“La Grazia”, che ha aperto la Mostra del Cinema di Venezia, è un film compatto e complesso, interrogante e densissimo intorno alle contraddizioni e alla paralisi, ma pure all’intelligenza etica ed ermeneutica. Paolo Sorrentino è davvero bravo, e questa volta (forse l’età, forse mimetico dell’oggetto, d’Autunno e istituzione) più misurato, nel raccontare grigiori, conflitti e pulsazioni dell’anima di questa figura fieramente inattuale (il Presidente della Repubblica interpretato da Toni Servillo) – La recensione

Sospeso fra la carta e la carne, la gravità della legge e la spirito dell’interpretazione (nella scalata utopica, attraverso il dubbio, verso la verità del diritto, e dell’esistenza), il gesso delle istituzioni e i germogli di desiderio, l’attendismo democristiano e l’attesa amorosa, il potere sterile e la spensieratezza anarchica (che esplode a momenti in felice e felliniana guisa), lacrime (in orbita) e crimini (terra a terra, e umanissimi), decadenza/corazza e (del corpo, dell’anima e delle istituszioni) e danza/commozione (contro-canto rap-pubblico, last days of disco o alpino che sia), vecchiaia (ineludibile) e libertà (inafferrabile), peso di oneri e responsabilità e leggerezza del sogno rimosso o evanescente, e diversi altri possibili dilemmi (alternative escludentesi a vicenda, e spesso votate a una doppia perdita, una lancinante mancanza), con La Grazia Paolo Sorrentino costruisce un film compatto e complesso, interrogante e densissimo intorno alle contraddizioni e alla paralisi, ma pure all’intelligenza etica ed ermeneutica, del personaggio/istituzione/specchio di Mariano De Santis (Santa Maria, che nome culto, per l’ottavo impersonato da Toni Servillo in filmogragia!), uomo di legge e giurista di rango (autore di un manuela di 2043 pagine di Diritto Penale), Presidente della Repubblica (sintesi di più modelli, e invenzione emblematica) democristiano, di costituzione corazzata (soprannominato “cemento armato”, per indole solida e rigida, o forse per le conseguenze dell’onore, evocando un primo Sorrentino nel quale il cuore in inverno di Servillo finiva nel basamento del pilone di una funivia), giunto al semestre bianco del suo mandato e al tramonto della sua esistenza.

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Una vita di rimessa e di rimando, in cui il tempo della riflessione rappresenta un meccanismo di difesa, una dinamica di mantenimento del potere, ma anche un principio morale e conoscitivo che, nella società del falso decisionismo, della politica dell’annuncio e del soddisfacimento immediato, sembra ormai totalmente desueto.

L’anziano capo di Stato, nella solitudine sovrana del Colle, rubando le ultime sigarette a una dieta qui(noa)rinalizia, è attanagliato da una nostalgia struggente per la perduta moglie Aurora, della quale idealizza il ricordo e al tempo stesso non riesce a perdonare e mettere a fuoco un antico tradimento, intorno al quale non smette di arrovellarsi, e si trova a fronteggiare, nel confronto amoroso e severo con la figlia Dorotea (che si chiama come la corrente DC, anche lei giusrista e soffocata dalla dedizione conflittuale al lavoro e alla missione paterna, interpretata da Anna Ferzetti), due domande di grazia dalle quali è interrogato e lacerato dentro, e una legge sull’eutanasia che è molto restio a firmare, certo per convinzione ideologica, ma ancor più per un lavorio dell’anima che il film inscena attraverso il personaggio, parte (come sempre) alter ego dell’autore, con qualche riferimento à la clef, e anche un po’ incarnazione del nostro Paese (“Il Presidente della Repubblica in Italia rappresenta lo Stato e l’unità nazionale” recita l’art.87, letto/scritto nella sua interessa sul tuono delle Frecce Tricolori che tagliano il cielo di Rona in apertura).

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Toni Servillo La grazia di Sorrentino

Sorrentino è davvero bravo, e questa volta (forse l’età, forse mimetico dell’oggetto, d’Autunno e istituzione) più misurato, nel raccontare grigiori, conflitti e pulsazioni dell’anima di questa figura fieramente inattuale, che emerge nei rapporti con i figli (anche il secondo, Riccardo, che ha ha avuto il cuore di leone di assecondare l piacere della musica leggera fuggendo olteatlantico), con l’amico politico eterno rivale, con la critica d’arte e Grillo Parlante che lo punzecchia dall’inizio al finale con la sua vitalità dissacrante, irrituale, diretta (il personaggio di Coco Valori rappresenta un punto di riferimento, fin dal nome, decisivo e una sorta di opposto/controluce ideale alla noia, alla ponderatezza cauta dell’ex giudice, alla sua cronica latitanza di coraggio e di leggerezza e incarna un femminile che gli sfugge e un memento interiore alla svagatezza: “Non rompere il cazzo!”), il corazziere accudente, un po’ problem solver e po’ psicologo, che veglia, angelo custode e confidente dell’uomo solo (ma per certi versi impotente e smarrito) al comando.

In un film con un Papa nero e rasta, un po’ guru e un po’ personal coach, che sfreccia in motocicletta e parla senza reticenze, con una passeggiata presidenziale per Roma con scorta e cane robot che evoca la libera uscita del pontefice nel morettiano Habemus Papam e un certo senso di apocalisse tecnologica, alcune sequenze visionario-musicali intense e segnanti, un cameo “pequegno” molto significativo di Guè, la grazia del titolo, oltre naturalmente a far riferimento alla prerogativa del ruolo e al potere (ancestrale) del decisore di dare libertà e vita, si espande dal terreno politico a un ambito teologico-esistenziale più vasto e fondo, che forse (cor)risponde alla reiterata domanda posta nel film: “Di chi sono i tuoi giorni?”.

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Un’invocazione alla consapevolezza, alla responsabilità, ma potremmo dire anche a una vita piena (e nuova), che quest’ultimo film di Paolo Sorrentino, per molti versi crepuscolare (come molti dei suoi), sembra articolare con rinnovato spirito visionario, potenza affabulatoria convincente, saggia e meditata frequentazione del dubbio, al dì la delle battute ad effetto o delle belle immagini che non mancano nel suo cinema ma qui non la fanno da padrona.

Ché forse “la grande bellezza” risiede spesso, anche se in un senso laico e disincantato, aldilà, e risiede in questo movimento, etico ed estetico verso l’altro.

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