Arriva dalla Colombia, un paese che "che ha molto da insegnare al resto del mondo, riguardo al coraggio e alla resilienza”, Julianne Pachico, autrice de "Le più fortunate", un romanzo d'esordio che "ricerca una definizione dell’essere 'fortunati'" attraverso le storie di giovani privilegiate "incapaci di comprendere appieno la violenza del paese in cui vivono", una terra scossa da decenni di guerra civile - L'intervista, in cui si parla anche dei nuovi nomi della letteratura colombiana

“Noi tigri siberiane siamo rimaste orfane all’improvviso”. Sono le figlie privilegiate di un paese scosso da decenni dalla guerra civile, la Colombia, e la scrittrice Julianne Pachico ha deciso di dedicare loro il suo primo romanzo, Le più fortunate (Edizioni Sur, traduzione di Teresa Ciuffoletti).

Julianne Pachico

Un capitolo dopo l’altro il lettore scopre le storie di un gruppo di amiche che frequenta “il centro commerciale che sta dall’altra parte della strada, quello dove i piani superiori sono ancora sigillati con il nastro giallo da quando è esplosa l’ultima bomba”, fuma sigarette di nascosto accanto alla piscina, e si annoia come tutti gli adolescenti che non hanno nulla da fare nelle torride giornate estive. Attorno a loro c’è la guerra civile, di cui sanno poco o niente, ma che man mano penetra nelle loro vite “fortunate”.

Un loro ex professore viene imprigionato, scoppiano le bombe, gli aerei vengono dirottati, salta la corrente elettrica lasciando le ragazze isolate nelle loro magioni. Julianne Pachico ci accompagna nella quotidianità di giovani donne che vivono in una bolla destinata a scoppiare, e lo fa scegliendo una struttura tanto accattivante quanto coinvolgente: capitoli che, in realtà, sono racconti legati tra loro dai personaggi che ritornano, una storia dopo l’altra, una volta come protagonisti, un’altra come ricordi lontani di un periodo ormai finito.

Julianne Pachico

Julianne Pachico, nel romanzo sono gli occhi delle “più fortunate”, donne privilegiate, a raccontare il loro paese, la Colombia. Com’è nata l’idea?
“Ho deciso di scrivere di un gruppo di amiche della classe privilegiata colombiana, incapaci di comprendere appieno la violenza del paese in cui vivono. Ad esempio, non conoscono la differenza tra la guerriglieri e i paramilitari. Tuttavia, partendo da loro, ho anche potuto raccontare personaggi toccati più a fondo dalla violenza: la governante di una delle famiglie, l’amico che diventa comandante dei guerriglieri, o un adolescente che vive in un villaggio distrutto dalla guerra. Volevo mostrare diversi aspetti della società. E infatti, alla base del libro c’è la ricerca di una definizione dell’essere ‘fortunati”.

Quanto è radicata la violenza nella società colombiana?
“Lo è tanto quanto in qualsiasi altra nazione, in particolare in quelle più ‘giovani’. Ci sono stati più caduti nella battaglia di Stalingrado che in decenni di conflitto civile in Colombia. Piuttosto, la violenza nel paese è legata a una serie di fattori, come il possesso della terra, e questo la rende un argomento particolarmente difficile da spiegare”

Come rispondono, allora, le classi benestanti a questa situazione?
“Non voglio generalizzare, ma li unisce la passione per il paese e il desiderio di stabilità. Tutti in qualche modo sono stati toccati dalla guerra. In risposta alla situazione alcuni aspirano alla pace e al perdono, altri, invece, sono arrabbiati e vorrebbero giustizia. Tuttavia, in confronto all’aria che tira nella Gran Bretagna post-Brexit o nell’America di Trump, la Colombia ripone molta speranza nel futuro”.

Come descriverebbe la Colombia a chi non la conosce?
“E un paese spettacolare, che ha molto da insegnare al resto del mondo, riguardo al coraggio e alla resilienza”.

La Colombia è la patria del grande Gabriel García Márquez. Chi sono i colleghi contemporanei che apprezza di più?
“Ce ne sarebbero così tanti da nominare! Ad esempio, Ingrid Rojas Contreras, una scrittrice di Bogotá, ha scritto un romanzo che uscirà anche in America a luglio. Tra i libri che hanno influenzato Le più fortunate ci sono My Colombian War di Silvana Paternostro, Los ejércitos di Evelio Rosero, e Il rumore delle cose che cadono (pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie nella traduzione di Silvia Sichel, ndr) di Juan Gabriel Vásquez. Apprezzo anche Pilar Quintana e Santiago Gamboa. La Colombia ha una fantastica comunità letteraria, forse c’è qualcosa nell’aria!”

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