Come fa notare su ilLibraio.it Ilenia Zodiaco, fotografare i libri è un’arte relativamente recente che, nell'era di Instagram, si sta affinando in modi sempre più creativi e inaspettati. Ma mentre la community di "bookstagram" cresce, viene da chiedersi: può un medium diverso – nella fattispecie, visivo, a due dimensioni – promuovere la lettura, che invece ha dimensioni infinite e non si “guarda”, ma si decifra? E non solo... - L'analisi

Tra le varie declinazioni del social reading (tutte quelle attività volte alla condivisione delle proprie letture), la community di Instagram gioca oggi un ruolo fondamentale. Instagram è un canale dedicato alla fotografia, nato nel 2010 con l’intenzione iniziale di regalare di nuovo un tocco analogico – grazie ai filtri retrò – alle fotografie digitali degli smartphone.

L’utilizzo “improprio” della piattaforma ha poi portato Instagram a evolversi fino a diventare una sorta di “nuova tv” in cui spiare continuamente la vita (viaggi, cibo, vestiti e qualsiasi altro tipo di esperienza) delle persone che seguiamo. Il profilo degli instagrammer è a tutti gli effetti un diario fotografico in cui condividere i propri interessi. È semplice quindi capire come per i lettori sia diventato automatico utilizzare il medium come taccuino in cui prendere nota delle proprie letture.

Fotografare i libri è un’arte relativamente recente (nel passato forse si tendeva a rappresentare più l’atto stesso della lettura, più che l’oggetto), che si sta affinando in modi sempre più creativi e inaspettati. Complice il fatto che la community di bookstagram (letteralmente: libri su instagram) sta crescendo esponenzialmente – l’hashtag conta circa 17 milioni di post – gli utenti più abili tentano di differenziarsi utilizzando anche strumenti fotografici professionali che in qualche modo “tradiscono” (ma con risultati felici) lo spirito dell’app che pretenderebbe delle “istantanee”. È il caso di lorisinthebook e gatsbybook che reinterpretano ogni libro a livello visivo, creando delle composizioni uniche e personalizzate per ogni universo letterario da loro visitato.

Anche se però le vostre doti con la macchina fotografica non sono egregie, nulla vi vieta di partecipare al “gioco” di bookstagram. Sono tante le tendenze che si sono susseguite all’interno della community che ha lanciato dei veri e propri tormentoni come per esempio la colazione letteraria, format di successo che elegge il momento più dolce della giornata a ritaglio di tempo preferito per leggere. Si può certamente giocare facile con l’accoppiata vincente libro e tazza di caffè (in questo caso ve la caverete applicando un bel filtro gingham) oppure si può puntare più in alto mostrando una meticolosissima tavola apparecchiata in cui tutto è cromaticamente abbinato. La campionessa indiscussa della disciplina è Petunia Ollister che ha scritto un libro (Colazione d’autore, Slow Food editore) sulle sue coloratissime #bookbreakfast.

Forse però è proprio tutta la cura rivolta alla riuscita estetica della foto che ha sollevato alcune polemiche. Qualcuno recentemente ha vociato: non è che a questo punto il libro diventa semplicemente un complemento d’arredo all’interno di una composizione fotografica il cui obiettivo – almeno quello primario – forse non è sempre quello di comunicare il contenuto del libro? A prescindere dalla polemica, si solleva una questione interessante: può un medium diverso – nella fattispecie, visivo, a due dimensioni – promuovere la lettura che invece ha dimensioni infinite e non si “guarda” ma si decifra? E ancora: la fotografia ha un tipo di comunicazione sintetica che prescinde dalle parole mentre il libro fa della parola l’unico mezzo a sua disposizione, c’è quindi una contraddizione in termini? È una domanda che prorompe anche nel momento in cui si decide di parlare di libri in tv, operazione che, soprattutto in Italia, ha sempre trovato ostacoli insormontabili e che di fatto ha relegata la discussione sui libri a spazi minori. Probabilmente è un quesito destinato a rimanere aperto anche perché strettamente soggettivo: chi si lascia convincere, chi no.

A una conclusione però si può giungere. L’attività di #bookstagram è una pratica “attorno” ai libri che non sostituisce né forse arricchisce l’atto della lettura. Forse il fatto di scattare una foto a un libro non ci dirà qualcosa in più su quel testo così come forse la didascalia sotto la foto – che leggono in pochi – non è il mezzo ideale per scrivere una recensione. Eppure non si può pensare che chi dedica ore e ore alla cura del proprio profilo bookstagram non sia un appassionato lettore. Fotografare i libri è certamente una pratica indipendente rispetto a quella di leggere (anche per il banalissimo motivo che se stai scattando una foto e la stai commentando sullo smartphone non puoi leggere contemporaneamente), ma anche se è appunto qualcosa che sta fuori dal testo, o meglio, attorno al testo come direbbe Genette, comunque lavora in funzione di esso. Perché ne amplifica il raggio d’azione.

Un esempio? Un progetto fotografico in grado di far vivere i libri non solo nella mente di chi li legge è l’ormai sdoganato #bookface che permette di dare corpo ai libri e, più specificamente, alle loro copertine. In sostanza si tratta di completare il quadro raffigurato sulla copertina del libro portandolo al di fuori di quella sezione. Funziona ovviamente molto bene quando in copertina c’è un volto che possiamo fingere essere il nostro grazie a un gioco di prospettiva. È un classico esempio di come si possa reinventare il libro, portandolo in contesti nuovi e diversi, normalizzandolo. In un mondo che frequenta sempre meno la galassia delle pagine stampate, forse quest’attività incessante di portare il libro fuori dal libro, fuori dai suoi percorsi soliti, è più che un bene, è una necessità.

L’AUTRICE – Qui gli articoli di Ilenia Zodiaco per ilLibraio.it

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