Sfera Ebbasta, Ghali, la Dark Polo Gang, Charlie Charles, Sick Luke, Young Signorino sono tra i più amati dai giovanissimi. Ma la trap di cui tanto si parla, come spiega su ilLibraio.it Ilenia Zodiaco, ha una storia (musicale, e non solo) non proprio recente. Benché figlia del rap, non ha ereditato le stesse ambizioni di sfidare il sistema, né il gusto per la provocazione né tanto meno la stessa rabbia

Ormai la parola trap è entrata nel vocabolario comune, nonostante darne una definizione precisa e cercare di descriverla con chiarezza non sia affatto così immediato come la popolarità del termine suggerirebbe.
Ufficialmente la trap nasce come sottogenere del rap intorno agli anni 2000, nel Sud degli Stati Uniti, precisamente ad Atlanta, già capitale del cosiddetto coca rap. In slang vengono chiamate trap house le case abbandonate utilizzate dagli spacciatori per produrre e smerciare stupefacenti. La trap, che abbiamo appurato non essere un genere così “giovane” come si crede, ha quindi come tematiche principali la droga e il racconto delle periferie degradate. Ma non è certo questo a distinguerla visto che da sempre il rap si è occupato di questi temi, bensì le sonorità.

Sono molte le contaminazioni: il crunk, l’elettronica (soprattutto la dubstep di cui riprende certi bassi), persino il reggae. Le canzoni sono dei trip, caratterizzate da melodie ipnotiche, suoni ripetuti e sincopati. Il trapper spesso segue un tempo proprio, senza scandire il flow sugli accenti del beat (cosa invece fondamentale nel rap classico) ma andando un po’ per i fatti propri, quasi cantilenando e applicando distorsioni alla voce.

Non si sfoggia quindi l’armamentario tecnico fatto di rime, incastri perfetti, versi plurisillabici e giochi di parole creativi che da sempre sono i criteri per giudicare il talento di un rapper. Nella trap, invece, si susseguono versi ossessivamente, spesso strascicando le parole e giocando molto sulla nebulosità dei testi. Ma la trap non è soltanto questo: sono tanti gli artisti e tante le declinazioni personali. C’è chi come Future si sta specializzando nel mumble rap e chi fa un uso spregiudicato dell’autotune.

E in Italia? La trap del Belpaese – che è stata subito salutata erroneamente come l’evoluzione del rap e non invece una sua corrente – è sicuramente considerata il genere musicale più in voga per i giovanissimi. Sfera Ebbasta, Ghali, la Dark Polo Gang, Charlie Charles, Sick Luke, Young Signorino sono degli indiscussi fenomeni mediatici che vantano milioni di views su YouTube – questa è la nuova misura del successo, più che le copie vendute ormai – ma altrettante schiere di detrattori che li giudicano banali intrattenitori senza talento. Quel che è certo è che la trap è in pieno boom e, che piaccia o meno, è indubbiamente un genere di rottura, ma di che tipo?

Benché figlia del rap, non ha di certo ereditato le stesse ambizioni di sfidare il sistema, né il gusto per la provocazione né tanto meno la stessa rabbia. La trap è un mondo a parte in cui spicca il binomio droga e marchi, una combinazione che fotografa il disimpegno di una generazione che ha fatto del nichilismo la propria bandiera. Per citare soltanto due hit: Ricchi per sempre e Caramelle. L’amore per il lusso qui si indirizza verso marche d’abbigliamento che non fanno assolutamente parte dell’immaginario hip hop, tanto da divergere in maniera evidente dal look classico del rapper: niente streetwear, colori psichedelici, occhiali sgargianti che mascherano il volto, capelli in tinta e predilezione verso marchi da boutique.

Rimane il racconto crudo della periferia e delle realtà difficili, spesso ignorate dai media o trattate come materiale per servizi strappalacrime sul disagio giovanile. Il riscatto personale, però, nella trap è più spiccatamente individualista. Siamo lontani dallo sfoggio della propria crew, il gruppo ben nutrito di collaboratori di cui spesso si circondano gli artisti hip hop. D’altra parte Sfera dice di essere una “Rockstar” e ribadisce più volte che non gli interessa far rientrare la sua musica nella categoria rap. La difficoltà di definizione della trap e anche di appartenenza al genere è un po’ controcorrente rispetto alla cultura hip hop in cui gli artisti si sono sempre riconosciuti, facendone anche motivo di vanto e orgoglio, anche e forse soprattutto quando era solo una nicchia. Questa attitudine al disimpegno totale, così come la mancanza di punti di riferimento forti nella cultura di appartenenza e l’individualismo sfacciato sono tutti tratti rappresentativi della generazione a cui la trap parla ma, paradossalmente, fotografare questa realtà generazionale è forse un gesto politico.

L’AUTRICE – Qui tutti gli articoli e le recensioni di Ilenia Zodiaco per ilLibraio.it

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