“Mi chiedo cosa resterà di questo secondo anno vissuto con il covid come unico compagno di banco”, riflette su ilLibraio.it Giusi Marchetta, insegnante e scrittrice, che ripercorre i mesi difficili vissuti da studenti, docenti e genitori, si sofferma sui non pochi errori commessi (a partire dall’ondata di verifiche degli ultimi mesi), pone domande scomode (“quanto coincide la scuola con l’interrogazione? E quanto esiste al di fuori di quel momento?”), e confessa il proprio rammarico per come è stata gestita la situazione (con tanto di dubbi sul suo futuro professionale dietro la cattedra: “Non mi sento un’allenatrice di nuove leve da consegnare alla realtà di chi approfitta di leggi o di vuoti legislativi per sfruttare i propri dipendenti, per discriminare al momento dell’assunzione, per guadagnare sui ritmi competitivi di una società pronta ad abbandonare chi resta indietro”). E mentre non mancano le bocciature tra gli alunni, nonostante tutto quello che è stato detto sui traumi che anche le giovani generazioni hanno vissuto con la pandemia, l’autrice argomenta: “Come ogni docente abituato a fare a giugno il bilancio del suo anno, mi ritrovo a contare le perdite, le contraddizioni e le assurdità di un sistema che meriterebbe di essere rimandato a settembre”

La pandemia non ha cambiato la scuola, ed è un male 

Tra qualche giorno, quando anche gli ultimi dei candidati e delle candidate all’esame di Stato saranno stati scrutinati, sarà davvero finita. Ci lasceremo alle spalle un anno scolastico di gel e mascherine chirurgiche, ma soprattutto di turni in presenza e a distanza, con un calendario di lezioni e laboratori da fare e disfare a ogni cambiamento di rotta del Ministero.

Sarà finita e sarà un bene: non ne potevano più gli alunni e le alunne che hanno affrontato un ultimo mese e mezzo di prove, verifiche, interrogazioni volte a colmare la voragine di voti che a quanto pare sono risultati “impossibili da mettere in dad”; non ne potevano più gli adulti, genitori e insegnanti, facile ostaggio di ansie spesso contrapposte, comunicate tramite email e colloqui su zoom o a colpi di note sul registro elettronico.

Ci siamo quasi, quindi, basta così. Non farò riferimento ai progetti che terranno aperte alcune scuole in estate o ai corsi di recupero in procinto di partire perché la sensazione prevalente è che il peggio sia passato e che, almeno alle scuole superiori, qualsiasi attività per quanto interessante faticherebbe a trattenere gli studenti anche un solo minuto di più.

A un passo dalla fine, però, mi chiedo cosa resterà di questo secondo anno vissuto con il covid come unico compagno di banco e la mia prima reazione sarebbe quella di concentrarmi sulle buone notizie: il numero in ascesa dei vaccinati, l’allentarsi delle misure di sicurezza, la possibilità di tornare a vivere e viaggiare.

Come ogni docente abituato a fare a giugno il bilancio del suo anno, però, mi ritrovo a contare le perdite, le contraddizioni e le assurdità di un sistema che meriterebbe di essere rimandato a settembre. A questo sistema vorrei porre qualche domanda da parte mia e da parte di chi a essere promosso non ce l’ha proprio fatta. Si tratta di poche, irritanti questioni prima di lasciarci quest’anno alle spalle: sarà che da sola, a volte, non trovo una risposta che mi soddisfi.

Non dobbiamo bocciare i ragazzi, ma questo sistema scolastico

“Il rendimento di Gianluca Polito è drasticamente calato nel corso dell’anno. In dad non si è connesso, non ha consegnato i compiti, insomma non ha fatto: bocciato.”

Domanda: se non ha imparato nulla, chi non gli ha insegnato?   

Mi sembra superfluo ribadire che la pandemia non ha distrutto la scuola e che la dad non sia una maledizione piombata dall’alto per segnare la fine di una didattica di aula perfetta e desiderabile. Fare una didattica efficiente significa programmare un percorso con metodologie e strumenti adeguati al contesto; soprattutto insegnare a distanza prevede un impiego di energie e di studio non indifferente nella ricostruzione di una comunità che è reale e virtuale al tempo stesso. Tutto il lavoro necessario a riadattare la propria didattica è stato demandato per lo più alla competenza, alle forze e alla disponibilità all’aggiornamento del singolo insegnante.

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Quante delle difficoltà riscontrate dagli studenti sono nate da un confronto poco efficace a livello virtuale? E quante volte nel corso dell’anno una valutazione negativa è stata presa in considerazione dal docente come un feedback negativo rispetto a una lezione di cui si è capito poco?

Parte del lavoro di insegnante consiste anche in una comunicazione efficace delle nostre richieste e di un ascolto particolarmente ricettivo delle difficoltà di comprensione dall’altra parte. In un periodo in cui le comunicazioni sono state particolarmente complesse, i parametri e le modalità di valutazione dovevano essere rivisti, non solo durante il primo anno di pandemia, ma anche in questo che ha visto delle turnazioni tra periodi a distanza e in presenza o in didattica mista con dimezzamento della classe. Forse è vero che Gianluca non ha fatto il suo, ma per esserne certi penso che oltre alla povertà del suo lavoro si dovrebbe valutare anche l’effettiva efficacia del mio.

“Il rendimento di Gianluca Polito è drasticamente calato nel corso dell’anno. Tornati in presenza si è assentato numerose volte per non essere interrogato ed è pertanto insufficiente in alcune materie. Rimandato.”

Domanda: quanto coincide la scuola con l’interrogazione? E quanto esiste al di fuori di quel momento?

Quest’anno più di ogni altro ho avuto l’impressione che per gli studenti la scuola non fosse che una sequenza di interrogazioni da togliersi di dosso. Anche in questo caso la dad non ha creato il problema: ha solo evidenziato la delirante pretesa di chiedere da decenni sempre la stesso tipo di prestazione, ovvero la ripetizione di conoscenze o di concetti appresi e memorizzati dalla lezione o dal manuale. Ma se valutare significa attribuire un singolo voto a una singola prestazione, perdiamo una parte consistente di scuola: quella che considera il processo di apprendimento, la rielaborazione personale e la situazione di partenza dell’alunno; senza contare la situazione collettiva legata alla pandemia e a tutte le difficoltà psicologiche che non hanno trovato accoglienza data la chiusura prolungata dei centri di ascolto gratuiti.

C’è stato davvero un periodo durato mesi in cui aspettavamo le sei per fare il conto dei morti o mi sbaglio? Ed eravamo chiusi in casa, spesso in condizioni molto dure in cui pareva molto difficile concentrarsi: è vero o è stata un’illusione collettiva? E quanta parte del contesto pandemia è rientrato davvero nelle nostre valutazioni? Sentire docenti affermare di “non avere il secondo voto” per Polito e provvedere sostituendolo con un due o con un’insufficienza rischia di trasformare una parte molto delicata della nostra professione in un’operazione matematica che mette al centro una casella da riempire e una media che deve far quadrare i conti. E durante questa operazione messa in atto a ripetizione da più di un docente del consiglio di classe, Polito era a casa e si perdeva le attività, le letture, le spiegazioni, le chiacchiere coi compagni delle ultime lezioni. Si perdeva la scuola. E quel quattro che lo rimanda a settembre non gli dice cosa ha sbagliato e in cosa possa migliorare o come; è solo l’ennesimo numero che lo colloca sotto l’orizzonte del sei.

“Gianluca Polito è ammesso all’esame di stato. Tanto è una maturità facile: nessuna prova scritta se non un elaborato della disciplina di indirizzo, un’analisi del testo, un colloquio interdisciplinare a partire da uno stimolo scelto dalla commissione. Facile. Per questo al colloquio bisogna essere severi. Del resto la vita vera non è come la scuola: che si prepari.”

Domanda: cosa è esattamente “la vita vera” per chi ripete queste cose? E quanto gli piace, esattamente, questa realtà dura e selettiva?

Vorrei dire che, per quanto mi piacerebbe, la scuola non riesce a sottrarsi alla vita vera: i nostri alunni e le nostre alunne arrivano in classe portandosi addosso i segni della vita che fanno e altrettanto facciamo noi. A scuola, poi, ci vengono consegnate delle linee guida prodotte sulla base di studi di persone che traducono così dei principi di uguaglianza e inclusione perché l’istruzione sia democratica e valuti in base a difficoltà e progressi degli studenti: quello che viene etichettato come un approccio che facilita il percorso, in realtà tende solo a considerare l’essere umano e il processo di apprendimento nella sua complessità e nel suo relazionarsi con l’ambiente. E questa è vita ed è vera. Ad esempio considerare che i diplomati di quest’anno hanno vissuto gli ultimi due anni di scuola nel mezzo di una pandemia e adeguare l’esame tenendo conto di quello che ha comportato è una risposta sana al contesto; al contrario, chiedere di fare la stessa prova degli anni precedenti senza mai metterla in discussione è poco scientifico. E chi paragona la pandemia alla guerra, sostenendo di aver affrontato un esame serio e selettivo per marcare una differenza con chi si diploma oggi dimostra una certa impreparazione nel metodo storico negando almeno in parte quello che sostiene.

Mi lascia molto perplessa l’ondata reazionaria che di tanto in tanto investe la scuola con la richiesta di una maggiore severità; altrettanto perplessa mi trova la reazione di una scuola che ha ribadito in forme più o meno istituzionali che si è andati avanti senza perdere un giorno chiedendo agli alunni lo stesso impegno degli altri anni. Cosa deve succedere perché la scuola accetti che quello che accade nel mondo ci riguarda? La fila dei carri militari con le bare dei morti covid che escono da Bergamo può sostituire Parini almeno per un’ora? E i dibattiti sui vaccini e sulle misure di sicurezza non meritavano spazio e attenzione per essere affrontati e compresi? E che dire di quel quarto d’ora in cui ciascuno di noi si è chiesto se questa non fosse davvero un’epidemia imbattibile capace di cambiare tutto per sempre? Cosa significa non perdere giorni di scuola per prepararsi a un esame, in un contesto che sta vivendo collettivamente un evento che proprio la scuola deve aiutarti ad affrontare?

Ammetto che a ogni richiamo alla “vita vera” che non tiene certo conto delle difficoltà del lavoratore e della lavoratrice una parte di me mi chiede con insistenza di abbandonare l’edificio e la professione per sempre. Io non mi sento un’allenatrice di nuove leve da consegnare alla realtà di chi approfitta di leggi o di vuoti legislativi per sfruttare i propri dipendenti, per discriminare al momento dell’assunzione, per guadagnare sui ritmi competitivi di una società pronta ad abbandonare chi resta indietro.

Penso che la scuola non sia una classe fisica o virtuale, ma un spazio e un tempo in cui crescere imparando a guardare la realtà che ci circonda per criticarla e migliorarla. Sono convinta che alunni e alunne apprendano non solo quello che insegniamo, ma il modo in cui lo facciamo. Quindi insegnare a comprendere il contesto in cui si agisce, il rispetto della persona e in generale la necessità di un ambiente lavorativo inclusivo e capace di ottenere il meglio dalle competenze degli individui significa offrire loro gli strumenti per ricreare queste condizioni anche fuori, soprattutto da parte di chi tra i nostri studenti ne avrà maggiore facoltà.

Insomma lavorare con e per Gianluca Polito significa farlo sentire una persona in mezzo alle persone e in questo modo dargli potere, non fargli sentire che ne è privo e che probabilmente lo sarà a vita. Ogni volta che la scuola pretende di assomigliare a quella “vita vera” diventa altrettanto ingiusta e, di fatto, non fa più il suo. Per fortuna a settembre c’è sempre un Gianluca Polito che le dà la possibilità di rimediare.

L’AUTRICE – Giusi Marchetta, nata a Milano nel 1982, è cresciuta a Caserta, poi si è trasferita a Napoli. Oggi vive a Torino dove è insegnante. Per Terre di Mezzo ha pubblicato le raccolte di racconti Dai un bacio a chi vuoi tu (2008), con la quale ha vinto il Premio Calvino, e Napoli ore 11 (2010). Il suo primo romanzo, L’iguana non vuole, è stato pubblicato nel 2011 da Rizzoli. Nel 2015 è uscito, per Einaudi, Lettori si cresce. Il suo ultimo romanzo è Dove sei stata, Rizzoli. Per Add ha curato il libro collettivo Tutte le ragazze avanti!

Qui tutti gli articoli scritti da Giusi Marchetta per ilLibraio.it.

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