizia della sua presenza, mi segue spesso durante le mie passeggiate in giardino e, quando scrivo o detto, mi guarda ammirata con i suoi occhi impenetrabili, eppure comprensiva come un essere estraneo che attende paziente a un compito che gli appare senza senso.

Sembra che la gatta non sia nata per lavorare. Dopo essersi riposata e lavata, e dopo aver mangiato esce in giardino per godere della natura in mezzo al prato e tra i cespugli a caccia di raggi del sole, farfalle, topi. Ma quello che fa non diventa mai un lavoro. Fa quello che le piace fare e si muove con una grazia che non ha eguali in natura. Talvolta i suoi movimenti sono talmente lenti che cessano di essere movimenti.

Giovanni, segui ancora i miei pensieri pieni di sconforto sulla nostra chiesa, ma serbali nel Tuo cuore perché non saranno accolti in piazza e neanche dai nostri molti amici. Quella corte di Gesù Cristo, che una volta era il centro della venerazione di Dio, a causa dei nostri peccati adesso non è più protetta dall’aiuto di Dio ed è diventata un covo di ladroni senza scrupoli. Ho constatato che lì non esiste nessuna devozione, nessun amore per il prossimo, nessuna fiducia, nessun rispetto di Dio, nessun timore di Dio, nessuna sacralità e nessuna umanità. L’amore, il pudore, il decoro e la rettitudine sono stati messi al bando. I membri della curia giudicano le pecorelle che gli si affidano solo secondo quanto potrebbe fruttargli la loro lana. Desidero che la verga velenosa della mia collera possa coglierli tutti.

Perché questi mascalzoni chiamano ladra la gatta, anche se lei sottrae alla natura solo quello che le serve per vivere. La gatta non sa cosa sia la diplomazia o la repressione, ma sa bene cosa sia la libertà che per lei sta sopra ogni cosa. La mia gatta a tre colori combatte ogni giorno con gli artigli e con i denti per la sua libertà, se gatti estranei si azzardano a entrare nel mio giardino o persino nella mia casa. Le mie proprietà sono ormai diventate il suo regno in cui nessun altro gatto è ammesso. Proprio come il nostro buon Dio geloso, all’infuori del quale non dobbiamo avere altro dio. Talvolta sono tentato di pensare che se Dio è potuto essere un uomo, avrebbe potuto essere benissimo anche un gatto, tanto perfetto è questo animale. Ma non oserei mai pronunciare questo pensiero e, Ti prego, serbalo anche Tu nel tuo cuore.

La gatta tiene molto alla sua libertà personale, e ti adula solo se le va. Quando la chiamo viene solo se ne ha voglia. Non conosco altri animali tanto liberi e indipendenti. Ti ricordi? Sul colle Aventino c’è il tempio della Libertà che il console romano Tiberio Sempronio Gracco ha fatto erigere prima che nascessero i nostri signori. Al suo interno si può ammirare l’allegoria della libertà raffigurata come una donna con ai piedi un giogo e una catena rotta, e a fianco un gatto con la coda davanti alla zampa anteriore. Il gatto era simbolo di libertà già nella Roma pagana. Allora, quando vivevo a Roma non ci avevo mai fatto caso. Ma ora che questo ricordo mi è venuto di nuovo in mente mi ha profondamente illuminato.

Ma la qualità che più apprezzo della gatta è il modo in cui difende i miei libri e scritti contro gli attacchi insolenti dei roditori. Lei è l’efficace scudo protettivo della mia biblioteca.

I libri sono sempre stati la mia vita. Ti ho mai raccontato, amico mio, questa terribile storia di mio padre? Tutti i libri che avevo messo insieme da giovane, mio padre li considerava di ostacolo a uno studio che fosse fonte di lucrosi guadagni. Per questo io li nascosi in un posto segreto. Alla fine però dovetti vedere con i miei occhi come si erano ridotti e darli alle fiamme. Per me fu come bruciare io stesso. In seguito, se ben ricordo, vedendomi così malinconico, mio padre estrasse due volumi già carbonizzati dalla brace e, mentre piangevo, nella destra Virgilio e nella sinistra le opere di retorica di Cicerone, disse: «Prendi. Custodisci questo Virgilio per rinnovare di tanto in tanto il Tuo spirito, e Cicerone come ausilio nello studio del diritto». Da allora colleziono libri. E la gatta uccide tutti gli aggressori dai denti pronunciati o li fa scappare. Per questo quando morirà sarà imbalsamata, e la sua memoria onorata per sempre grazie a un loculo sulla porta della mia biblioteca. Ti farebbe piacere comporre un epigramma per l’epitaffio? Te lo chiedo come mio ultimo desiderio, io non sono nella condizione di farlo. La amo troppo e non potrei celebrare la sua morte prima del tempo.

E non c’è da stupirsi che io abbia un tale pensiero alla fine della mia vita: l’umanità si può suddividere grossomodo in due categorie. In coloro che amano i gatti e in coloro che vengono puniti dalla vita.

Addio per sempre.

[Firma illeggibile], 8 luglio 1374 Arquà.

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