Il nuovo libro dello scrittore Gregorio Magini, "Cometa", è un romanzo di formazione fuori dagli schemi, un ritratto straniante della storia italiana recente, una fotografia della gioventù contemporanea e della sua percezione del mondo... - Su ilLibraio.it un capitolo

“È un libro che racconta la storia di due maschi che fanno cose da maschi nel senso più deteriore, senza infingimenti o rispetto per la decenza”, dichiara Gregorio Magini parlando del suo nuovo romanzo, Cometa (Neo Edizioni), in un intervista a Linkiesta.

cometa gregorio magini neo edizioni copertina

L’autore, fiorentino classe ’80, ha pubblicato racconti su diverse riviste e, insieme a Vanni Santoni, è fondatore del progetto SIC (Scrittura Industriale Collettiva), dal quale ha avuto origine In territorio nemico (minimum fax). Dopo il primo La famiglia di pietra (Round Robin Editrice), Magini, che nella vita fa il programmatore, torna al mondo del romanzo con Cometa, storia di una doppia formazione, tutt’altro che convenzionale.

I due protagonisti sono Raffaele, contraddistinto da un erotismo satiresco, e Fabio, nerd e misantropo a tempo pieno; dalla collisione delle loro esistenze scaturisce un’amicizia tanto solida quanto improbabile, amicizia che si fa catalizzatore dell’evoluzione e della crescita dei due personaggi, attraverso tappe dalle più materiali alle più impalpabili, come la sessualità e la familiarità con la rete. Nell’amicizia dei due personaggi, Cometa delinea un ritratto straniante eppure efficacie degli ultimi trent’anni della storia italiana, attraverso gli occhi di due ragazzi giovani, esemplari perfetti della loro generazione, rappresentata in tutta la sua imperfezione, i vizi e le debolezze, la paura e la fretta di vivere, ma soprattutto lo sguardo sul mondo, la percezione della realtà.

Per gentile concessione dell’editore, su ilLibraio.it un estratto dal romanzo:

La politica dal basso, a cavallo del millennio, era divertente. La vita quotidiana, dopo la noia irriferibile del liceo, diventò improvvisamente festosa e significativa. L’università era facile, le famiglie in genere ci tenevano che non si lavorasse, avevamo più tempo libero di quanto ne sapevamo riempire. Ci venne naturale, dato il contesto, occuparne molto tra centri sociali e collettivi. Credevamo di far parte della marea montante di un movimento intergenerazionale e non avremmo mai immaginato che ne stavamo vivendo gli ultimi riflussi prima del lungo inverno. Nemmeno l’arrivo della repressione, sulle prime, ci aprì gli occhi. Ci dicemmo, tanto meglio: senza scosse, non ci sarebbe il movimento. Per noi del FAP – Frenocomio Autogestione Perenne, (un frizzante mischio di allievi del postoperaismo, marxisti sentimentali e altri nostalgici dell’estetica del Sessantotto, anarcosituazionisti, hacker e raver alle prime armi), la prima, morbida scossa di repressione arrivò nel marzo del 2001 a Napoli.

Io e Antonia, scesi dal treno, invece di ammassarci con gli altri in Corso Umberto, svicolammo su per Forcella e andammo a perderci nei vicoli, affascinati dagli energumeni obesi in ciabatte, dai ruderi e dai pantaloni appesi ad altezze inconcepibili. Era una giornata già primaverile e ci stavamo simpatici: ci autoassolvemmo facilmente per aver disertato la manifestazione, ed eravamo del resto sempre in tempo a raggiungere il corteo quando questo si sarebbe accampato in Piazza del Plebiscito.

Antonia era una ragazza dal sorriso difficile e dal brutto rapporto con qualcosa la cui origine non riuscivo ad afferrare, ma il cui risultato era chiarissimo ed era che non me la dava.

Come molte femmine nel movimento, era intimamente impegnata nella lotta per l’affermazione della parità di genere, che trovava la sua espressione più appariscente nel rifiuto della cosmesi (per tacere di innovazioni linguistiche quali l’abolizione della flessione a favore di marcatori neutri, p.es.: car* compagn*). Antonia, come altre compagne, non si depilava, non si truccava, non si pettinava i lunghi capelli neri, non usava il deodorante, indossava magliette troppo grandi (forse di un fratello maggiore? Non mi parlò mai della sua famiglia), maglioni stazzonati e bucati, pantaloni di lana grezza, sandali di sughero. Unica decorazione uno spago annodato al polso che le avevo regalato io. Tale trascuratezza aveva l’effetto collaterale di desessualizzare i rapporti tra i membri del movimento, non certo fino al punto da impedire gli accoppiamenti, ma sicuramente abbastanza da degradare l’erotismo a una posizione secondaria. L’emancipazione non passava più attraverso la liberazione del corpo, come era stato per le nostre mamme (almeno idealmente, o almeno secondo la nostra idea di figl*), ma attraverso il suo abbandono. Il rifiuto dell’uomo-consumatore comportava per molte donne un difficile passaggio attraverso le secche del desiderio che non ha più un suo oggetto. Antonia viveva tutto questo con particolare sofferenza, perché era chiusa per natura, spigolosa non solo nei modi ma anche nel fisico (gli zigomi piatti, i gomiti e il bacino puntuti), probabilmente assillata da cattivi pensieri fin dall’infanzia, sulla propria bellezza, sulla propria intelligenza, sulla propria natura. Il suo senso di inadeguatezza si era trasformato repentinamente in rabbia quando sulla soglia dei vent’anni si era resa conto che persone ben più brutte, stupide e cattive di lei si facevano meno problemi e studiavano o lavoravano o si divertivano o s’innamoravano alla faccia di tutti i loro limiti, mentre lei stava lì a macerare.

La consolazione della sua vita erano gli amici. In quei ragazzoni tutti chitarra e maglioni della nonna coi forasacchi, trovava un mesto equilibrio tra confidenza e distacco, il massimo che potesse sopportare in un rapporto. Anche con me stava provando a stabilire un’amicizia, ma non funzionava perché a fronte della sua limpidezza d’intenti io non nascondevo di voler più che altro scopare. Era accaduto in una notte di primavera, eravamo seduti sull’argine di un fiume e cercavamo i salti dei pesci siluro come si cercano le stelle cadenti. Le massaggiai una spalla, dissi: ti va se ti do un bacio?

Sei innamorato di me?

No.

Allora no.

(Continua in libreria…)

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