“Indifesi sotto la notte – Narrazioni dell’AIDS in Italia tra gli anni ’80 e ’90” di Luca Starita si muove fra storia e narrazione, fra discorso mediatico, cronaca, contro-cronaca ed espressione artistica, restituendo un panorama poco noto fuori dagli studi specialistici. Una storia fatta di marginalizzazione e, allo stesso tempo, di ricerca di spazi “altri”. E che conferma la necessità di nuovi linguaggi per raccontare la malattia, lo stigma…
È l’ottobre 1982 quando sulla stampa italiana iniziano a comparire le prime notizie sull’AIDS, un anno e quattro mesi dopo i primi cenni sulla stampa statunitense. È noto il titolo di un articolo del New York Times del 3 luglio 1981, forse il primo grande giornale a dare la notizia: Rare cancer seen in 41 homosexual.
È un titolo che ho letto molte volte, ma che non avevo mai visto stampato nella sua versione originale, sulle pagine del quotidiano: è un lungo e stretto trafiletto, scritto con un carattere molto piccolo, accanto a una gigantesca riproduzione, finanziata dalla Independence Savings Bank, di uno spartito di un’allegra canzoncina dedicata al giorno dell’Indipendenza americana: Sing out on the 4th recita la pagina a caratteri cubitali, affianco al ben più piccolo titolo sul cancro omosessuale. Con il senno di poi, l’effetto è disturbante, e sembra quasi inevitabile pensare a una scena memorabile di Boris: “un paese di musichette, quando fuori c’è la morte”.
Scopri il nostro canale Telegram
Ogni giorno dalla redazione de ilLibraio.it notizie, interviste, storie, approfondimenti e interventi d’autore per rimanere sempre aggiornati

Questa pagina la si può vedere aprendo il catalogo della mostra Vivono. Arte e affetti, HIV-AIDS in Italia. 1982-1996, a cura di Michele Bertolino (visitabile ancora fino al 10 maggio al Centro Pecci di Prato). Il catalogo crea una narrazione cronologica, che a sfogliarla produce effetti quasi contrastanti: l’angoscia dei titoli di giornale che soffocano la narrazione e scorrono tragicamente uno dopo l’altro – le prime notizie sui quotidiani nazionali italiani recitano “La peste dei drogati”, “La sindrome dei gay”, “Romani i due del morbo gay”, e più avanti (siamo nel 1985) “gay e tossicomani i nuovi untori dell’AIDS”; contemporaneamente c’è l’euforia della scoperta di espressioni artistiche che volutamente si collocano fuori, ai margini, rivendicano uno stare altrimenti dentro i confini dell’estetico e i cui confini talvolta si confondono con gli ephemera e che pongono, insieme, la questione, in Italia forse più pressante che altrove, degli archivi queer; infine, la vertigine dell’ignoranza: ci si rende conto, rispetto a quello che sappiamo degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Francia, di quanto poco sappiamo della storia e delle narrazioni dell’AIDS, al livello di sapere condiviso, immaginario collettivo, in Italia.
Scopri la nostra pagina Linkedin
Notizie, approfondimenti, retroscena e anteprime sul mondo dell’editoria e della lettura: ogni giorno con ilLibraio.it
In questo senso dialoga alla perfezione con Vivono (di cui oltre al catalogo della mostra è disponibile anche un Reader di testi), il recentissimo saggio di Luca Starita Indifesi sotto la notte. Narrazioni dell’AIDS in Italia tra gli anni ’80 e ’90, edito da minimum fax.
Starita ripercorre la storia e le narrazioni dell’AIDS in Italia, partendo dalla consapevolezza che è una storia che spesso si è costruita per frammenti, una “narrazione difficile fatta di cifre parziali, invisibilità istituzionale e resistenza dal basso”.
Indifesi sotto la notte si muove così fra storia e narrazione, fra discorso mediatico, cronaca, contro-cronaca ed espressione artistica, restituendo un panorama poco noto, fuori dagli studi specialistici, di una storia che per molti aspetti segna l’inizio di una pratica e una riflessione che sta al centro di molti dibattiti contemporanei: è lì che matura la riappropriazione del termine queer, è in quel contesto che alcuni dei testi fondamentali della teoria queer prendono vita (basti pensare a Is the rectum a grave? di Leo Bersani, per fare solamente il nome più ovvio), è in quel contesto che iniziano a delinearsi alcune contraddizioni delle forme di vita non eterosessuali.

Una storia fatta di marginalizzazione e, allo stesso tempo, di ricerca di spazi altri e Starita ricostruisce questa dialettica molto precisamente nel suo libro: da un lato c’è l’articolo di Indro Montanelli del 1985 che legge l’AIDS come un richiamo di Dio a una vita più regolare, ci sono le narrazioni sulla colpa sessuale, c’è il provvedimento della regione Lazio per schedare i sieropositivi con nome e cognome, ci sono i femminielli napoletani pestati a sangue, Dario Bellezza buttato in pasto ai giornali.
Può interessarti anche
E, tuttavia, troviamo anche una sauna gay aperta da un etero che distribuiva preservativi gratuitamente (così racconta Marco Bagnai, una delle persone che, insieme a Luca Scarlini, Vera Gheno, Luca Guadagnino, Tommaso Giartosio e Dacia Maraini, offre la sua testimonianza personale di quel periodo, in una operazione di oral history che forse sempre più dovremmo continuare a praticare per non disperdere, finché siamo in tempo, le impressioni e i racconti di chi quel periodo lo ha vissuto, perché da quelle parole tornano alla luce i piccoli indizi); e ancora, dicevo, c’erano le riviste militanti come Babilonia, i gruppi di attivisti; c’era Camere separate di Pier Vittorio Tondelli (letto, in maniera convincente, come un Aids novel); c’era lo scandalo di Testori che mette un tossicodipendente ad agonizzare sulle scale della stazione centrale di Milano; l’esperienza di Villa Glori ai Parioli, pensata per accogliere i malati di AIDS (e raccontata da Sulla frontiera dell’Aids da Mario Armellini); c’erano, poi, le ricerche artistiche che si ponevano volutamente fuori, di lato, ai margini: ne è un chiaro esempio Nino Gennaro, il quale, racconta Starita, fonda il Teatro Madre, le cui rappresentazioni avvengono in case private. O lo spettacolo Cenerentola di Patrizia Vicinelli, scritto e messo in scena a porte chiuse nel carcere di Rebibbia.
Può interessarti anche
Sulla scia delle riflessioni e delle azioni del FUORI!, Starita scrive che “gli omosessuali dovevano (e devono) uscire dall’ottica dell’accettazione e muoversi verso la rivoluzione, che non significava integrare l’omosessualità nel sistema”. Monito necessario forse oggi più di allora, ma che vale bene anche per descrivere molte delle esperienze artistiche e delle narrazioni da dentro che Indifesi sotto la notte ci ripropone: da Messmer romanzo magmatico di Vicinelli, a Ho giocato con l’AIDS di Enrica Mazzola; o Come il cielo, il testo di Simona Ferraresi che affronta la diffidenza, vissuta sulla carne, di essere tossicodipendenti con l’AIDS.
Sono narrazioni molto diverse, ma che restituiscono esperienze e anche ricerche artistiche che avvertono la necessità di linguaggi altri per raccontare la malattia, lo stigma: tentativi, forse, di abitare il margine. E allo stesso tempo rendono bene il panorama sfaccettato di quegli anni, di una malattia che, come mette bene in luce Starita, non era affatto il morbo gay, ma riguardava sex workers, comunità transgender, eterosessuali, donne, vittime delle trasfusioni di sangue infetto e soprattutto, più che in altri paesi, tossicodipendenti.
Queste esperienze vengono rimesse a sistema da Starita, convocando modi e forme di esperienza diverse che si oppongo al discorso delle istituzioni e alla marginalizzazione. Rivendicando, in una mossa solo apparentemente contraddittoria, questo stare al di fuori.
Può interessarti anche
In questo senso “abitare il margine” non è una posa estetica: è la scelta di non farsi ridurre a caso clinico o categoria morale, di non consegnare la propria storia all’archivio degli altri, e di pretendere visibilità senza addomesticamento — quella spinta “fuori dall’ottica dell’accettazione” che Starita riprende dal FUORI! come monito ancora attivo.
Per questo, più che colmare una lacuna della memoria italiana sull’AIDS, il libro lavora come un contro-archivio: tiene insieme frammenti, voci e forme (cronaca, contro-cronaca, letteratura, testimonianza, performance), e ci obbliga a una responsabilità precisa — non lasciar tornare queste vite a essere trafiletti a fianco a una canzonetta.
Scopri le nostre Newsletter
Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it