L'editore Luigi Brioschi racconta Guido Scarabottolo

Una sera, durante una cena, un autore inglese si avvicinò a Guido Scarabottolo, e si rammaricò con lui di non potergli dire quanto gli era piaciuta la copertina che Guido aveva disegnato per il suo libro, appena uscito in edizione italiana. Purtroppo, gli disse, io non parlo italiano. E io, gli rispose Scarabottolo in inglese, non parlo del tutto.

     Sì, Scarabottolo parla pochissimo, e questo lo avvicina ai miei occhi a una delle persone più silenziose che conosco, Aldo Buzzi, l’appartato autore di Checov a Sondrio e La lattuga di Boston: due figure perfettamente estranee al tempo in cui vivono. Ricordo la prima riunione di lavoro con Guido, la cui unica collaborazione guandiana era stata fino a quel momento l’illustrazione di copertina per Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer, copertina che gli era valsa l’immediata nomina ad art director della casa editrice. C’ero io, c’era lui, c’era la redazione al completo e via via, per bocca mia o d’altri, venivano illustrati i libri in programma. Tutti parlavano, in quella stanza, tranne Guido. Non fece una domanda, non chiese un chiarimento, un supplemento d’informazione. Niente. Alla fine, dopo averci ascoltati, si alzò e si congedò brevemente, e noi ci rendemmo conto che quelle scarne parole di saluto erano le uniche che aveva pronunciato. I risultati, qualche giorno dopo, fugarono ogni perplessità…

   C’è, nel rapporto fra illustratore e autore di un libro, qualcosa di misterioso e di arbitrario che mi attira: qualcosa che mi diverte molto e un po’ mi inquieta. Non sempre l’illustratore ha letto il libro che dovrà vestire, anzi quasi mai. E allo stesso tempo, piuttosto ironicamente, la copertina – nata in modo così intuitivo e approssimativo, nata per conoscenza indiretta – è il primo commento al libro, la prima recensione, la prima indicazione fornita al lettore. E questo azzardo, questa improvvisazione, questa situazione avventurosa e paradossale mi sembra ritraggano in modo efficace, in modo quasi simbolico la condizione del libro, così fortemente determinata dalla fortuna, dal caso.

L’incontro con Guido, o meglio con i suoi disegni, è avvenuto nello studio milanese di Pierluigi Cerri. Fu lui a allungarmi sul tavolo un catalogo dell’aria piuttosto sobria, piuttosto riservata (come il suo autore). In quei giorni si stava preparando l’uscita, appunto, del romanzo d’esordio di Foer, e avevo scartato una serie di proposte di copertina che non mi convincevano. Appena misi gli occhi su quei disegni capii di aver trovato chi avrebbe risolto il problema. E così fu. Trovo significativo, tra l’altro, che il completo, radicale restyling della Guanda ad opera di Scarabottolo sia iniziato con la pubblicazione di un libro tanto cruciale, di un autore tanto innovativo.

Così come nel rapporto tra illustratore e autore, c’è qualcosa di aleatorio e di alchemico anche nell’incontro tra un disegnatore e una casa editrice, nell’accordo che sostiene e prolunga la relazione. Vestendo romanzi e saggi che in gran parte non ha letto, Guido Scarabottolo si misura con un compito che gli è stato più o meno precisamente assegnato, e che il cliente (l’editore) approverà. Ma allo stesso tempo consegna a una intera linea editoriale il proprio segno, il proprio stile e quel segno, quello stile diventa uno dei tratti distintivi, forse il più forte, dell’editore. Eppure, la mia sensazione è che l’immagine della Guanda che si è formata attraverso una quantità di espressioni grafiche e figurative non sia né il frutto di un lavoro gregario, servile, né una elaborazione originale per così dire imposta all’editore. La mia sensazione è che tra disegnatore e casa editrice vi fosse una possibile sintonia, e che un caso fortunato abbia favorito un incontro felice. In un certo senso Scarabottolo era già guandiano prima di costruire l’immagine della casa editrice, e la Guanda era già scarabottoliana prima di imbattersi nel disegnatore milanese.

 

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