Da Volponi, Ottieri e Bianciardi, agli autori di oggi che raccontano il mondo del lavoro e della fabbrica, passando per libri come "La dismissione" di Ermanno Rea. Su ilLibraio.it la riflessione sulla letteratura industriale di Eugenio Raspi, che per 22 anni ha lavorato come tecnico specializzato nella più grande fabbrica di Terni, e che ha pubblicato due romanzi: "Inox" e "Tuttofumo"

La letteratura industriale ha consegnato alla cultura italiana libri quali Memoriale di Paolo Volponi, La Chiave a stella di Primo Levi, Donnarumma all’assalto di Ottiero Ottieri, La vita agra di Luciano Bianciardi.

Non ero ancora nato quando Italo Calvino ed Elio Vittorini scrivevano saggi e romanzi sull’alienazione degli operai. Potere, libertà, scelte individuali e collettive, solitudine, a volte paranoia, follia: sono i temi – umani, universali – chiamati in causa da questi autori. È stato un movimento critico che dall’interno di uno stabilimento cercava di espandersi all’esterno. Lo ha definito bene Ottieri: “Gli altri possono farvi brevi ricognizioni, inchieste, ma l’arte non nasce dall’inchiesta, bensì dall’assimilazione”.

È da tali basi che sono partito per raccontare la “mia” fabbrica e le persone che la animavano; è stato possibile grazie alle tante letture che hanno forgiato il mio immaginario, creando l’humus da cui si è generato il germe della scrittura partendo dalla pura narrativa. Ammiravo Calvino, ma per i romanzi della trilogia degli antenati, ero affascinato da Hermann Hesse, Giuseppe Berto, Gabriel García Márquez. Allora, era impossibile prevedere che in età matura mi sarei cimentato nel racconto di un luogo così lontano dalla letteratura qual è un’acciaieria; la chiave che mi ha aperto le porte è sintetizzata in una frase di Volponi, forte dell’esperienza personale: “Tutto avvenne così ed entrai nella fabbrica, limpido come un vetro”.

Con la stessa limpidezza ho vissuto gli anni di crescita professionale e umana in una grande multinazionale, non subendo in modo passivo gli eventi, ma tentando di metabolizzarli in un flusso che, come un ruscello carsico, è riaffiorato alla luce in seguito. Ho controbattuto alle parole di Donnarumma che si lamentava, provocatorio, col suo dirigente: “Io debbo lavorare. Qui si viene per faticare, non per scrivere”.

A differenza del personaggio di Ottieri, l’impegno nel (de)scrivere il luogo di lavoro con occhi differenti è stata la scintilla che ha rischiarato la strada intrapresa, ho iniziato a concepire la trama di Inox convinto che la forza di una narrazione è quantomeno potente se descrive il presente – il reale – e lo modella dandogli una forma dove il vero e l’inventato si fondono in una lega compatta, così come avviene nel processo industriale che realizza l’acciaio.

Un’esigenza nuova ha generato il mio secondo romanzo, Tuttofumo, sempre per Baldini+Castoldi: ripartire da ciò che non è più, pensare al domani con la pesantezza delle problematiche dell’oggi, in cui i valori si azzerano e due generazioni, pur azzoppate dalle difficoltà odierne, si fronteggiano per arrivare per primi al traguardo del posto di lavoro. Mi è stata di aiuto, e non poco, la lettura de La dismissione di Ermanno Rea, un capolavoro che risulta indelebile custode del polo industriale di Bagnoli e delle relative professionalità andate perdute. È stato un romanzo di rottura che pareva interrompere il filone industriale nei primi anni del duemila, e che invece è restato “in vita” grazie a chi in seguito ha scelto di portare avanti una narrazione operaia, penso a Mammut di Antonio Pennacchi, Ternitti di Mario Desiati, Vicolo dell’acciaio di Cosimo Argentina, La piena di Andrea Cisi, la stessa Silvia Avallone con Acciaio, fino ai più recenti Alberto Prunetti con Amianto e 108 metri, Simona Baldanzi con Figlia di una vestaglia blu, Stefano Valenti con La fabbrica del Panico; gli ultimi tre sono figli/scrittori che hanno reso omaggio all’esperienza dei genitori, alcuni di loro stritolati dagli spietati ingranaggi del processo di produzione e guadagno, che spesso mortifica l’essere umano, snaturato a strumento di profitto, a costo della propria esistenza.

È necessario – vitale – che la catena di produzione letteraria sul mondo del lavoro torni a marciare con vigore, che si accresca di altri libri e autori, tenendo ben fermo il concetto espresso da Rea a conclusione della sua splendida narrazione: “Il romanzo è di necessità la storia di una perdita, la storia di qualcosa che prima c’era e poi non c’è più: una speranza, un sentimento, una donna, un mestiere, perfino una fabbrica. O addirittura un mondo, una civiltà, un costume, un’epoca”.

Sta a tanti di noi non disperdere uno dei valori fondanti della nostra Repubblica, così come enuncia il primo articolo della Costituzione, dovremmo perciò essere fieri sostenitori della cultura del lavoro, in particolare quanti hanno scelto come lavoro la scrittura.

L’AUTORE – Eugenio Raspi vive a Narni, dove è nato nel 1967. Per ventidue anni ha lavorato come tecnico specializzato nella più grande fabbrica di Terni, la Acciai Speciali. Dal 2014, al termine del rapporto di lavoro, è in attesa di nuova occupazione: nel frattempo scrive storie. Inox, pubblicato nel 2017 da Baldini+Castoldi, è stato finalista al Premio Calvino, come Libro dell’anno di Fahrenheit, al Premio John Fante, al Premio Biella Letteratura e Industria. Ha vinto il Premio Giuria Tecnica Massarosa e il Premio Fulgineamente.

Tuttofumo Eugenio Raspi

Ora Raspi torna in libreria con Tuttofumo: la trama ci fa incontrare Luca, che attende la maggiore età andando malvolentieri a scuola; è iscritto all’alberghiero perché vuole un futuro lontano dal padre operaio che sta perdendo la battaglia in difesa dell’occupazione. Meglio preparare cocktail acrobatici in località di vacanza che avvilirsi nel paese in cui è nato, che offre poco o nulla, sia a lui che alla sorella Elena, laureata in computer grafica. Le sue piroette non si limitano allo shaker, ama il parkour e si allena nei giardini pubblici insieme agli amici. È una pratica che gli dona felicità, seppure momentanea. Capriole e salti mortali sono le uniche gioie della sua giovinezza mentre il mondo dei genitori sta saltando in aria, colpa della fabbrica che si arresta. Rimane solo l’enorme ciminiera, simbolo di un’industria che è al declino. In questa lotta generazionale, tra il padre ancorato al passato e i figli proiettati verso il futuro, il presente rimane oscurato da una cortina fumogena che disorienta la crescita del protagonista, obbligato a diventare adulto senza l’aiuto degli adulti, troppo impegnati a occuparsi dei loro problemi per risolvere i suoi…

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