"Gotico Americano", primo titolo di narrativa della nuova collana Munizioni di Bompiani, diretta da Roberto Saviano, racconta la storia di Bruna, che per amore e lavoro emigra negli Stati Uniti, trovandosi di fronte una realtà in contrasto con il grande sogno americano, alle soglie delle elezioni presidenziali del 2016. Scritto da Arianna Farinelli, il romanzo mescola fiction e cronaca. ilLibraio.it ha intervistato l'autrice. Tra i temi affrontati, la differenza tra free e hate speech

Gotico Americano, primo titolo di narrativa della nuova collana Munizioni di Bompiani diretta da Roberto Saviano, esplora paure e convenzioni della cultura occidentale. Il romanzo racconta la storia di Bruna, che per amore e lavoro emigra negli Stati Uniti, trovandosi di fronte una realtà in contrasto con il grande sogno americano. Dagli screzi con i suoceri borghesi e perbenisti al dramma familiare vissuto con il figlio Mario, intrappolato in un corpo maschile; dalle soddisfazioni accademiche che tardano ad arrivare a una storia d’amore impossibile con Yunus, uno dei suoi studenti. Il tutto mentre sullo sfondo si delinea uno scenario socio-politico che ha dell’incredibile: l’America ha scelto il suo nuovo Presidente, Donald Trump.

Arianna Farinelli (nella foto di Margherita Mirabella, ndr) che oggi vive negli Stati Uniti e insegna Scienze Politiche al Baruch College della City University di New York, esordisce con una narrazione tra fiction e cronaca, mettendo in discussione le istituzioni – Patria, Famiglia e Religione – alla ricerca di risposte razionali alle paure più umane.

ilLibraio.it ha ripercorso con l’autrice le pagine di Gotico Americano, che esce all’inizio dell’anno delle elezioni presidenziali.

Arianna Farinelli Gotico americano

La storia prende avvio alla vigilia dell’elezione di Donald Trump, in un momento in cui gli elettori sentivano un desiderio di “cambiamento, soprattutto tra coloro che hanno risentito della crisi economica e in cui Trump era stato in grado di capitalizzare le paure degli americani” (Trump o Clinton? Partita ancora apertaAnsa, 3 novembre 2016). Come sarebbe la storia di Bruna e Yunus se dovesse raccontarla oggi, nell’anno delle elezioni?
“Probabilmente sarebbe molto simile. L’ISIS è stato ufficialmente sconfitto con la caduta di Raqqa nel 2017 ma il fondamentalismo islamico esiste ancora e i campi profughi allestiti in Siria per le mogli e i figli dei jihadisti morti in guerra sono potenziali fucine di estremismo religioso. Detto questo, negli Stati Uniti, le condizioni economiche e sociali non sono molto diverse dal 2016. Aumentano le disuguaglianze economiche, di cui parlo anche nel romanzo, tanto che il più ricco 10% detiene il 50% della ricchezza nazionale, proprio come negli anni Venti del Novecento. La disoccupazione è sotto il 4% ma a causa dei salari bassi, le persone devono fare anche tre lavori per poter sopravvivere. A questo si unisce ancora una volta la paura degli immigrati e di chi è considerato “diverso” come i musulmani protagonisti della mia storia. Nei prossimi decenni la demografia degli Stati Uniti cambierà molto. I bianchi non saranno più maggioranza nel Paese ma diventeranno la più grande delle minoranze. Crescerà il numero di residenti e cittadini di origine ispanica. Gli americani bianchi hanno paura di perdere peso demografico e politico. Per questo la retorica trumpiana contro gli immigrati e gli americani non-bianchi ha ancora molta presa su quell’elettorato.”

Come racconta dalla reazione di Bruna e del marito Tom, nel 2016 è accaduto qualcosa che nessuno riteneva possibile. Com’è cambiata la percezione nei confronti del Presidente Trump, soprattutto alla luce di un possibile nuovo mandato?
“L’elettorato americano è anche più polarizzato oggi di quattro anni fa. C’è chi è ancora molto favorevole a Trump e alle sue politiche. A questi elettori, in particolare, piacciono le decisioni prese dal presidente in campo economico (riforma fiscale), nel commercio estero (guerra commerciale con la Cina), in materia di immigrazione (muro e separazione dei genitori dai figli piccoli in caso di attraversamento della frontiera con il Messico) e in politica estera (Iran e uscita dall’Accordo sul Clima). L’altra metà dell’elettorato è profondamente critica nei confronti di queste misure. L’elezione, come sempre, si gioca tutta su quegli stati in bilico dove l’elettorato è spaccato esattamente in due”.

Ha affermato di aver scritto questo romanzo per darsi delle risposte, innanzitutto come un giovane occidentale possa avvicinarsi al jihad. A quale consapevolezza è arrivata e quali sono i nuovi interrogativi emersi durante la stesura?
“Solitamente l’estremismo religioso è il risultato di due fattori: la mancanza di integrazione dei giovani musulmani, spesso conseguenza della loro marginalizzazione sociale in Occidente; e il fascino delle organizzazioni terroristiche come l’ISIS, quindi l’idea di entrare a far parte di una comunità, di lottare per una causa, di appartenere finalmente a un gruppo. Mi chiedo spesso cosa accadrà in futuro. L’ISIS è stato sconfitto sulla carta ma promette di riorganizzarsi sotto nuove bandiere e con nuovi leader. Allo stesso tempo, la situazione in Siria e in Iraq è tutt’altro che pacificata. Questi paesi continuano a servire da campo di battaglia nelle guerre per procura combattute da altre potenze regionali e globali (Stati Uniti, Russia, Turchia, Iran, Arabia Saudita). Rimango convinta che il modo migliore per sconfiggere il terrorismo domestico sia quello di non lasciare indietro nessuno. Una società più giusta e inclusiva è l’arma più efficace contro il fondamentalismo religioso”.

Il romanzo percorre due grandi temi: libertà e felicità. Dall’incontro con la famiglia di Tom, il marito, alle difficoltà con i figli – soprattutto con Mario nell’affermazione della sua identità – fino al rapporto con Yunus, Bruna sembra raccontare questo: l’impossibilità di scindere libertà e felicità personali dal contesto in cui viviamo e dalle sue convenzioni. È d’accordo? Quanto potere abbiamo di cambiare queste regole “non scritte”, verso un percorso di autorealizzazione?
“Abbiamo il dovere di continuare a batterci per cambiare convenzioni e modi di pensare che sono spesso il risultato di ignoranza e pregiudizi. Bruna lotta per emanciparsi dai suoceri che vorrebbero decidere per lei come crescere i figli. Vuole proteggere Mario, che è un bambino transgender, dai nonni paterni e lo fa pur essendo assalita da dubbi e incertezze. Quando conosce Yunus, che è afroamericano, si rende conto di quanto sia segregata e monocolore la sua vita. Vive in un quartiere ricco, circondata da bianchi, e conosce poco New York e la sua straordinaria ricchezza culturale e umana”.

I suoi studenti sono immigrati, o americani di prima generazione, spesso i primi della loro famiglia ad andare al college”. Come Bruna, la protagonista del suo romanzo, anche lei insegna Scienze Politiche (Baruch College della City University of New York). Qual è la percezione che hanno i suoi studenti del contesto socio-politico in cui vivono?
“Ogni volta che entro in classe a New York vedo due tipi di studenti. Ci sono ragazzi e ragazze estremamente motivati e che credono ancora molto nel Sogno Americano. E studenti che hanno perso fiducia e non credono che l’ascensore sociale in America funzioni ancora. Sono delusi e pensano che se nasci in un quartiere difficile e non sei bianco hai meno probabilità di farcela degli altri. Nel romanzo spiego il perché di questi sentimenti così diversi nei confronti della società americana e della possibilità di realizzazione personale”.

Ci sono delle forti differenze tra la quotidianità e quello che viene veicolato dai media o in campagna elettorale? Per esempio, quanto viene esasperato e quanto invece passa sotto silenzio?
“Nel romanzo descrivo come, negli anni Ottanta, i media americani fossero ossessionati dalla guerra alla droga del presidente Reagan e come quella amministrazione sfruttò le paure dei cittadini (fomentata dai media) per inasprire le leggi. Il risultato fu che molti giovani afroamericani finirono in carcere per cinque grammi di crack (la droga dei poveri) e furono condannati con una sentenza minima di cinque anni di prigione, la stessa pena prevista per chi veniva trovato in possesso di 500 grammi di cocaina (la droga dei ricchi). L’epidemia di crack venne sensazionalizzata dai media come se la droga esistesse solo nei quartieri dei neri e fosse del tutto assente in quelli dei bianchi. Della condizione dei quartieri poveri – le scuole fatiscenti, la mancanza di lavoro, le forme sbagliate di assistenza – non si parlava mai. Finché i media si occuperanno di sensazionalizzare le notizie, invece di capire le cause più profonde del disagio, sarà difficile che ci siano cambiamenti di rilievo nella politica e nella società contemporanea”.

A questo proposito, nel romanzo si tratta anche la distinzione tra “free speech” e “hate speech”. Quest’ultimo è l’esasperazione di un messaggio o l’assenza di un contenuto? E ancora, quante volte l’hate speech si applica semplicemente a chi contesta il nostro pensiero – avversari politici, fazioni opposte, giornalisti di differenti linee editoriali -, presupponendo sempre di essere nel giusto?
“Nel romanzo parlo di questi temi descrivendo la visita di un commentatore politico conservatore nell’università dove insegna Bruna. Alcuni studenti vogliono che tenga il suo discorso in nome del free speech (la libertà di parola sancita dal Primo Emendamento della Costituzione americana). Altri invece contestano violentemente la sua presenza asserendo che il commentatore politico è un odiatore e non merita di parlare. Questi fatti sono realmente accaduti in diverse università americane dopo l’elezione di Trump. Io credo nella libertà di parola come diritto riconosciuto a tutti. Credo poi che ognuno possa contestare quelle idee con la forza e il buon senso delle proprie. Per quanto riguarda l’odio sui social media – dove è più difficile avere un contraddittorio e dove molti si nascondono dietro profili anonimi – c’è bisogno di una maggiore regolamentazione che protegga le persone e punisca gli odiatori o quanto meno rimuova i loro messaggi dalla rete”.

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