“Credo che gli adolescenti siano esseri molto intelligenti. Il Paese che un giorno avrà come presidente un adolescente darà vita al primo governo in grado di funzionare. Noi adulti siamo tutti uguali, e abbiamo smarrito le emozioni capaci di salvarci dal dolore”. In occasione dell'uscita di "Quello che ti dirò", ilLibraio.it ha intervistato l'autore di "Braccialetti rossi" (da cui è stata tratta la fortunata serie tv), Albert Espinosa, che, oltre a parlare dei temi del libro, ha raccontato il suo rapporto con la scrittura: "Credo di essere un ottimista per natura: mi piace che ogni storia, dopo tutto, finisca sempre col farci sorridere”

Nel suo nuovo romanzo, Quello che ti dirò (Salani), Albert Espinosa sceglie un io-narrante tormentato dalla morte del padre, chiuso con il suo bisogno di narrare in una stanza d’albergo sul Lago di Como. Come mai Izan (questo è il suo nome) è arrivato lì? E che cosa lo ha portato a partire con suo padre, nonostante il rapporto conflittuale tra i due? Forse il padre non ha mai accettato la sordità del figlio, o è stato solo troppo impegnato a cercare di salvare bambini sequestrati e/o abusati? Per rispondere a queste domande, ha inizio un doppio flashback, uno che risale all’infanzia di Izan e l’altro che percorre il passato più recente: l’intreccio, tutt’altro che scontato, è intriso di sentimenti fortissimi e difficili da confessare, materia in cui Albert Espinosa è maestro. Per approfondire i tanti filoni narrativi del romanzo, ilLibraio.it ha intervistato l’autore.

Nei suoi romanzi affronta spesso temi come la malattia, il trauma (fisico e psicologico) e non è raro che i suoi personaggi si trovino in un ospedale, a fronteggiare la sofferenza propria o di persone care. In questo nuovo romanzo, il protagonista, colpito dalla sordità, si trova al capezzale del padre morente, che si è sempre occupato di ritrovare bambini sequestrati e abusati. Cosa significa per lei dar voce al dolore?
“Credo che il dolore sia l’emozione più bella che esista. Ciò che mi preme non è dar voce al dolore in quanto tale, ma mostrare che i personaggi protagonisti dei miei libri non sono mai perfetti. Io non lo sono: mi mancano una gamba e un polmone. Credo che i personaggi siano sempre persone segnate dalla dimensione della mancanza, che sia fisica o in senso più lato”.

Si sente maggiormente a suo agio a scrivere di simili personaggi?
“Preferisco che i miei personaggi siano sempre speciali, caratterizzati dalla diversità, forse perché mi sento io per primo così”.

Se in Quello che ti dirò il protagonista è ormai un uomo adulto, a un certo punto la narrazione della vicenda principale si alterna alle lettere di una giovanissima, in cerca di aiuto. La ragazza, vittima di abusi e giunta alla disperazione, confida però di essere stata salvata. Dunque, ancora una volta sono gli adolescenti a trovare spazio nei suoi romanzi: perché ha scelto di adottare il loro punto di vista?
“Credo che gli adolescenti siano esseri molto intelligenti. Il Paese che un giorno avrà come presidente un adolescente darà vita al primo governo in grado di funzionare. Noi adulti siamo tutti uguali, e abbiamo smarrito le emozioni capaci di salvarci dal dolore”.

E gli adolescenti, invece?
“Gli adolescenti non hanno ancora abbandonato quel nucleo emotivo, perciò mi sembra interessante che questa conversazione avvenga tra un uomo adulto e una ragazza giovane, mi pare un mix perfetto per dare vita a questo romanzo”.

La ragazza scrive, scrive pagine di diario che contengono quel che ha subito insieme a tutti i suoi pensieri, e per lei quel quaderno è una liberazione. La scrittura ha un ruolo catartico anche per lei?
“Per me scrivere significa superare i momenti difficili della mia vita. Credo che la vita ogni sei anni ti riservi una sorpresa, bella o brutta. Scrivere mi aiuta a prepararmi per poter trasformare una perdita, quando si presenta, in un guadagno. Credo che se non scrivessi sentirei che qualcosa nella mia vita manca”.

E in particolare da cosa nasce questo romanzo?
“Dalla mia scoperta di Como, amo il lago e la sua gente, e da qui è nato questo romanzo”.

Nel suo libro leggiamo: “Nessuno rimane uguale a lungo”. Accade questo anche per la scrittura?
“Certo, nulla rimane uguale, e credo che questo sia il bello della vita. Che ti costringe a cambiare”.

Come è cambiato il suo modo di scrivere in questi anni?
“Credo che i miei romanzi abbiano più sfumature, i miei sono personaggi siano sempre aperti al cambiamento, e disposti a mettersi in gioco. Credo di essere un ottimista per natura: mi piace che ogni storia, dopo tutto, finisca sempre col farci sorridere”.

“È molto facile allontanarsi dal mondo per evitare di essere feriti, ma tornarci dopo essersene allontanati è complicatissimo”. Lo sanno bene i suoi personaggi, in effetti; dunque, perché e come tornare?
“Tornare è una scelta difficile. Se decidi di farlo, la cosa inevitabilmente avrà un costo. La solitudine è molto seducente, e a volte credere fermamente in qualcosa può farti allontanare dal resto del mondo. Questa fuga può essere anche eccitante, se è ciò che desideri”.

E cosa ne pensa dell’alternativa alla solitudine?
“Anche la collettività, dopotutto siamo animali sociali, ha i suoi aspetti positivi. Io cerco sempre di fare in modo che la gente torni, e la aiuto in questo senso. Stare con gli altri è bello, anche quando non condividi tutto il loro mondo”.

“Non si perde mai un padre, lo si recupera in altri mille modi per il resto della vita”: quali, ad esempio?
“Beh, quando ti avvicini all’età di tuo padre, finisci con l’assomigliare a lui, perché hai le sue stesse debolezze. Questo recupero del padre avviene in svariati modi: attraverso i ricordi, nelle conversazioni con tua madre, nel renderti conto che lui aveva ragione e nell’esperienza stessa di perdere quella persona che ha determinato il tuo modo d’essere al mondo”.

 

Commenti