"La fine della ragione è nato dal fatto che sono arrabbiato per quello che vivo e vede ogni giorno...". Roberto Recchioni, uno dei nomi più importanti del fumetto italiano (tra le altre cose, è curatore editoriale di "Dylan Dog" e creatore di serie come "Orfani" e "John Doe", oltre che autore di "Monolith"), racconta a ilLibraio.it il suo ultimo libro e parla dell'apparente periodo d'oro che vive il genere in Italia: "Gli autori che campano con un libro all'anno sono una manciata rispetto a quelli che scrivono e disegnano, diciamo così, per hobby...". Quanto alla scelta del progetto Feltrinelli Comics, confida: "Non sarò mai un samurai asservito a un solo padrone, ma sarò sempre un ronin, un combattente errante"

Non c’è ambito del fumetto italiano in cui Roberto Recchioni (nella foto di Erica Fava, ndr) non abbia lasciato il segno. Sceneggiatore (della serie cult Orfani), curatore (di Dylan Dog) e scrittore: ora l’autore romano ritorna al fumetto come autore completo e lo fa con un’opera che è un’“arringa punk” contro l’oscurantismo politico e sociale.

Per chi è appassionato di fumetto il nome di Recchioni non ha bisogno di presentazioni. In Italia è una delle figure più importanti, a più livelli: nato come autore e sceneggiatore di genere, è ora il curatore di Dylan Dog e da poco anche scrittore di romanzi per ragazzi con Mondadori. Tuttavia non ha abbandonato l’autorialità, e dopo anni è tornato al disegno con La fine della ragione, scommessa editoriale della neonata Feltrinelli Comics, collana di fumetti e graphic novel curata da Tito Faraci.

Il libro è ambientato in un universo distopico, in cui la civiltà è regredita a livello tecnologico e la classe dei medici ha deciso di allontanarsi dal resto della società perché reietta. Una bambina malata e una madre disposta a tutto per salvarla. La narrazione è un pretesto per lanciare una critica con chiari riferimenti agli atteggiamenti irrazionali, al limite del superstizioso, degli anti-vaccinisti.

Roberto Recchioni la fine della ragione

La fine della ragione segna il suo ritorno al fumetto come autore completo dopo tanti anni. Il suo graphic novel si può definire un j’accuse. Perché il ritorno proprio con questa opera?
“L’ultima mia opera da autore completo è stata Asso, del 2012. La fine della ragione è nato dal fatto che sono arrabbiato per quello che vivo e vede ogni giorno, per il tipo di comunicazione a cui siamo tutti esposti. Assistiamo a orrori quotidiani, e alle follie di certi politici, che invece di controbattere con la razionalità, pur di prendere voti cavalcano le tragedie. Sono avvilito e arrabbiato, perché c’è davvero chi cammina sulla pelle dalla gente. Da qui la necessità di raccontare; una necessità molto personale, per questo non ho voluto coinvolgere altri disegnatori”.

Quindi un libro che nasce da una necessità.
“Sì, sento moltissimo il tema della salute e della sanità, per ragioni personali, e in particolare sulla questione dei vaccini vedere che certi politici cavalcano l’ignoranza dilagante mi manda il sangue al cervello. Così ho detto a Tito Faraci: ‘Sono così arrabbiato che torno a disegnare'”.

Non si leggono molti fumetti di satira e critica sociale in Italia. Che valore aggiunto può avere questo binomio?
“Il fumetto credo che abbia una qualità assoluta in generale. È il linguaggio tra i meno mediati che possiamo usare, ed è anche molto potente, perché porta necessariamente a una stilizzazione del reale, quindi tutto diventa simbolo, tutto diventa segno; dunque non è solo rappresentazione del reale, ma è una sua stilizzazione. Il libro ha sostanzialmente un pregio, è immediato. Ad esempio, all’inizio cito i Ramones consapevolmente, perché è quasi un’arringa punk, è un libro che va diretto a quello che volevo dire, con pochi strati di metafora. In questo senso, il fumetto si prestava perfettamente al mio scopo”.

Perché?
“Innanzitutto perché quando propongo un’opera da autore completo è perché mi vede impegnato in prima persona, e in parte anche per la rabbia verso il tema. Non avevo nessuna voglia di girare attorno alla questione, volevo andare dritto al punto”.

Qual è lo stato del fumetto “politico” in italia?
“C’è sempre confusione tra la satira e il fumetto impegnato, due cose completamente differenti: oggi come oggi c’è una carenza di autori ‘impegnati’, che parlino di politica (e parlare di politica non significa per forza parlare di partiti, ma raccontare la nostra vita in termini diretti, pur usando le metafore, cosa che ho fatto già con Orfani, che è fortemente politico, ma è mediato attraverso la fantascienza). È difficile trovare autori che si espongano per le solite ragioni, ad esempio come accadeva per i cantautori italiani negli anni sessanta, che si dividevano tra impegnati e non”.

Perché?
“Esponendoti, automaticamente perdi una parte del tuo pubblico. Dall’altra parte, forse si è persa l’abitudine a partecipare al dibattito politico in generale. Infine, bisogna ricordare che il fumetto ha passato una fase molto politicizzata, negli anni ’60, e poi con autori come Pazienza. La Bonelli ha sempre raccontato le avventure con disimpegno, e da allora non si è mai tornati a una nuova identità del fumetto politicizzato. Vale anche per il cinema”.

Come mai la scelta di Feltrinelli Comics?
“È affascinante, nel senso che è la prima volta che un grande di varia entra nel settore fumetti. C’erano già la Mondadori e la Rizzoli, ma seguono politiche diverse: principalmente danno alle stampe materiale importato dall’estero. Nel caso del progetto della Feltrinelli, invece, la produzione è composta per il 90% da opere prodotte internamente, con il loro editor e con Tito Faraci, che è il curatore della collana. È una realtà importante perché l’approccio che vogliono seguire è pubblicare fumetti legati al presente, ma che spaziano in generi diversi. Negli ultimi anni ho seguito molti progetti, con case editrici diverse: la Mondadori e la Bonelli soprattutto. Lo faccio anche per una necessità personale: Come riferimento, anche nel libro, guardo al Giappone e ai samurai. Ecco, non sarò mai un samurai asservito a un solo padrone, ma sarò sempre un ronin, un combattente errante”.

Il fumetto italiano sta vivendo un periodo d’oro, lo dimostra il fiorire di nuove collane e di nuove case editrici. Che cosa ne pensa di questa pluralità?
“Faccio parte degli ultimi ottimisti. Ho cominciato a lavorare nel fumetto 25 anni fa, quando tutti dicevano che il fumetto era in crisi e che sarebbe morto, e a dire il vero ancora oggi c’è ancora chi lo dice (lavorando da dentro, conosco le cifre di vendita e il fumetto, specialmente quello da edicola, continua ad avere cifre da capogiro, ma purtroppo sono le edicole in quanto tali a essere in crisi). Però, è altrettanto vero constatare la particolare attenzione a un settore nuovo, che sta crescendo”.

Si riferisce al fumetto in libreria.
“Sì, è in crescita esponenziale, anno dopo anno. Uno dei miei miti è David Bowie, per la sua capacità di interpretare il tempo. E una delle mie grandi paura è fare progetti fuori tempo. Con Orfani, ad esempio, abbiamo scelto il momento giusto, e oggi come oggi il futuro del fumetto penso che sia proprio in libreria”.

Ma si “vive” di fumetti?
“Gli autori che campano con un libro all’anno sono una manciata rispetto a quelli che scrivono e disegnano, diciamo così, per hobby. L’editoria italiana legata al fumetto dà da mangiare a un migliaio di persone che riescono a vivere esclusivamente di fumetti, e ciò è legato soprattutto al mercato delle edicole. Se si perde l’ambito del fumetto da edicola, si perde un patrimonio italiano. In secondo luogo, la serialità ha un’importanza assoluta. Il fumetto è ancora un linguaggio democratico e alla portata di tutti. In edicola i fumetti costano poco. È quindi importante salvaguardare le edicole. E lo dico consapevole di essere un autore che ha spostato tanto dall’edicola alla libreria”.

Oggi a quali autori guarda con interesse?
“Non seguo molto il fumetto internazionale. Quanto all’Italia, nel fumetto abbiamo una grande tradizione. Gli autori con cui ho la fortuna di condividere questo momento sono Leo Ortolani e Zerocalcare. Il fumetto editoriale è esploso grazie a loro. E poi sono orgoglioso di Mercurio Loi, progetto portato avanti da Alessandro Bilotta con Sergio Bonelli”.

 

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