“Chelsea Girls” di Eileen Myles, per la prima volta nelle librerie italiane, è un’opera di culto della letteratura queer americana. Racconta, con uno stile ruvido, ironico e sperimentale, la giovinezza queer di Myles, tra Boston e New York, negli anni ’70 e ’80: relazioni tossiche, precarietà economica, alcol, droga, sesso e poesia come strategie quotidiane per restare a galla… Alla fine, ciò che resta è una voce forte, libera, originale, che attraversa il tempo senza addomesticarsi…
“Ho sempre pensato che l’amore non fosse una fregatura, ma un luogo confortevole dove abitano tutte le storie del mondo. Credo di saperlo perché sono nata dentro un manicomio; credo di aver capito che il tempo può essere talmente breve o talmente lungo che, scambiandoci sigarette, ascoltando gli uccellini, osservando la luce, si deve parlare e parlare per non avere paura della sua lungaggine, della sua brevità o della sua spietata velocità”.
Bastano queste righe a restituire i nuclei tematici di Chelsea Girls: la pazzia e l’amore, il dolore, le sigarette, le chiacchiere a vuoto, il tempo che corre o s’incespica, ma soprattutto le storie. Il bisogno di raccontare, di scrivere – un’urgenza che ha portato Eileen Myles (classe ’49, che si definisce con il “they/them”, ndr) a pubblicare, negli ultimi trent’anni, più di venti volumi tra poesia, narrativa, saggistica, pièce teatrali, libretti e performance.
Vincitrice, tra gli altri riconoscimenti, del Lambda Literary Award for Lesbian Fiction e della Guggenheim Fellowship, Myles è una delle voci più iconiche e radicali della scena letteraria e artistica statunitense, assurta a vera e propria figura di culto per un’intera generazione di scrittori.
Nata a Cambridge, nel Massachusetts, si trasferisce a New York negli anni ’70, vivendo in prima persona la scena artistica vivace e trasgressiva di quel periodo e collaborando con figure come Allen Ginsberg, Robert Mapplethorpe e Patti Smith.

Chelsea Girls – che arriva ora per la prima volta in Italia nella traduzione di Alessandra Ceccoli per Mattioli 1885 – racconta con uno stile ruvido, ironico e sperimentale la giovinezza queer di Myles tra Boston e New York negli anni Settanta e Ottanta: relazioni tossiche, precarietà economica, alcol, droga, sesso e poesia come strategie quotidiane per restare a galla. Dall’infanzia cattolica negli anni Sessanta, segnata da un padre alcolizzato, all’adolescenza ribelle e alla progressiva emersione della propria identità sessuale, fino alla lotta per affermarsi come poeta queer in una New York dura e contraddittoria, Chelsea Girls procede per frammenti, episodi e salti temporali. Non una formazione lineare, ma una successione di tentativi, cadute e slanci, raccontati con umorismo, intelligenza, dolore e una spregiudicatezza ostinata.
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Scritto tra il 1980 e il 1993 e pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1994, il libro è spesso definito un memoir, ma Myles ha sempre rifiutato questa etichetta. “Viene etichettato come memoir, e io non voglio che lo sia. Non mi piace l’autofiction e tutte queste categorie inventate. Amo i romanzi. Sento di essere inventata, e la mia visione della realtà è inventata”, ha dichiarato in un’intervista alla Los Angeles Review of Books.
Per Myles, infatti, scrivere significa sempre trasformare l’esperienza: “Appena metti la penna sulla carta, stai già inventando qualcosa. Molte cose simili a quelle di Chelsea Girls mi sono davvero accadute, ma restano comunque un’illustrazione, non il Vangelo”. È proprio in questa tensione tra vissuto e fantasticheria che il libro trova la sua forza: una voce che sembra parlare direttamente al lettore e che rivendica una presenza e un lavoro artistico cresciuti ai margini, in uno di quei «centri laterali» che, come ricorda Myles, esistono da sempre anche quando il mainstream finge di non vederli: “Il centro non è il centro. Non c’è un unico centro, ce ne sono molti”.
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Nei ventotto brevi saggi che compongono Chelsea Girls emerge con forza una lotta costante per la sopravvivenza. Myles, lontana da qualsiasi tentazione di edulcorare o romanticizzare la vita newyorkese di un’aspirante scrittrice, parla senza filtri di soldi, di lavoro, di fame.
La sua è una quotidianità fatta di impieghi occasionali: lavora in fabbrica, come cameriera, tassista, impiegata nel reparto contabile di un ufficio, persino come spacciatrice, mentre attende invano un sussidio da un fondo per artisti squattrinati. I soldi non arrivano mai (“Che abbiano scoperto che in realtà non sono un’artista?“), e così mangia pane raffermo per giorni o stringe legami di convenienza con persone benestanti — spesso artisti affermati della New York che conta — che le prestano denaro, le offrono un divano su cui dormire, diventano “delle mammine e dei papà: di solito sono parecchio insipide e non hanno nulla da dire, ma possono farti sentire grandioso, per un po’. Sono un lavoro vero e proprio”.
Spesso ciò che guadagna di giorno lo spende di notte, in alcol e droga. Ingolla pillole blu sulla linea F della metropolitana, da qualche parte tra il Queens e Manhattan, con la prospettiva di “andare da qualche parte fuori dalla propria vita e ritornare rinnovata; rinvenire e guadagnare un po’ di soldi; pulire il proprio appartamento; scrivere qualcosa”. Se la droga riesce a farla sentire forte, improvvisamente non più affamata né al verde – “un personaggio di fantasia” – l’alcol ha invece il potere di gettare una “luce benevola” sulla scrittura, «sulla povertà e sulla ricchezza delle parole fatte a pezzi che stramazzano sul mio quaderno».
La poesia, per Myles, è una ragione di vita, qualcosa di spirituale e salvifico. Nasce dallo stesso istinto religioso che, da bambina cresciuta in un contesto cattolico, la portava a inginocchiarsi in chiesa e a pregare. Ma una biografia segnata da lutti e perdite continue l’ha spinta a sostituire il sentimento religioso con la scrittura: scrivere diventa un modo – forse l’unico – per riuscire ad abitare il dolore. Allo stesso tempo, l’arte è inseparabile dal desiderio di essere vista, compresa, amata «nella sua interezza, compresa la sessualità, la parte di sé resa ancora più fragile dall’insicurezza». Memorabile il capitolo in cui Myles racconta la festa organizzata a casa propria per l’uscita del suo primo libro, nel 1978: una giornata attesa come l’inizio di una nuova stagione. Alla festa partecipa il meglio della scena artistica newyorkese, Allen Ginsberg compreso. Myles compra cocaina in abbondanza, ma a un certo punto capisce che ciò che per lei rappresentava il momento più importante della sua esistenza, per gli altri «era solo l’ennesima festa”. Finisce così per sentirsi «congelata» dentro la propria vita: “Non avrei mai smesso di sentirmi così. Ero una grande poetessa e sarei rimasta per sempre sola”.
Antidoto a questo senso profondo e sconcertante di solitudine sono le numerosissime relazioni sentimentali che attraversano il libro: dall’infatuazione non corrisposta al triangolo amoroso, fino alla presenza ingombrante e ineludibile dell’ex storica, Christine, una vera e propria «tiranna emotiva» da cui Myles non riesce mai a prendere davvero le distanze. Le relazioni sono sfrontate, confuse, divertenti, tossiche – sicuramente avventurose. Quando Myles comincia a raccontare, si intuisce subito che non può finire bene: l’innamoramento per una ragazza etero dieci anni più giovane (“eri troppo per me, eri un monumento alla pace“); la relazione con un’aspirante scrittrice che “conosceva tutti a New York, tutti quelli che facevano parte del circuito di drogati modaioli e di tendenza“; il ménage à trois con una coppia sposata e benestante a cui si era avvicinata per puro opportunismo (“Li conobbi perché avevo fame”).
Alle pagine più irriverenti e umoristiche se ne alternano altre dai toni più cupi, in cui emergono tutta la solitudine e il bisogno d’amore di una persona segnata da un’infanzia difficile. Sono soprattutto le pagine dedicate alla famiglia – e in particolare al padre alcolizzato – a rivelare la radice più profonda di questa vulnerabilità. Un padre percepito sempre nella sua estrema fragilità, e che proprio per questo Myles ha sentito il dovere di proteggere fin da bambina: una bambina terrorizzata dall’idea di restare sola, incaricata di prendersi cura dell’adulto. Poi un’adolescente confusa, che “rubava cose e attendeva sempre di essere elogiata“, che desiderava piacere, che al college si ubriacava e piangeva ogni sera perché aveva capito che la tristezza la rendeva più interessante, e che a diciotto anni subisce una violenza di gruppo. Una donna che continua a cercare disperatamente l’approvazione degli altri, che ama ubriacarsi, scrivere, innamorarsi. Non le serve altro.
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Chelsea Girls permette così di immergersi nell’atmosfera travolgente degli anni Settanta, nella sua moda (“C’erano così tanti desideri dentro i vestiti”), nella sua energia. Non manca il racconto della partecipazione di Myles a Woodstock, né quello della frequentazione del Chelsea Hotel (“Conoscevo bene il posto, i suoi odori e i suoi suoni e il livello di degrado”). Ma più di ogni ricostruzione d’epoca, ciò che resta è una voce forte, libera, originale, che attraversa il tempo senza addomesticarsi: una scrittura che espone tutto – fame, desiderio, ambizione, paura – e che fa della fragilità una forma di resistenza.
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