Cosa resta, oggi, di Dario Bellezza, morto nel 1996, a 51 anni, consumato dall’Aids? Nel documentario “Bellezza, addio” (ora su Sky Arte), molti dei protagonisti di quella stagione culturale, che oggi appare lontanissima, ricordano le diverse anime dell’amico e poeta romano. Un’occasione per (ri)scoprire “il nostro poeta maledetto”, dallo spirito inquieto (e orgoglioso), e per riflettere sullo spazio che (non?) occupa la poesia nel nostro presente
“Dario ha avuto la fortuna, l’opportunità e la gioia di animare e di far parte dell’ultimo tempo della libertà, prima che diventassimo tutti consumatori, consumando noi stessi. Lui si è consumato, ma come si consumavano gli artisti una volta, per eccesso, per amore”.
Bellezza, addio, documentario diretto da Carmen Giardina e Massimiliano Palmese ora su Sky Arte, si chiude con le parole di Barbara Alberti, scrittrice e amica del protagonista di questa storia, una storia triste e piena di passione allo stesso tempo. Quella di Dario Bellezza, l’ultimo poeta, morto il 31 marzo 1996 nella sua Roma, a 51 anni, consumato dall’Aids.
A rivelare all’Italia la malattia del poeta e a dare inizio al suo calvario fu uno scoop giornalistico di metà anni ’90. Fino ad allora Bellezza aveva tenuto nascosta la malattia, anche ai familiari più stretti, e la rivelazione gli provocò un crollo.
A quasi 30 anni dalla morte, molti dei protagonisti di quella stagione culturale, che oggi appare lontanissima, nel documentario ricordano le diverse anime dell’amico e poeta: dalla già citata Barbara Alberti, che con nostalgia ripensa a quegli anni e a quella Roma (“c’erano i matti veri, uscivi e incontravi Pasolini, Bellezza, Moravia, Arbasino, di passaggio magari Gadda e Parise, per la miseria!”), a Franco Cordelli, che tra le altre cose ripercorre l’irripetibile esperienza del Festival internazionale dei poeti sulla “spiaggia libera” di Castelporziano, quando, a fine giugno ’79, Bellezza fu fischiato e rispose attaccando i contestatori. Sempre in quell’occasione, simbolico sul finire della rassegna fu il disfacimento del grande palco posto a pochi passi dal bagnasciuga; e ancora, spazio ai ricordi (e alle contestualizzazioni) di Elio Pecora e, soprattutto, di Renzo Paris.
Ma in Bellezza, addio vengono intervistati, tra gli altri, anche Fiammetta Jori, Ninetto Davoli e Nichi Vendola (che rivela di aver trovato la forza di dichiarare pubblicamente la propria omosessualità anche grazie alla lettura dei versi dell’autore di Invettive e licenze, 1971, e Lettere da Sodoma, 1972).
Il docufilm è anche una riflessione sull’amicizia, che si vede nei momenti più difficili come in quelli più giocosi.
Dario Bellezza, spirito inquieto (e orgoglioso), è stato tante cose: l’assistente-segretario di Pier Paolo Pasolini, che fu tra i primi estimatori dei suoi versi, e che sapendolo squattrinato e non volendolo umiliare finanziandolo senza nulla in cambio pensò di offrirgli il suo primo “lavoro vero”; Bellezza è stato “il nostro poeta maledetto…” (il “Rimbaud di Monteverde“), e il primo autore dichiaratamente omosessuale della letteratura italiana, ben prima di Pier Vittorio Tondelli e Aldo Busi (nel documentario colpisce la lite televisiva tra i due); e ancora, è stato l’ospite-personaggio al Maurizio Costanzo Show, un uomo solo e al tempo stesso circondato da amiche amici di ogni età, tra telefonate mattutine fatte di pettegolezzi (e qualche cattiveria) e lettere cariche di amore, poesia, dolore e passaggi durissimi.
A proposito di queste lettere, il film deve molto all’archivio personale di Bellezza (che ha una storia particolare, in cui c’è spazio per un’asta pubblica andata deserta, come ricostruisce il Giornale), riportato alla luce da Giuseppe Garrera che, a partire dai moltissimi appunti custoditi, regala al Bellezza, addio alcuni tra i passaggi più sorprendenti.
“Addio cuori, addio amori / foste i benvenuti, gli adorati / ascoltati meno”.
Dario Bellezza è sepolto al Cimitero acattolico di Roma, a pochi passi dall’amica Amelia Rosselli (le cui angosce trovano ampio spazio nel documentario), morta suicida l’11 febbraio 1996, poco più di un mese prima del protagonista di Bellezza, addio. E il legame tra Bellezza e Rosselli è stato tra i più intensi e dolorosi, come testimoniano proprio gli appunti di Bellezza e le lettere conservate nell’archivio, oltre ai ricordi dei loro amici.
L’esistenza del poeta nato a Trastevere il 5 settembre 1944, del resto, è stata un costante saliscendi emotivo, e non sono certo mancate le delusioni e le recriminazioni, anche legate al successo letterario non capitalizzato, a un riconoscimento del grande pubblico che è arrivato per altri, ma non per lui, e alle crisi – fisiche, emotive ed economiche – degli ultimi anni.
Dicevamo di uno spirito inquieto: come ha scritto in un sentito ritratto sul Foglio il poeta e scrittore Daniele Mencarelli, “non c’è tentativo che tenga, non c’è normalità da conquistare, perché Dario dentro di sé ha una bestia che latra, una bestia che ha bisogno dell’altro da sé come dell’aria, e questa smania lo spinge, di notte in notte, a cercare sempre la stessa tregua, sempre momentanea. Il sesso come antidoto fugace al dolore, lo svuotamento come indizio di pace, breve, brevissima”.
Cosa resta, oggi, di Dario Bellezza? Cosa resta dell’ultimo poeta “in una società in cui – come sottolinea sempre Giuseppe Garrera -, non si ha più la possibilità di capire il ridicolo della poesia? Mai come adesso capiamo quel tabù borghese per cui a un figlio si dice ‘non dirmi che vuoi fare il poeta’…”.
“Insegnando ai ragazzi noto l’assenza totale della poesia“, conclude lo storico dell’arte, curatore e collezionista.
Certamente spazi di resistenza (e di nuove forme) per la poesia oggi esistono, eppure, ascoltandolo, riappare negli occhi il palco che si sgretola sulla spiaggia di Castelporziano.
Scopri le nostre Newsletter

Notizie, approfondimenti e curiosità su libri, autori ed editori, selezionate dalla redazione de ilLibraio.it
