La sofferenza è inevitabile, ma come farvi fronte è una nostra scelta

Due autorità, non solo spirituali. Entrambi premi Nobel per la pace, il Dalai Lama e Desmond Tutu, arcivescovo anglicano emerito del Sudafrica, dialogano in un libro dedicato ai grandi temi dell'esistenza. E offrono risposte per nulla scontate

Viviamo tempi cupi, di amaro disinganno. Le risposte della tradizione religiosa e sapienziale vacillano pericolosamente. Domina il cinismo che distilla il suo veleno in maniera inesorabile nelle nostre vite e sembra l’unica ferrea legge che domina il rapporto con gli altri e con il futuro.

Il Libro della gioia (Garzanti) va controcorrente. Invita a riflettere, a essere felici. Non è uno di quei manuali tanto in voga oggi con consigli un po’ stucchevoli e improbabili su come raggiungere la felicità attraverso pratiche che uniscono yoga e yogurt, meditazione e fitness. È una riflessione di due “amici” particolari: da una parte Tenzin Gyatso, il Dalai Lama, e dall’altra Desmond Tutu, arcivescovo anglicano emerito del Sudafrica.

Entrambi premi Nobel per la pace (Tutu lo ha vinto nel 1984, il Dalai Lama nel 1989), entrambi protagonisti di dure lotte per la giustizia. Tutu, primo arcivescovo anglicano di colore di Città del Capo, è stato al fianco di Nelson Mandela nella battaglia contro l’apartheid. Il Dalai Lama, costretto all’esilio in India dall’occupazione cinese del Tibet, si è distinto per l’impegno a favore dell’autonomia del suo Paese ed è profondamente inviso alla Cina.

Due autorità, non solo spirituali, che si sono ritrovate nell’aprile dell’anno scorso a Dharamsala, in India, per un dialogo a tutto campo sulla gioia, partendo dalle scoperte scientifiche per passare dalle lezioni teologiche e morali fino ad approdare a una selezione di pratiche proposte ai lettori alla fine del libro. Emerge anche la personalità di due maestri che saremmo abituati a considerare fin troppo seriosi e ascetici ma che invece scopriamo pronti alla battuta, allo scherzo, all’umorismo, vero indice e barometro della gioia del cuore.

Il dialogo tra i due, abilmente orchestrato da Douglas Abrams, prende le mosse dalle domande, più di mille, ricevute da tantissima gente comune sparsa nel mondo. «Significativamente», scrive Abrams, «il più frequente non era incentrato su come trovare la via della gioia, ma su come vivere con gioia in un mondo così pieno di sofferenza». Qui il dialogo prende quota, scava nel vissuto profondo di ognuno, cerca di fornire risposte per nulla banali o scontate. Ogni discorso sulla gioia, infatti, non può prescindere dall’eterno scandalo della sofferenza. Quella dell’arcivescovo Tutu, afflitto dal tumore alla prostata che ha messo a un certo punto in discussione il viaggio verso l’India, e quella del Dalai Lama in lotta per il suo popolo di esiliati che lo ha reso un’icona mondiale della compassione e della pace. Quella, infine, di milioni di persone sparse in ogni angolo del pianeta che sempre più considerano inconciliabile questo mondo di dolore con la prospettiva della felicità.

dalai lama

La sofferenza è inevitabile, spiegano i due, ma come farvi fronte è una nostra scelta. «Siamo creature fragili», spiega l’arcivescovo Tutu all’esordio del ritiro con il Dalai Lama, «ed è proprio grazie a questa fragilità, e non a dispetto di essa, che scopriamo la possibilità della vera gioia. La vita è piena di problemi e di avversità. La paura è inevitabile come il dolore e infine la morte. Pensi al ritorno del cancro alla prostata, ci rifletta bene», conclude rivolgendosi ad Abrams. La prospettiva che unisce il monaco tibetano e il vescovo anglicano è quella, per così dire, esistenzialista, perché non cerca fughe in avanti per addolcire il discorso. «Trovare il modo di vivere con più gioia mi spiace dirlo», sono ancora le parole di Tutu, «non ci risparmierà l’inevitabilità delle privazioni e dello struggimento. Anzi, piangeremo più facilmente, ma rideremo anche più facilmente. Forse così siamo solo più vivi. Se però riusciamo a provare più gioia, possiamo affrontare la sofferenza in un modo che ci nobilita e che non ci amareggia. Soffriamo senza inaridirci. Ci struggiamo senza distruggerci». E il Dalai Lama, attingendo alla grande sapienza buddista, indica nella ricerca della felicità un’esperienza capitale dell’umano: «Fin dal momento della nascita», spiega, «ogni essere umano vuole trovare la felicità ed evitare la sofferenza. Non ci sono differenze culturali, religiose o educative che possano modificare questo percorso. Nel profondo del nostro essere, desideriamo semplicemente la gioia e la contentezza. La vera fonte della felicità sta dentro di noi. Non è il denaro, non è il potere, non è lo status».

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La gioia, nella “ricetta” dei due maestri, non è un invito a oltrepassare la nostra finitezza ma ad abitarla. E, avvertono, è una cosa davvero importante per vivere all’altezza dell’umano. Vengono in mente le parole di un romanzo popolare pubblicato nel 1912 da Eleonora Porter, Polyanna, che racconta la storia di una bambina rimasta orfana a 11 anni, affidata a una zia di matrice puritana e protagonista anche di un cartone animato molto popolare in Italia negli anni Ottanta. In un passo, Polyanna evoca con nostalgia la figura del padre, pastore protestante, capace di superare l’amarezza e il rigore, ritrovando le radici bibliche della gioia, con queste parole: «Non avrebbe continuato neanche un giorno a fare il pastore, se non ci fossero stati nella Bibbia “i versetti della gioia”. Papà li chiamava così. Sono tutti quelli che cominciano con “State sempre lieti”, “Gioite nel Signore”, “Cantate canti di gioia”. Un giorno papà era tanto triste e si mise a contarli. Sono 800! Diceva che se Dio si era dato pena di esortarci per 800 volte ad essere contenti, doveva essere importante».

 

 

 

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