Da Giacomo Leopardi a James Joyce, "Teatri d'amore", il nuovo libro di Luca Scarlini, s'insinua nelle case romane di intellettuali e artisti del passato, andando a caccia dei ricordi e delle memorie che si celano tra quelle mura, che hanno vegliato sulle opere più importanti del loro tempo... - Su ilLibraio.it un estratto del libro, in cui si parla di James Joyce

Pur ospitando al loro interno abitanti sempre diversi e passando di proprietà da una famiglia a un’altra, ogni casa custodisce il ricordo di chi vi ha abitato prima, serbando la memoria di chi ha vissuto, sofferto, pianto e amato tra quelle mura. La storia narrata da Luca Scarlini nel suo nuovo libro Teatri d’amore (Nottetempo) è una storia di vecchie case e stanze tutte per sé, piene di ricordi da raccontare.

Luca Scarlini Teatri d'amore nottetempo

Saggista e drammaturgo, docente all’Accademia di Brera e interprete di scena in prima persona, l’autore traccia un’insolita guida di Roma: un itinerario costruito attraverso gli indirizzi di artisti e intellettuali, scrittori e teatranti che, anche solo per qualche tempo, hanno scelto la città eterna come palcoscenico della loro ispirazione. Per ogni indirizzo l’autore rievoca passioni e litigi, discussioni teologiche e tradimenti che tra quelle mura hanno avuto luogo, mettendo in scena personaggi come Giacomo Leopardi a James Joyce.

Con l’accompagnamento grafico dei disegni di Alvise Bittente, il libro costruisce un’articolata mappa della Capitale, tra vie che portano ancora i nomi di chi le ha abitate e mura che hanno visto concepire, discutere e creare alcune delle opere d’arte e letterarie più significative della loro epoca.

Per gentile concessione dell’editore su ilLibraio.it un estratto dal libro:

James Joyce e Nora Barnacle, via Frattina 52, 1906

Nora, amore, il Tevere mi fa timore, oggi è gonfio e porta con sé dei gran pezzi di legno e perfino una carcassa di animale, quando mi sono affacciato dal ponte ho avuto paura. Non riesco a scrivere, però ho in testa lo spunto per almeno quattro novelle immortali; non amo questa città, con il papa nascosto nel suo oscuro impero e i preti onnipresenti, ma stando qui riesco a concepire ancora l’esistenza di Dublino, che avevo giurato a me stesso che non avrei mai rivisto in tutta la vita. Siamo venuti qui in fuga, ma ancora non è l’approdo. Traduco, quando posso, per me i Petits Poèmes en Prose di Baudelaire, e imparo sempre di più il mosaico delle parole. In banca i miei colleghi della sezione della corrispondenza estera confabulano cinque minuti ogni mattina, per sapere se il calamaio debba essere tenuto a destra o a sinistra della postazione di scrittura. Il mio collega tedesco vorrebbe tutto militarizzato, invoca che i bambini che fanno capricci vengano picchiati sulla pubblica piazza. Gli dico io: “Perché non passati addirittura per le armi da un plotone di esecuzione?” I soldi sono pochi e devo scrivere a Stanislaus a Dublino, che mi mandi qualcosa, ché non arriviamo alla fine del mese. Tutto questo antico mi opprime, Roma mi fa pensare a un uomo che si mantenga mostrando ai turisti il cadavere della nonna, ma lasciamole marcire queste rovine, e una volta per tutte. La cosa importante è che ci sei tu: la prima volta che siamo stati una sola persona, il 16 giugno, per me è la data fondamentale, ne scriverò, a lungo, per tutta la vita, diventerà una data importante per tutti.

(Continua in libreria…)

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