“Il dramma non è tanto che la musica sia morta, ma che non stia nemmeno rinascendo… Non si avverte più l’ambizione di dire qualcosa che lasci una traccia. Ed è questo l’aspetto più drammatico”. Il giornalista musicale Gino Castaldo è in libreria con “La musica è finita – Appunti per una rivoluzione”, e per l’occasione si racconta a tutto campo, dagli esordi al presente in radio, passando per l’amicizia con Ernesto Assante. Il conduttore si scaglia contro algoritmi e social: “La musica ha finito per assomigliare sempre di più ai social: fare una canzone è diventato un po’ come pubblicare un post. Tutto è rapido, superficiale, progettato per ottenere una reazione istantanea. Ecco perché non nasceranno più icone come David Bowie…”. E ancora: “Alcuni artisti me lo hanno confessato: ‘Sì, faccio un disco, ma poi dove va? Che succede?’. C’è uno smarrimento totale…”. Nell’intervista trovano spazio i tanti incontri (e scontri…) di una lunga carriera, e non pochi aneddoti (compreso quello legato a una “bugia” di Lucio Dalla), oltre ai (leggendari) concerti visti (“Quello che mi ha segnato davvero è Bruce Springsteen. La prima volta che lo vidi dal vivo, nel 1984, non ci credevo. Era qualcosa di travolgente, che mi sconvolse”). Tra le altre cose, si parla anche del ruolo (smarrito) della critica musicale, di “shitstorm”, del cambiamento nel pubblico e dell’imitazione al “GialappaShow” (non particolarmente apprezzata…)
Se il decano dei giornalisti e critici musicali italiani dice che la musica è finita allora c’è qualcosa che non va.
Gino Castaldo in La musica è finita – Appunti per una rivoluzione (HarperCollins Italia) scrive un’appassionata requisitoria, nella quale spiega chi sono gli assassini (l’algoritmo, la tecnologia onnipotente, i social, la dittatura dei like), indica i mandanti (le big tech, che sembrano invisibili, ma influenzano modi e stili di vita di miliardi di persone), si chiede se oggi, nell’epoca del tutto e subito, sarebbe possibile la nascita di un David Bowie o di un Jim Morrison.
Azzarda qualche soluzione e, come tutti gli innamorati feriti, ma che non s’arrendono, elenca alla fine cento (ottime) ragioni per non poter fare a meno della musica, dalle due versioni delle Variazioni Goldberg suonate da Glenn Gould ai duetti tra Ella Fitzgerald e Louis Armstrong e le canzoni di Battisti.

Nel libro evoca una crisi profonda della musica, ma racconta anche momenti in cui sembrava davvero “finita”: dalla morte di Buddy Holly nel 1959 fino all’assassinio di John Lennon del 1980. Non stiamo drammatizzando anche oggi qualcosa che la musica ha sempre saputo superare?
“Forse sì. Però ho il timore che questa volta sia diverso. Quando parlo di morte e rinascita, mi riferisco a un ciclo naturale, che appartiene non solo alla musica, ma alla cultura e alla vita stessa. È un processo fisiologico: le cose finiscono e poi rinascono sotto nuove forme. La musica, nel corso del tempo, ha sempre seguito questo ritmo. Oggi ho la sensazione che questo ciclo si sia interrotto. Il dramma non è tanto che la musica sia morta, ma che non stia nemmeno rinascendo”.
È come se fosse sospesa in una sorta di limbo.
“Peggio ancora, una specie di falsificazione: qualcosa continua a esistere in apparenza, ma ha perso il suo movimento naturale, la sua evoluzione autentica. E questo non riguarda solo la musica. È una condizione più ampia, che attraversa molte dimensioni del nostro tempo. La musica, in questo senso, è solo un osservatorio privilegiato: ci mostra con particolare evidenza che qualcosa, nei meccanismi naturali di trasformazione e progresso, sembra essersi inceppato. Non sta emergendo nulla di veramente nuovo, e questa è la cosa che più inquieta e preoccupa”.
Quando cita l’irruzione di Bob Dylan e dei Beatles come una rivoluzione, sembra suggerire che oggi non esistano più artisti capaci di cambiare davvero il mondo. È una crisi di talento o di contesto?
“Me la prendo soprattutto con il sistema. La musica oggi esiste ancora, certo, ma è stata inglobata dentro un meccanismo distruttivo: un sistema che ha progressivamente selezionato e privilegiato solo ciò che produce interesse immediato, senza più alcun vero equilibrio con la qualità”.
Anche in passato, però, si voleva vendere, fare numeri, guadagnare.
“Sì, certo, questo ha sempre fatto parte del gioco, ma esisteva una tensione parallela, una ricerca espressiva e artistica che bilanciava tutto il resto. Oggi quella dimensione sembra essersi dissolta. Al suo posto c’è quasi esclusivamente la caccia ai numeri, alle visualizzazioni. Non si avverte più l’ambizione di dire qualcosa che abbia davvero senso e che lasci una traccia. Ed è questo l’aspetto più drammatico. Non è solo una sensazione: ci sono segnali evidenti che indicano un sistema malato, che riesce sì a produrre ricchezza, ma non qualità. E quando accade questo squilibrio, inevitabilmente il talento fatica a emergere. Non perché non esista, ma perché trova sempre meno spazio per svilupparsi”.
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È questo meccanismo che stritola l’emergere di nuovi talenti?
“Oggi, un giovane cantautore con l’ambizione e la profondità di un De Gregori, dove andrebbe? Che possibilità avrebbe? Lo streaming, per come è strutturato, spinge verso prodotti consumabili in pochi secondi. Brani che devono colpire subito. È un meccanismo che scoraggia la ricerca e la complessità. In questo senso, la musica ha finito per assomigliare sempre di più ai social: fare una canzone è diventato un po’ come pubblicare un post su Instagram o su TikTok. Tutto è rapido, superficiale, progettato per ottenere una reazione istantanea. E così i ‘like’ diventano il vero e unico criterio di valore. Ma un sistema costruito su queste basi, inevitabilmente, impoverisce la musica stessa”.
Nel libro racconta che Bing Crosby finanziò il nastro magnetico per avere più tempo per giocare a golf: oggi le innovazioni tecnologiche nascono ancora da intuizioni umane o solo da logiche industriali?
“Qui entra in gioco un altro elemento decisivo: l’intuizione umana rischia di essere soffocata da una struttura più grande di noi. Si è formata una sorta di piramide tecnologica, quasi senza che ce ne accorgessimo. Siamo stati tutti poco vigili, nel comprendere davvero cosa stava succedendo. Ci ritroviamo così in una situazione in cui la tecnologia è finita nelle mani di poche oligarchie: veri e propri imperi economici, potentissimi e sempre più difficili da contrastare. Sono ovunque e da nessuna parte allo stesso tempo, entità sfuggenti, quasi astratte, ma con un impatto concretissimo sulle nostre vite. Di fatto oggi anche l’ecosistema musicale è nelle loro mani, guidato da aziende che, detto brutalmente, hanno come obiettivo principale il profitto”.
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Il problema è che non ci sono più contrappesi.
“Nella storia delle società, quando qualcuno accumula troppo potere, prima o poi emergono forze capaci di bilanciarlo. Qui, invece, questi meccanismi non si sono sviluppati, forse perché il pericolo non è stato percepito in tempo. E così ci troviamo in una condizione di relativa impotenza. Se pensiamo alle grandi piattaforme tecnologiche, la loro natura astratta le rende ancora più difficili da comprendere, e quindi da regolare. È chiaro che tutto questo non riguarda solo la musica. Questa però rappresenta un indicatore sensibile: subisce direttamente queste dinamiche e ne rivela gli effetti, mostrando quanto questo squilibrio di potere stia incidendo anche sulla produzione culturale”.
Lei contrappone il vinile alla musica liquida e cita dischi “totem” come The Dark Side of the Moon. Non è un feticismo del passato o davvero il supporto cambia il modo in cui ascoltiamo e quindi comprendiamo la musica?
“Lo cambia eccome. E non c’entra nulla la nostalgia: è un sentimento che non mi appartiene, anzi, tendo a combatterlo. Qui si tratta di qualcosa di più oggettivo. Quando perdiamo certi elementi, perdiamo anche un modo di percepire, un gusto. Non è passatismo: è prendere atto che qualcosa è stato eliminato e che questa perdita ha delle conseguenze. Sul vinile, per esempio, siamo stati fin troppo leggeri. Il passaggio prima al compact disc – e poi alla musica liquida – è avvenuto quasi senza consapevolezza. Abbiamo accolto tutto con entusiasmo, senza coglierne fino in fondo le implicazioni. E invece è proprio lì che comincia il processo di ‘alleggerimento’ della musica: prima fisico, poi simbolico. Con il tempo, questo alleggerimento è diventato sempre più radicale”.
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Con quali conseguenze?
“Oggi la musica è diventata qualcosa di disincarnato. E questa trasformazione non riguarda solo il modo in cui la ascoltiamo, ma anche il modo in cui viene fatta. Chi crea si adegua a questo contesto: a una musica più leggera, più veloce, più consumabile. Il punto non è rimpiangere il passato, ma osservare il presente. E il paradosso è evidente: viviamo uno dei momenti più complessi e inquieti degli ultimi decenni, eppure molte canzoni restituiscono un’immagine diversa, come se abitassimo in un mondo spensierato. La musica sembra scollegata dalla realtà, come se fosse prodotta in una dimensione astratta, separata da ciò che accade davvero nel mondo”.
Intrattenimento e basta.
“Sì, che è una delle funzioni anche nobili della musica. Il problema nasce quando resta solo questo. Le cose funzionano quando c’è equilibrio, quando convivono livelli diversi: leggerezza e profondità, evasione e racconto del reale. Se questo equilibrio si rompe, si perde qualcosa di essenziale”.
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Secondo gli ultimi dati, il mercato dei vinili è aumentato del 17% nell’ultimo anno e il merito è (anche) di chi non t’aspetti: la Generazione Z. È il segnale di un’inversione di tendenza?
“Il mondo oggi funziona a bolle, non si può generalizzare. C’è sicuramente una parte di giovani che ha ‘scoperto’ il vinile, che rimane qualitativamente migliore come esperienza d’ascolto. Se uno si prende il tempo di ascoltare davvero, capisce che non è passatismo, ma è un altro modo, più ricco, di vivere la musica. So che esistono anche locali dove la musica viene suonata dal giradischi e questo è un segnale interessante. Non è snobismo, o nostalgia: è la scoperta che la musica può essere fruita in un altro modo dallo streaming. La comodità di averla a portata di mano ha avuto un prezzo, ossia la perdita di qualcosa che forse non abbiamo ancora del tutto messo a fuoco”.
Tornando alla produzione musicale, non ci sono artisti che fanno eccezione e tentano di sparigliare e imbastire un racconto? Penso a Rosalia, ad esempio.
“Sì, ci sono, come anche molte protagoniste della nuova scena inglese, dove si avverte una ricerca più personale, meno allineata. Anche in Italia ci sono artisti come Madame, ad esempio, che mostrano una sensibilità diversa. Non è un caso che spesso siano le donne a portare questo scarto, questa capacità di uscire dai binari più prevedibili. Ma attenzione: il mio è un discorso molto generale. Nel libro evito di fare nomi proprio per non cadere nella logica semplicistica e fuori luogo dei ‘buoni’ e dei ‘cattivi’. Il punto non è individuare singoli artisti da salvare o da criticare. Il problema è più profondo e sistemico. Anche le esperienze più interessanti devono comunque muoversi dentro un contesto che tende a uniformare, a spingere verso certe dinamiche”.
Nel libro descrive un mondo in cui la musica nasce pensando ai like e ai reel: se David Bowie o Jim Morrison fossero emersi oggi, sarebbero diventati icone o sarebbero stati schiacciati dall’algoritmo?
“La domanda è proprio questa: capire se da qualche parte oggi ci siano dei David Bowie nascosti. Purtroppo non lo so. Di sicuro, c’è un sistema che scoraggia proprio la nascita di artisti così. I ragazzi si formano dentro un mondo che manda messaggi molto precisi: se vuoi fare musica, devi farla in un certo modo e basta. E quindi, anche chi avrebbe potenzialità diverse finisce spesso per adeguarsi”.
Non c’è nessun rimedio?
“I musicisti hanno un grande potere, ma spesso non ne sono consapevoli. La musica, come altri ambiti, è un mondo molto individuale, i musicisti difficilmente si mettono insieme. Eppure, se lo facessero, sarebbero forse gli unici ad avere la forza di cambiare le cose. Basterebbe la consapevolezza del proprio ruolo, la capacità di fare squadra. Il problema è che molti artisti, anche di una certa esperienza, sono un po’ smarriti: non sanno bene che direzione prendere e finiscono per muoversi senza una vera strategia”.
C’è un certo malessere tra di loro?
“Alcuni me lo hanno proprio confessato: ‘Sì, faccio un disco, ma poi dove va? Che succede?’. C’è uno smarrimento totale. Soprattutto tra gli artisti di 30-40 anni, che non sanno più bene che fare. Questo sistema non è pensato per loro. In generale, il contesto è strutturato in modo tale da escludere, più che includere”.
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Ci faccia qualche nome.
“No, sono confidenze che mi fanno. Comunque la invito a fare un esperimento”.
Quale.
“Entri dal panettiere e chieda cosa c’è in questo momento in classifica. Credo che al 99, anzi al 100 per cento, risponderebbe che non lo sa. E se prova a fare qualche nome, spesso rispondono: ‘Ma chi sono?’. Questo dà l’idea della situazione, ci dice che sta succedendo qualcosa di bizzarro, perché c’è uno scollamento che prima non c’era tra il sistema musicale e il grande pubblico. Oggi il sistema premia soprattutto un certo tipo di musica che, paradossalmente, è spesso sconosciuta alle persone. E questo è un dato curioso, anomalo. È come se ci fosse un livello di mediazione, anzi un algoritmo, di troppo”.
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Parliamo un po’ di lei. Come nasce la sua passione per la musica?
“Avevo due passioni fin da ragazzino: la musica e la scrittura. Alla fine, le due cose si sono felicemente sposate”.
In che modo.
“Nel 1971, avevo 21 anni, mandai un pezzone di jazz a una rivista molto prestigiosa, che esiste tuttora, Musica Jazz, senza sapere bene cosa sarebbe accaduto. Un giorno vado in edicola, la compro e scopro che il mio articolo era stato pubblicato. Rimasi spiazzato, quasi incredulo. E mi dissi: ‘Allora si può fare’. La figura del giornalista musicale all’epoca non esisteva. I quotidiani si occupavano pochissimo di musica pop. Al massimo c’era qualche critico jazz e basta”.
Qualche anno dopo, nel 1976, Eugenio Scalfari fonda La Repubblica e la chiamano subito.
“Sì, oggi sembra assurdo, ma furono loro a offrirmi l’assunzione. Avevo 25 anni e dissi che ci dovevo pensare e iniziai a collaborare. Altri tempi. Oggi sarebbe inimmaginabile rispondere così” (ride, ndr).
Da anni si parla della crisi, o della fine, della critica musicale nell’era dello streaming e degli artisti che comunicano direttamente con i fan attraverso le piattaforme.
“A me piace parlare più in generale di giornalismo musicale, perché una delle esperienze più esaltanti della mia carriera è quella di raccontare i concerti: un misto di critica, cronaca e narrazione insieme. Detto questo, è da anni che non faccio più il critico, perché ormai è impossibile farlo”.
Per quali motivi?
“Il giudizio secco, tipo ‘bello o brutto’, non mi è mai piaciuto. Oggi il punto è un altro: non è morta la critica musicale, è morto proprio il pensiero critico. Se provi a esprimere un dubbio su un artista, o provi a fare una domanda, vieni subito etichettato come un infame. Non è previsto che tu possa articolare un pensiero: vieni semplicemente massacrato, soprattutto dai fan, che non sono interessati a nessuna forma di riflessione critica”.
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Le è capito di essere attaccato?
“Mi è successo due o tre volte di subire quelle che si chiamano ‘shitstorm’, anche abbastanza pesanti. Di recente con i BTS, la band hip hop sudcoreana, che hanno un esercito di fan organizzati. Se scrivi qualcosa, anche in modo ironico, ma non aggressivo, basta poco perché parta un passaparola. E ti arrivano una serie di commenti molto simili tra loro, e a quel punto capisci che c’è una dinamica organizzata. Ti ritrovi bersaglio di post che non c’entrano nulla con l’argomento, ma solo insulti pesanti e aggressivi tipo ‘razzista’, ‘vecchio’, ‘devi morire’. E quando vedi la ripetizione degli stessi messaggi, capisci che non è un confronto: è un meccanismo squadrista. Non c’è una risposta argomentata, un ‘non sono d’accordo per questo motivo’. Il ruolo della critica dovrebbe essere anche quello di stimolare un dibattito”.
Le è successo anche con artisti italiani?
“Sì, con Achille Lauro, sul quale avevo fatto una battuta sulla sua partecipazione all’Eurovision. È bastata quella per scatenare un inferno sui social”.
In passato non la criticava nessuno?
“Certo. Mi sono scontrato con grandi artisti come Vasco Rossi o Pino Daniele. Ricordo Lucio Dalla che mi telefonava e mi insultava per un quarto d’ora per una parola che non gli era piaciuta in una recensione. Era un altro tipo di rapporto, più immediato. E c’era un confronto diretto, umano. Adesso, invece, è tutto schermato: non c’è più la risposta personale dell’artista, ma una reazione mediata che passa attraverso i fan che scrivono sui social. In generale, oggi c’è un alto livello di violenza verbale. E questo crea un clima in cui la critica diventa sempre più difficile. Alla fine, sembra quasi un mondo dove si può solo applaudire, senza uno spazio reale per il dissenso o per la valutazione critica”.
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È vero che suo padre Guido avrebbe voluto per lei un lavoro “sicuro” come l’ingegnere o il bancario?
“Sì, scriveva per il teatro ed era autore televisivo, un lavoro per definizione precario. Apparteneva a una generazione che veniva dalla miseria della guerra e per me immaginava qualcosa di più sicuro. All’epoca c’era l’idea del posto fisso, del lavoro stabile, dello stipendio sicuro. Alla fine, ho seguito anch’io le sue orme”.
L’altra sua grande passione è la radio.
“È un amore che non finisce mai. Nonostante abbia cento anni di vita, è un mezzo che non è mai cambiato ed è sempre attuale. E questo, in qualche modo, vuol dire qualcosa: che ha una sua perfezione. Per la musica, ancora oggi, in questa fase di destabilizzazione totale e di perdita di consistenza, la radio resta forse il miglior veicolo”.
Lei quando ha cominciato?
“Nei primi anni Ottanta, su Rai Radio 3, con un programma sperimentale. Una vita fa. Poi ho fatto varie esperienze. Da anni sono su Radio 2, tutte le sere dalle 21 alle 22, con Back2Back insieme a Ema Stokholma. Mi diverto molto, perché è uno spazio in cui sono libero da playlist e posso mettere la musica che amo di più e questo, per me, è davvero impagabile”.
Su Lucio Dalla ha scritto insieme a Ernesto Assante un libro uscito qualche anno fa. Ci racconta qualche aneddoto che non è stato ancora raccontato?
“Sto curando un libro su di lui che uscirà in autunno. È un lavoro un po’ particolare, perché è fatto solo di parole di Lucio, e quindi ho intrapreso questa full immersion nelle cose che ha detto. Continuo a stupirmi. Pensavo di conoscerlo abbastanza bene. E invece no. È un artista che ha la capacità continua di sorprenderti…”.
E l’aneddoto?
“Riguarda Futura, una delle sue canzoni più belle, uscita nel 1980. Lui raccontò di averla scritta una sera del 1979 a Berlino, quando si fece portare da un taxi al Checkpoint Charlie, il passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest. Si sedette su una panchina, si accese una sigaretta e poco dopo si fermò un altro taxi da cui scese Phil Collins. Lui a quel punto ebbe la tentazione di avvicinarsi e dirgli che era anche lui un musicista, ma non lo fece. Disse che restarono lì, in silenzio, per una mezz’ora. Ognuno per i fatti suoi. E in quella mezz’ora, Dalla scrisse il testo di Futura: la storia di due amanti, uno di Berlino Est e una di Berlino Ovest, che immaginano di fare un figlio”.
Bello, no?
“Sì, poi ho scoperto che non era niente vero, si era inventato tutto. Ma Lucio Dalla aveva questa straordinaria capacità: era un bugiardo creativo. Non mentiva per ingannare, ma per rendere le cose più vive, più belle. La prova del nove che era tutto falso l’ho avuta durante il Covid, quando ho ritrovato delle vecchie audiocassette del 1980, tra cui c’era un’intervista che gli avevo fatto per l’uscita di Futura. E lì non c’è nessun accenno a quella storia. È stata la conferma definitiva che si era inventato tutto”.
Sul podio dei più grandi cantatori italiani chi mette?
“I nomi che farebbero più o meno tutti: Dalla, Battiato, Pino Daniele, De Gregori”.
I concerti più memorabili che ha raccontato?
“Il primo ricordo che mi viene in mente è quasi un accumulo di immagini, più che una sequenza ordinata. Parlo di concerti che per me sono stati delle vere e proprie folgorazioni, momenti che ti restano addosso per sempre. Se devo partire da qualcosa di davvero grande, penso alla prima tappa europea del The Wall Tour dei Pink Floyd nel 1980 a Londra. Poi il concerto dei Rolling Stones del 1967 a Milano. Era un’altra epoca, ma ebbi la sensazione di trovarmi davanti a qualcosa che andava oltre la musica. Poi, naturalmente, Bob Marley a San Siro il 27 giugno 1980, l’ultimo atto, grandioso, epico, di un sogno che aveva infiammato di rivoluzione il mondo giovanile negli anni Settanta. E ancora gli U2 in diversi momenti. Ma quello che mi ha segnato davvero è Bruce Springsteen. La prima volta che lo vidi dal vivo, nel 1984, non ci credevo. Era qualcosa di travolgente, che mi sconvolse. E devo ammettere che ogni volta che vado a un suo concerto resta identica quella sensazione della prima volta, come un amore che non finisce mai”.
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Cosa le manca di Ernesto Assante, scomparso due anni fa?
“Non ne parlo quasi mai, perché ancora oggi è una di quelle cose che faccio fatica ad accettare e a metabolizzare. La nostra è stata una storia stranissima, un’amicizia assoluta, nata dentro un contesto che, sulla carta, avrebbe dovuto metterci uno contro l’altro. Ci siamo conosciuti a Repubblica e in teoria avremmo dovuto odiarci, o comunque vivere una rivalità inevitabile. Io ero più grande, quello ‘serio’, lui quello più giovane. Ci siamo incrociati e poi, in modo graduale, siamo diventati amici per la pelle. Una di quelle amicizie vere, totali. Abbiamo fatto insieme tante cose meravigliose. E ancora oggi, sono sincero, faccio fatica a pensare che non ci sia più. Eppure, in qualche modo, continuo a sentirlo vicino, un compagno di viaggio che non mi ha abbandonato”.
In che modo?
“Il 5 ottobre scorso ho fatto una cosa pazzesca, una delle giornate più belle della mia vita. All’Auditorium Parco della Musica di Roma ho organizzato una maratona di ascolto dei Beatles: nove ore e mezza di musica, una roba incredibile. Sono passate migliaia di persone, un’energia pazzesca, quasi irreale. Quando mi è venuta l’idea ho pensato subito: ‘Ecco, questa è una di quelle cose per cui Ernesto sarebbe impazzito’. L’avremmo fatta insieme. E quindi l’ho dedicata a lui. È stata una giornata memorabile, perché la cosa più bella è stata vedere la gente prendersi il lusso, il tempo, di fermarsi e ascoltare. Un centinaio di persone è rimasto dalle 2 del pomeriggio fino alle 11 di sera. Una follia bellissima”.
Le piace l’imitazione che fanno di lei al GialappaShow?
“Non so se esista il reato di ‘diffamazione estetica’. Non ne faccio una questione di diritto di satira, che è sacrosanto, per carità, ma mi sembra qualcosa che non regge il gioco dell’imitazione. Una maschera fuori registro, che non interpreta, non parla, non fa nulla. Sta lì e basta”.
Deve andare su un’isola deserta e può portarti solo tre vinili. Cosa sceglie?
“Mi rifiuto di rispondere, ho già una valigia pronta con trecento vinili”.
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Fotografia header: Gino Castaldo nella foto di Giacomo Maestri