Ci sono volte in cui la potenza di un libro risulta direttamente proporzionale alla difficoltà di parlarne. In cui la lettura è talmente viva da lasciare senza fiato, da indurre a chiedersi se non sia meglio dormirci sopra e digerire la botta ricevuta o scriverne subito, su due piedi, per immortalarne quante più sfumature possibili - L'approfondimento dedicato a "Le Case del Malcontento" di Sacha Naspini

Ci sono volte in cui la potenza di un libro risulta direttamente proporzionale alla difficoltà di parlarne. In cui la lettura è talmente viva da lasciare senza fiato, da indurre a chiedersi se non sia meglio dormirci sopra e digerire la botta ricevuta o scriverne subito, su due piedi, per immortalarne quante più sfumature possibili. Sono le volte in cui, nel tentativo di rimettere insieme le parole, si finisce a scrivere di quel libro così, partendo da ciò che si dovrebbe dire alla fine, con un’enfasi che cerca a tentoni di imitarne l’intensità. Le Case del Malcontento di Sacha Naspini, pubblicato dalla casa editrice e/o, è uno di quei rari romanzi capaci di scatenare tutto questo.

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La maiuscola non è un refuso: Le Case, infatti, è il nome proprio di un paesotto della maremma toscana, dimenticato da Dio e abitato da un numero di anime così ridotto da entrare tutte prepotentemente nelle 450 pagine di una storia collettiva che si snocciola attraverso le loro voci. Sono proprio gli abitanti, uno dopo l’altro, a restituirci il ritratto ingrato ma vibrante di un luogo senza redenzione; minatori in pensione, cartomanti, albergatori e bottegai, vedove e zitelle, medici e primari, nani e defunti: un campionario umano variegato, “senza vocazione e con il sentimento indurito sotto il groviglio di giornate sempre uguali”, accomunato solo dalla reclusione forzata in una vita in cui “le giornate sprecate ti urlano dentro senza fine, non c’è attimo che ti lascino tregua”.

In questo calderone di legami contorti si viene gettati senza possibilità d’appello, destreggiandosi a fatica tra nomi, luoghi e tempi diversi, tanto che – come nelle migliori saghe familiari – viene voglia di impugnare carta e penna e disegnare una sorta di albero genealogico che funga da bussola. Nella cornice della routine mortifera irrompono due figure particolari: Samuele Radi (Mostro), uno dei pochi ad essere sfuggito alle trame del borgo per poi farvi ritorno sulla scia di tragici eventi che lo vogliono presunto colpevole, e Eleonora Borghi (Scomparsa), la “ragazza delle piane” appena assunta nella bottega di alimentari di Mario Silvestri. Il legame misterioso che si instaura tra i due forestieri è la goccia che fa traboccare un vaso carico di passioni, di nefandezze e superstizioni, riflesso di un fardello umano il cui peso finisce per sconquassare letteralmente la terra su cui posa.

Agli occhi di chi ci è nato, Le Case è una prigione di rimpianto e frustrazione: Se Le Case ti insegna qualcosa è che per stare bene ti devi accontentare di poco. Le Case ti massacra in fasce, togliendoti di mano le belle aspettative che uno si fa della vita, e a quindici anni ti vedi lì, sempre nei tuoi panni che già senti un po’ stretti. Se non hai il modo o il coraggio di lasciarti questa rocca alle spalle, ti ritrovi a guardare i muraglioni del paese vecchio da una prospettiva diversa: prima erano le porte da oltrepassare per andare nel mondo. Ora ti imprigionano, e invece di farti luccicare gli occhi ecco che ti troncano il fiato. Allora cominci ad abbassare la testa. Ti dici: “C’è chi se la passa peggio”. È questo il vero peccato mortale che don Lauro dovrebbe rinfacciare a tutti. Perché diventa una scusa e alla fine ci credi per davvero. […]

Agli occhi di chi ci è recluso, Le Case non è altro che una maledizione: Per sciacquare la coscienza a questo posto non basterebbe la lava dell’inferno. Ogni sasso è pregno di un male che ormai è sceso nel cuore della rupe, e ora più che mai mette in piazza tutta l’essenza: un paese con un prete morto, tenuto a imputridire senza mezza benedizione. Ecco spiegata l’anima del borgo. Ogni testa che circola su queste vie fa quelle veci. Anche i gatti.

La malattia del borgo è un’incomprensibilevocazione al vivere‘ che porta ogni personaggio a desiderare di uscirne da eroe, almeno per una volta; di vincere, se non la guerra, almeno una sfida, per poi ripiegarsi sotto i colpi di una miseria senza scampo. Alle Due Porte Niccodemo Tempesti, Samuele Radi, Alvise Berberini, assorti a studiare i movimenti delle pedine della loro scacchiera, giocano un’unica partita: quella con Le Case, con – e per – la vita. E con loro il paese intero.

Le Case del malcontento può essere definito a pieno titolo un romanzo corale; ogni voce di questo coro è un grido disperato, di rabbia e amore, di impotenza e adorazione; in tutti i casi di un’intensità talmente dilaniante da ribaltare il terreno e far vibrare, con una lingua e uno stile che scavano dentro, ogni pagina.

Se l’invettiva contro il paese e la maledizione che si porta dietro è il fil rouge che attraversa nel tempo questa massa di vite ingarbugliate, di fronte al violento manifestarsi di un’umanità fuori controllo la domanda rimane una sola:

 «Mi piace l’idea che Le Case sia una specie di mostro […] Ma è lui a mangiare i suoi abitanti? O in realtà sono loro a sbranarlo a poco a poco?»

Il risultato di questo violento strapparsi la pelle e lasciare i nervi e la carne scoperti è una perla della narrativa italiana contemporanea.

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