Cosa succede nella testa di uomo quando prega? Perché riusciamo a ricordare le emozioni provate durante la lettura e non le parole che abbiamo letto? Questi e altri interrogativi affollano le pagine di “Distretti di confine”, l’ultima opera di Gerald Murnane (suo, tra gli altri, l’onirico “Le pianure”). In questo libro (l’ultimo?), lo scrittore australiano (che non ha mai lasciato il suo paese e che anche quest’anno è stato candidato al Nobel per la letteratura) raccoglie le sue impressioni sul funzionamento della memoria e su quelle immagini mentali che rimangono imbrigliate nei distretti della mente…
“Non mi è mai interessato ascoltare la gente che parla semplicemente di un’opera narrativa o di un altro tipo di libro come se esso consistesse di argomenti, idee o altri dati di fatto di cui parlare invece che di parole e frasi che aspettano di essere lette”.
Così scrive Gerarld Murnane, australiano classe ’39, in Distretti di confine, uscito in Italia per Safarà (con la traduzione di Roberto Serrai) e concepito per essere l’ultima opera di narrativa dell’autore.

La citazione dà un’idea del tono che Murnane utilizza in questo testo, complesso da inquadrare e difficilmente incasellabile.
Con facilità si possono, invece, spendere alcune parole su chi l’ha scritto, un personaggio eccentrico e bizzarro, descritto dal New York Times come “uno dei migliori scrittori di lingua inglese viventi di cui la maggior parte delle persone non ha sentito parlare”.
La dimensione singolare della sua figura si rispecchia anche nelle scelte di vita: Murnane non ha mai superato i confini dell’Australia, che per altro ha girato poco, dichiara di non aver mai messo le mani su un computer e di aver visto pochissimi film. È un grandissimo appassionato di corse di cavalli e, da quando è andato in pensione, si occupa prevalentemente di amministrare il suo archivio privato e gestire il bar del Circolo di golf della città di Goroke, dove vive.
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Murnane, il cui nome negli ultimi anni è comparso più volte tra i possibili candidati al premio Nobel per la letteratura, è stato insegnante, editore e docente universitario. Il suo esordio, Tamarisk Row, è arrivato in Italia grazie alla casa editrice Safarà, che ha pubblicato, tra gli altri, anche Le pianure, il suo libro più conosciuto che narra la storia di un cineasta anonimo che viaggia per l’Australia alla ricerca di un finanziatore per il suo film sulle connotazioni simboliche delle pianure australiane.
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E arriviamo adesso a Distretti di confine, nel tentativo di non tradire troppo le parole dell’autore con cui si apre questo pezzo.
Il testo è stato scritto dopo il trasferimento di Murnane in un “distretto poco distante dal confine”. Circondato dai pochi libri che ha deciso di conservare, e completamente privo di tecnologia, con solo una radio a fargli compagnia per poter ascoltare le telecronache delle sue amate corse, l’autore accompagna lettrici e lettori in un viaggio nella sua mente, ancor meglio, nei distretti che si trovano ai confini mentali: “Il mio panorama mentale, per così dire, non era un unico paesaggio ma un insieme di frammenti di immagini non dissimili da quelle che si potevano vedere mediante un caleidoscopio”.
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L’autore riporta su carta queste immagini mentali con scrupolosità, riflettendo sulle condizioni e le situazioni che ne hanno permesso la creazione: le immagini che si creano nella mente di un uomo che prega, le emozioni legate ai colori di alcune biglie con cui lo scrittore giocava da bambino, la foto in bianco e nero di un’autrice sulla quarta di copertina del suo libro, le emozioni provate durante la lettura di un testo consigliato da una zia…

Sono tutti scorci di vita di un uomo affascinato dal potere delle immagini che la mente può creare, interessato a riflettere sul funzionamento della memoria, convinto che “ciò che si immagina a volte potesse essere preferibile a ciò che è reale, o che la rinuncia a volte potesse essere preferibile all’esperienza”.
Pensare a Marcel Proust risulta quasi naturale, ancor più quando l’australiano decide di offrire a chi lo legge la sua personale Madeleine: spinto da una frase letta, quand’era ragazzo, dietro l’immagine di un santino – bada ai tuoi occhi – l’autore comincia a prestare attenzione ai dettagli che lo circondano. È così che fa caso a una chiesa, nel quartiere dove si è trasferito, con delle piccole finestre dai vetri smerigliati. I colori di quei vetri, cangianti a seconda di come vengano colpiti dal sole, ma anche a seconda della posizione di chi li guarda, dall’interno o dall’esterno della chiesa, sono la scintilla che permette l’inizio delle riflessioni di Murnane, sulle memorie e su come queste si siano depositate nei confini della sua mente.
Ne scaturisce un monologo estremamente personale, fatto più di impressioni che di ricordi. Una sorta di testamento letterario che non guarda dritto davanti a sé, ma preferisce dedicare l’attenzione a quello che si riesce a intravedere con la coda dell’occhio.
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