“Il disordine non è il contrario della cura, ma spesso il suo linguaggio più sincero… Indossare calzini diversi è un gesto piccolo, minimo ma visibile. Proprio per questo funziona”: in vista della Giornata internazionale dei calzini spaiati 2026 (il 6 febbraio), su ilLibraio.it la riflessione di Simonetta Tassinari, in libreria con “La sublime arte del disordine – La filosofia dei calzini spaiati”: “Viviamo immersi in un’idea di ordine che da tempo ha smesso di essere una semplice abitudine ed è diventata giudizio (e pregiudizio)…”
C’è un giorno all’anno in cui il cassetto dei calzini smette di essere un problema domestico e diventa una dichiarazione pubblica. È la Giornata internazionale dei calzini spaiati (che quest’anno si festeggia il 6 febbraio) e no, non è una scusa per la pigrizia mattutina. È un esperimento sociale a bassissima soglia: non servono manifesti, né cortei, né grandi parole.
Bastano due piedi e un minimo di coraggio cromatico.
Indossare calzini diversi è un gesto piccolo, minimo ma visibile. Proprio per questo funziona. Non fa paura a nessuno, non divide, non urla. Eppure dice una cosa molto chiara: non tutto deve combaciare per forza. E, soprattutto, non tutto ciò che non combacia è sbagliato.
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La Giornata dei calzini spaiati nasce così, senza proclami. Nasce in una scuola primaria italiana, a Terzo di Aquileia (Udine), dall’idea di alcune insegnanti che cercavano un modo semplice per parlare di diversità, disabilità, inclusione, senza trasformare tutto in una lezione teorica o in una retorica benintenzionata. Serviva un gesto comprensibile a tutti, che non mettesse nessuno sotto esame. I calzini funzionavano: tutti li hanno, tutti li capiscono, nessuno deve spiegare troppo. Nessuno deve dimostrare niente.
L’idea ha preso corpo. È uscita dalle aule, ha attraversato scuole, famiglie, biblioteche, uffici. È diventata un rito leggero ma ostinato, che non chiede adesioni solenni ma solo un piccolo scarto. La data non è fissa: cade ogni anno il primo venerdì di febbraio, un giorno feriale qualsiasi, non celebrativo. Nel 2026 cade venerdì 6 febbraio. Un venerdì normale, come normali sono molte delle differenze che impariamo a temere solo perché qualcuno ci ha detto che andavano corrette.
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Ed è proprio questa normalità il punto. I calzini spaiati non chiedono attenzione straordinaria, non reclamano applausi. Stanno lì, sotto i pantaloni, visibili solo se qualcuno guarda davvero. Un po’ come accade alle differenze reali: quelle che non fanno notizia, che non finiscono nei discorsi ufficiali, ma accompagnano la vita quotidiana di tante persone.
Viviamo immersi in un’idea di ordine che da tempo ha smesso di essere una semplice abitudine ed è diventata giudizio (e pregiudizio). Ordine come virtù, disordine come difetto. Ordine come prova di affidabilità, disordine come sospetto. Vale per le case, per le agende, per i comportamenti, per le persone. Se sei troppo fuori asse, qualcosa non va. Se non rientri nella coppia giusta, nel formato giusto, nella sequenza corretta, sei “da sistemare”.
Questa logica agisce in modo silenzioso ma costante. Ci spinge a correggerci, a limarci, a nascondere ciò che stona. A rimettere a posto non solo gli oggetti, ma anche i tratti del carattere, i tempi personali, le fragilità. A forza di voler sembrare “a posto”, rischiamo di perdere pezzi per strada. Un po’ come succede ai calzini in lavatrice.
Il calzino spaiato rompe questa logica con una semplicità disarmante. Non pretende di essere bello. Non chiede approvazione. Sta lì, fa il suo mestiere, scalda un piede, e non si giustifica. È diverso dall’altro, sì. Ma insieme funzionano. Cammini lo stesso. Arrivi lo stesso.
Io, per dire, ho passato anni a cercare il calzino mancante come si cercano le risposte corrette: con ostinazione e un certo senso di colpa. Poi ho capito che non era sparito: semplicemente aveva deciso di non combaciare più. Da allora, ogni tanto, lo indosso.
E il mondo, sorprendentemente, regge.
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Nel mio saggio La sublime arte del disordine – La filosofia dei calzini spaiati parto proprio da qui: dall’idea che il disordine non sia il contrario della cura, ma spesso il suo linguaggio più sincero. I calzini spaiati non sono il segno che qualcosa è andato storto; sono la prova che qualcosa è successo. Che c’è stata vita, movimento, lavatrici affollate, mattine di corsa, distrazioni umanissime.

E allora perché fanno così paura?
Perché ci ricordano che non tutto è controllabile. Che non sempre si vince per simmetria. Che a volte si va avanti per tentativi, per sbagli, per accostamenti improbabili. E questo, in una società che ama i modelli, i manuali, le coppie perfette e le risposte rapide, è profondamente destabilizzante. Il calzino spaiato introduce un dubbietto gentile nell’idea che esista un unico modo corretto di stare al mondo.
La Giornata dei calzini spaiati parla di inclusione, sì. Ma non quella da manifesto. Parla di inclusione concreta, quotidiana, fatta di dettagli. Di bambini che a scuola scoprono che essere diversi non è una colpa. Di adulti che smettono, anche solo per un giorno, di correggersi continuamente. Di piedi che non chiedono il permesso.
Perché l’esclusione, spesso, nasce proprio da lì: dalla pretesa che esista un modo giusto di essere, e che tutto il resto sia una deviazione da raddrizzare. I calzini spaiati rispondono senza polemica, con una domanda implicita: e se invece no? E se il problema non fosse la differenza, ma l’ossessione per l’abbinamento?
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Non è un inno al caos totale. Nessuno sta difendendo il frigorifero con il carciofo molle del 2024. È un invito a distinguere. A capire che non tutto ciò che è fuori schema è un errore, e non tutto ciò che è in ordine è giusto. Che si può essere seri senza essere rigidi. Affidabili senza essere identici.
Alla fine, la forza dei calzini spaiati sta tutta qui: non cercano di convincere nessuno. Non spiegano. Non argomentano. Esistono. E basta. Come molte persone che chiedono solo di non essere continuamente rimesse a posto.
Così, il primo venerdì di febbraio, quando usciamo con due calzini diversi, non stiamo facendo una buffonata. Stiamo dicendo, con i piedi per terra, che il mondo non è una vetrina e noi non siamo un set coordinato. Che si può stare insieme anche senza somigliarsi. Che la dignità non passa dalla simmetria.
E se qualcuno storce il naso, pazienza.
Buona Giornata dei calzini spaiati, allora.
Che il passo sia libero, e il cammino condiviso.
L’AUTRICE – Simonetta Tassinari ha insegnato storia e filosofia nei licei e nel Laboratorio di didattica della filosofia dell’Università del Molise. Da anni coltiva la psicologia relazionale, la psicologia dell’età evolutiva, il counseling filosofico e divulga la filosofia tra bambini e ragazzi. Anima partecipati caffè filosofici e tiene conferenze in tutta Italia e all’estero. Collabora con la fondazione Quid+ e con Treccani Futura.
Ha pubblicato romanzi, testi di argomento storico e filosofico (tra gli altri, per Einaudi scuola) e il saggio “brillante” – sull’insegnamento della filosofia nelle scuole – La sorella di Schopenhauer era una escort (Corbaccio). Con Corbaccio ha pubblicato anche Donna Fortuna e i suoi amori, La casa di tutte le guerre, Le donne dei Calabri di Montebello e L’ultima estate in paese.
Per Feltrinelli ha pubblicato nel 2019 Il filosofo che c’è in te; S.O.S. filosofia. Le risposte dei filosofi ai ragazzi per affrontare le emergenze della vita, rivolto agli adolescenti; Il filosofo influencer. Togliersi i paraocchi e pensare con la propria testa (2020); per Gribaudo Instant Filosofia (2020) e Le 40 parole della filosofia (2021) e Il libro rosa della filosofia – Da Aspasia a Luce Irigaray, la storia mai raccontata del pensiero al femminile (2024). Dopo aver pubblicato nel 2025 Il bello tra le crepe – Manuale di riparazione della vita quotidiana, a inizio 2026 è uscito per Gribaudo La sublime arte del disordine – Filosofia dei calzini spaiati.
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.
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