Di fronte agli eventi di cronaca spesso si parla di narrazioni, frame, oppure, nei casi ritenuti negativi di narrazioni tossiche? Ma a cosa ci si riferisce quando si parla di narrazioni? - L'approfondimento, in cui non mancano i riferimenti ai conflitti dell'attualità

Tempi tormentati per il mondo dei media. Poveri, conflittuali, confusi, tremendamente confusi e accelerati. Non abbiamo fatto in tempo a familiarizzare con la post-verità e i suoi corollari che in un rapporto di Claire Wardle e Hossein Derakhshan pubblicato dal Consiglio Europeo (pdf) si consiglia di utilizzare l’espressione information disorder, perché appiattiti sulle fake news, malposti i termini della questione, abbiamo perso il quadro di insieme, e, sta’ un po’ a vedere, in certi casi forse abbiamo prodotto fake news sulle fake news.

Con quest’espressione si è infatti preso a identificare una serie di fenomeni diversi: dalle correlazioni indebite tra notizie differenti, alle teorie complottiste, alle notizie false vere e proprie, e tutto lo spettro di fenomeni intermedi che trovano un’intersezione nel rapporto interrotto tra la realtà e il modo in cui ci viene presentata. Le fake news sono un singolo aspetto di un campo di tensioni più vasto in cui dovremmo saper distinguere tra misinformazione, disinformazione e malinformazione. Potrebbero sembrare delle precisazioni superflue, certo, ma il modo in cui cataloghiamo, etichettiamo, comprendiamo i fenomeni contribuisce a creare il mondo in cui viviamo.

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via Information disorders

Un’idea ce l’ha John Freeman, ex direttore di Granta e ora della rivista Freeman’s (Edizioni Black Coffee): “Siamo entrati nell’epoca dell’irrealtà”, scriveva in un articolo poi tradotto in italiano da Francesca Pellas sul Corriere della Sera. Freeman, prima di elencare i tratti che connotano l’acqua nella quale nuotiamo, discute l’uso politico dei miti, di miti “degradati” e dei loro effetti, al netto delle verità da cui dovrebbero dipendere. Una numerosa sequela di miti degradati (come “Make America Great Again”, col ritorno a un passato mitico, il nemico esterno e l’eroe: Trump stesso) sostanzia la politica da reality dell’attuale presidente Usa, che ne ha fatto la linea guida del suo operare. È la politica stessa di Trump a funzionare attraverso notizie false, riproponendole con una frequenza e una costanza tali da farcele percepire come verità coerenti. Ma se Trump è il campione di questa irrealtà, a crearne l’ecosistema contribuiscono i media: “L’irrealtà è mediata. E dipende dai media perché abbiamo bisogno di loro per mettere insieme storie, per costruire narrazioni”. Chi perde? I soliti noti, i più deboli, poiché dalla morfologia di questi apparati comunicativi, per Freeman, risulta la concentrazione del potere nelle mani di pochi.

Anche in Italia un gruppo di intellettuali, a partire da un primo post apparso su Nazione Indiana (poi sottoscritto da altri), recentemente ha criticato le narrazioni dei media, in un appello ai direttori e alle direttrici delle reti televisive e delle testate giornalistiche. “Sono” – affermano – “preoccupati dal dilagare dell’odio nei media italiani”. Un odio che si esprime soprattutto nei confronti delle minoranze e trova una cassa di risonanza nei dibattiti televisivi dei talk show, le cui trasmissioni “mettono fortemente in crisi o addirittura contraddicono l’essenza stessa della nostra Costituzione, il richiamarsi a un patto antifascista e democratico”. L’appello richiama a un’assunzione di responsabilità, per contrastare una narrazione tossica veicolata anche dai media mainstream.

Una sensazione condivisa da molti, che trapela in filigrana dalle polarizzazioni delle ultime settimane, è che sia collassata una certa idea di realtà condivisa. Manca quel nocciolo comune di fatti, a partire dal quale si può discutere. I fatti, certo, restano fatti, ma la proliferazione dei mittenti e quella che in gergo filosofico si chiama deflazione dell’autorità epistemica (e cioè, che tutte le opinioni valgano allo stesso modo, indipenndetemente dall’autorità della fonte), insomma l’ecosistema della post-verità (o dell’irrealtà), produce un prisma orizzontale di letture, interpretazioni, narrazioni diverse inconciliabili, percepite come paritarie (anche al netto delle notizie false, che complicano il quadro, ma sono false, e basta).

Ma di cosa parliamo quando parliamo di narrazioni? Per Stefano Calabrese, ordinario di Semiotica del Testo all’Università di Reggio Emilia, dagli anni Novanta c’è stata una “svolta narrativa”, coincisa con l’emergere dell’informazione digitale e delle reti. Le comunicazioni globali sono avvolte in una “narratività perfusa”, che tocca aree di solito anarrative come la politica e il marketing. Calabrese parla di pratiche narrative in ottica pluridisciplinare, all’intersezione tra la cara e vecchia narratologia, le neuroscienze, la teoria dell’intelligenza artificiale. Ogni esperienza – e quindi, anche i fatti di cronaca – viene elaborata attraverso un confronto cognitivo con un modello derivato da esperienze simili nella memoria. Posto un fatto, lo valutiamo, lo leggiamo, attraverso il confronto con uno schema pregresso. Anzi, ricorrere a una cornice concettuale per interpretare gli eventi è un prerequisito alla possibilità di comprenderli. Questo schema, viene chiamato anche frame, sulla scorta degli studi di Marvin Minsky.

Quando parliamo di pratiche narrative, o di modalità cognitive narrative, oltre ai frame occorre considerare anche gli script. Le articolazioni sintattiche, nello spazio e nel tempo delle nostre categorie semantiche rappresentate dai frame. Al frame “fare la spesa” è associato lo script che prevede l’uscire di casa, scegliere i prodotti, pagare, ecc. Le competenze di storyteller si sviluppano intorno ai tre anni. Per questo i bambini non si comportano in maniera adeguata a un contesto: stanno ancora imparando a riconoscere che a una determinata cornice corrisponde un determinato set di azioni.

I frame e le narrazioni concretamente interagiscono tra di loro in maniera molto più complessa, in modi difficilmente sintetizzabili, e finiscono per costruire discorsi, visioni del mondo, e, naturalmente, hanno un peso politico enorme.

 

È stato notato da più parti che in riferimento all’aggressione di Macerata, “non è un fascista, è un folle”, è un’espressione molto meno neutra di quanto sembri. Perché si fa riferimento a frame e narrazioni diverse, che interagiscono in modi inconciliabili; si finisce per raccontare storie diverse, con effetti politici opposti. Pensare che sia stato l’atto di un folle, un lupo solitario, esasperato dall’invasione di clandestini poggia, peraltro, su una narrazione della crisi dei migranti che a detta di molti è tossica.

Tossica, secondo i Wu Ming, scrittori che del ruolo dei miti, delle narrazioni, delle storie hanno fatto il centro loro prassi letteraria e del loro attivismo politico, è una narrazione che viene raccontata sempre “dallo stesso punto di vista, nello stesso modo, con le stesse parole”, e “rimuovendo gli stessi elementi di contesto e complessità”.

È tossica la narrazione sui migranti, negli aspetti che solleticano il senso di ingiustizia di una nazione che si sta impoverendo, ma la articolano nei termini di una guerra di tutti contro tutti. È tossico, per molti, il continuo clima di emergenza, da stato di eccezione, dove la climax si sposta sempre un passo più in là fino ad agitare gli spettri di un’invasione, impedendo di gestire l’immigrazione come una tematica sociale tra le altre. Tossica, inoltre, sempre secondo Wu Ming, è una narrazione che rappresenta un diversivo, spostando l’attenzione dei problemi sul nemico pubblico di turno, che “guardacaso, è sempre un oppresso, uno sfruttato, un discriminato, un povero”.

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I 400 lemmi più comuni nei titoli stampa. via Notizie da paura, V rapporto carta di Roma.

A leggere i rapporti della carta di Roma, redatto da Paola Baretta e Giuseppe Milazzo con il contributo di Manuela Malchiodi – un’associazione che si occupa del protocollo deontologico siglato dalla federazione dei giornalisti, (2017, pdf), appare evidente come la copertura mediatica dell’immigrazione non sia del tutto correlata ai fatti. Nel 2015, senza che ci fossero eventi tali da poterne giustificare la portata, c’era stato un drastico aumento dei servizi sul tema dell’immigrazione: dal 70 al 180 percento nella carta stampata e di oltre 400 punti percentuali nelle reti televisive.

Nel 2017, c’è stata una leggera flessione, ma all’interno di un trend di aumento costante, per cui il 44% di tutte le notizie ha a che fare con migranti, e addirittura la copertura della cronaca nera è triplicata rispetto al 2015. Aumentano i toni allarmistici e il linguaggio emergenziale, sebbene di fatto gli sbarchi per varie ragioni siano diminuiti del 34% e anche i crimini.

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Elaborazione lavoce.info, dati Ministero dell’Interno.

Dati e smentite scalfiscono non intaccano le narrazioni o i frame. La formazione delle opinioni si nutre di variabili direttamente influenzate dalle narrazioni, ma queste sono soggette a pratiche di elaborazione inconscia, si connettono a reazioni emotive, sfuggono al nostro controllo razionale. Le metafore, modelli attraverso i quali comprendiamo il mondo, si attivano in relazione a determinati stimoli, anche linguistici. È davvero difficile cambiare le proprie opinioni. Servono al massimo altre storie, nuove narrazioni, che producano stimoli diversi. Soprattutto in tempi di disordine informativo, quando ogni narrazione vale quanto le concorrenti, vera o falsa. Certo, questa è l’essenza della comunicazione politica fin dai tempi delle polis, ma – sostiene il linguista cognitivo George Lakoff, professore a Berkley, se prima tutto questo avveniva per caso, oggi sappiamo come funziona e possiamo ottenerne gli effetti di proposito. Per esempio, un framing politico evidente è stato cambiare l’espressione “riscaldamento globale” con “cambiamento climatico”; un’espressione più neutra, impersonale, che sembra indicare un cambiamento estraneo all’azione dell’uomo.

 

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via George Lakoff

Lakoff è utilizzato dal sociologo Manuel Castells, l’autore che ha indagato più a fondo l’età dell’informazione delineando i tratti della società delle reti. Castells, in Comunicazione e Potere, parte dall’assunto che nelle società reticolari il potere consista proprio nel potere di comunicare analizza, perciò si concentra sul rapporto tra frame e comunicazione politica. Per capire come si forma il potere è cruciale capire come si formino nuove narrazioni e come vengano lette e interpretate dalle persone. Tra cervello e comunicazione politica, sono necessari protocolli di comunicazione, tra cui i più importanti sono le metafore. Castells sostiene – qui il debito nei confronti di Lakoff – che le metafore siano sì dei pezzi di linguaggio, ma anche e soprattutto delle strutture fisiche nel cervello, che connettono il linguaggio ai circuiti cerebrali. Attraverso le metafore si costruiscono le narrazioni, che sono a loro volta composte da frame, i quali sono “strutture del cervello che si sono prodotte dall’attività cerebrale nel corso del tempo” e, ancora, sono reti neurali a cui è possibile accedere tramite le connessioni metaforiche del linguaggio.

Nell’ottica della comunicazione politica il framing è il processo per il quale si selezionano e sottolineano alcuni aspetti e temi, si stabiliscono connessioni in modo tale da promuovere particolari interpretazioni o soluzioni. Non è che Castells parli di un’oscura cerchia di notabili che decide a tavolino di promuovere un’interpretazione su un’altra; il framing risulta dall’interazione di tutti i soggetti del corpo politico, con un potere comunicativo maggiore o minore che sia (anche per questo, il potere di comunicare è anche potere in generale). Naturalmente, soprattutto sui temi più caldi il framing è più evidente: lo vediamo nel discorso sui migranti e ne abbiamo avuto un caso evidente dopo Macerata.

Castells analizza il tema caldo degli anni zero, la guerra in Iraq e la vasta pletora di narrazioni tossiche con la quale si è accompagnata. La sua analisi è ancora utile in queste tranquille giornate pre-elettorali. Castells, fa un’analisi molto approfondita dei diversi modi di comunicare la guerra, ma una cosa colpisce in particolare: nei primi anni del conflitto si pensava che ci fosse un collegamento tra Saddam Hussein e Al Qaeda e che l’Iraq disponesse di armi di distruzione di massa. Entrambe le affermazioni, se vere, avrebbero giustificato il frame della guerra giusta, della guerra al terrore, della sicurezza, la narrazione dell’autodifesa, quella trionfale della vittoria contro il male. Tra il 2001 e il 2004, fu reso noto da svariati rapporti tra cui il Waxman Report del marzo 2004 (237 affermazioni false delle alte cariche dello stato sul tema della guerra), che nessuna delle due cose era vera, ciononostante qualche mese dopo il 30% degli americani era convinto che lo fossero entrambe. Due anni dopo ne era convinto il 50% e il 64% pensava ci fossero dei legami tra Saddam Hussein ed Al Qaeda.

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In un articolo dell’Atlantic si sostiene che le parole di Donald Trump stiano ridisegnando la politica americana, riuscendo a incidere profondamente sulle opinioni delle persone: dichiara che l’Fbi faccia un ottimo lavoro; il consenso all’Fbi triplica. Ma ha anche l’effetto opposto; radicalizza la visione dello spettro politico avverso. Si stima, inoltre, che tutto l’entourage di Bush sia un branco di novellini: in dieci mesi le affermazioni false o ingannevoli di Trump sono più di 1500. Notava Freeman, che Trump è diventato davvero un candidato politico da quando ha iniziato a suggerire che Obama non fosse davvero nato negli Stati Uniti, quindi che fosse illegittimo come presidente. Fu dimostrato che fossero affermazioni false in ogni modo e si originò comunque il birther movement, la teoria complottista sull’origine del presidente. Nel 2016, secondo un sondaggio della Nbc, il 72% dei repubblicani dubitava delle origini di Obama. In questo contesto, due terzi degli americani pensavano anche che Obama fosse musulmano. Anche questo contribuisce ad attivare frame, suggerire narrazioni, interpretare eventi, lacerare il tessuto sociale, lacerare il tessuto del reale. Quanto era già successo qualche anno prima, dopo una parentesi in cui sembrava impossibile, si è ripresentato; in peggio.

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