“Si è a casa quando si viene capiti”. Come riflette Simonetta Tassinari, “capire (e farsi capire) è il primo passo per sentirsi accolti”. Ecco perché per gli studenti non italofoni imparare l’italiano significa molto più che studiare una grammatica: è trovare le parole per vivere, per appartenere. Quanto alla scuola, “non può fare tutto da sola, ma può fare molto se messa nelle condizioni di farlo…”
“Si è a casa quando si viene capiti”.
Me lo disse tanti anni fa una persona in Germania, mentre io, alle prime prese con il tedesco, mi sforzavo di farmi capire con frasi fragili, verbi esitanti e accenti sbagliati. All’epoca mi sembrò una frase gentile, un incoraggiamento. Col tempo ho capito che era qualcosa di più: una definizione precisa, quasi antropologica, di cosa significhi sentirsi a casa.
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La casa, prima ancora che un posto preciso, è una condizione linguistica
La casa, prima ancora che un posto preciso, è una condizione linguistica. È il punto in cui le parole che pronunciamo non rimbalzano indietro come oggetti estranei, ma trovano ascolto. Dove non dobbiamo continuamente spiegare, giustificare, tradurre noi stessi. Dove il nostro dire viene riconosciuto come legittimo.
Non è un caso che la conquista del linguaggio articolato sia stata una svolta decisiva per la nostra specie. Parlare non ci ha solo permesso di coordinare azioni o trasmettere informazioni: ci ha consentito di costruire gruppi, relazioni, identità condivise. La lingua ha evitato conflitti – “il pericolo è lì”, “non mangiare quella bacca” – e ne ha anche creati altri, senza dubbio. Eppure, nel bilancio complessivo, i benefici sono stati enormi: senza lingua non esiste comunità, e senza comunità non esiste umanità.
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La lingua è il primo e più potente veicolo di appartenenza
La lingua è il primo e più potente veicolo di appartenenza. Quando qualcuno ci parla nella nostra lingua, scatta un riflesso quasi automatico: lo sentiamo più vicino, più familiare, in qualche modo “dei nostri”. È una scorciatoia emotiva, ma anche culturale. E questo vale in modo particolarmente evidente in un paese come l’Italia.
L’Italia è una nazione linguisticamente giovane, ma profondamente stratificata. Per secoli l’italiano è stato lingua scritta, letteraria, d’élite; la vita quotidiana si svolgeva nei dialetti. Ancora oggi, per molti italiani, la lingua non è una sola: è un intreccio di registri, inflessioni, lessici familiari. Forse è anche per questo che la questione linguistica resta così sensibile: parlare “bene” o “male” continua a essere percepito come un indicatore di valore sociale.
In questo contesto, chi arriva in Italia da altrove si trova davanti a un passaggio complesso. Non deve solo imparare una lingua nuova, ma orientarsi in una gerarchia implicita di modi di parlare, accenti, livelli di legittimità. Imparare l’italiano non è semplicemente acquisire uno strumento pratico: è affrontare un cambiamento identitario profondo. Significa accettare, per un periodo, di sembrare meno competenti, meno brillanti, perfino meno intelligenti di quanto si è davvero.
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Una parte decisiva del processo di integrazione
Ed è qui che si gioca una parte decisiva del processo di integrazione. Non basta “capire” la lingua: bisogna essere capiti. C’è una differenza enorme tra saper chiedere informazioni e poter raccontare una preoccupazione, una rabbia, un desiderio. Il passaggio cruciale avviene quando una persona può dire “io” senza sentirsi fuori posto.
La lingua, però, può trasformarsi facilmente in una barriera. Dipende da come viene usata da chi la possiede già. Ogni volta che interrompiamo qualcuno per correggere un errore minimo, ogni volta che sorridiamo di un accento, ogni volta che usiamo la lingua come strumento di selezione invece che di relazione, stiamo implicitamente dicendo: “qui non sei ancora a casa”.
La scuola ha un ruolo decisivo
In questo scenario, la scuola ha un ruolo decisivo. Non solo perché è il luogo in cui si insegna l’italiano, ma perché è il primo luogo pubblico in cui bambini e ragazzi sperimentano cosa significhi appartenere a una comunità linguistica.
Una scuola che funziona non è una scuola che abbassa le aspettative. È una scuola che costruisce le condizioni affinché tutti possano raggiungerle. L’italiano come lingua seconda non dovrebbe essere considerato un settore marginale o emergenziale, ma una competenza centrale del sistema educativo: una condizione di accesso allo studio, alla partecipazione, alla vita scolastica.
Non è facile, va detto, per gli insegnanti. Accogliere in classe – spesso a metà dell’anno scolastico – alunni che non parlano l’italiano o lo parlano in modo ancora frammentario significa rimettere continuamente mano agli equilibri del gruppo, ai tempi, alle priorità. Nella maggior parte dei casi si provvede come si può: con passione, con fantasia, con un investimento personale che va ben oltre le ore previste. Si improvvisano materiali, si rallenta, si rispiegano consegne, si traduce a gesti, si usano i traduttori online. Si fa, insomma, quello che si è a sempre fatto nei momenti difficili: reggersi grazie alle persone.
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Servirebbero procedure più chiare e stabili per l’inserimento degli alunni non italofoni
Ma proprio per questo servirebbero procedure più chiare e stabili per l’inserimento degli alunni non italofoni: tempi dedicati all’apprendimento iniziale della lingua, gruppi di alfabetizzazione flessibili, figure di riferimento formate sull’italiano come lingua seconda. Sarebbe utile prevedere momenti di accompagnamento linguistico mirato, anche brevi, che permettano a chi arriva di non essere immediatamente sommerso da contenuti che non ha ancora la possibilità di decifrare.
Questo non significa sottrarre tempo alla classe, ma restituirlo. Perché un alunno che non comprende la lingua di scolarizzazione resta ai margini, rallenta se stesso e il gruppo, si demotiva. Metterlo in condizione di capire e di farsi capire produce effetti su tutti: sul clima della classe, sull’apprendimento, sulla possibilità stessa di stare insieme senza che qualcuno resti sempre un passo indietro.
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La scuola non può fare tutto da sola, ma può fare molto se messa nelle condizioni di farlo.
Accogliere linguisticamente non significa rinunciare alla complessità, ma accompagnarvi dentro chi arriva. Significa insegnare l’italiano come lingua viva, che serve per studiare, discutere, dissentire, sognare. Significa riconoscere il plurilinguismo come una competenza già presente, e non come qualcosa da ridurre in fretta.
In una classe dove tutti si sentono autorizzati a parlare, anche con errori, cresce non solo la competenza linguistica, ma la fiducia. E senza fiducia non c’è apprendimento.
Forse dovremmo ricordarcelo più spesso: non si è a casa quando si parla perfettamente, bensì quando si viene capiti. Se una società si misura anche dalla qualità delle sue parole, allora la questione è questa: fare dell’italiano non solo una lingua da imparare, ma una lingua in cui si possa prendere parola. Senza sentirsi in difetto.
L’AUTRICE – Simonetta Tassinari ha insegnato storia e filosofia nei licei e nel Laboratorio di didattica della filosofia dell’Università del Molise. Da anni coltiva la psicologia relazionale, la psicologia dell’età evolutiva, il counseling filosofico e divulga la filosofia tra bambini e ragazzi. Anima partecipati caffè filosofici e tiene conferenze in tutta Italia e all’estero. Collabora con la fondazione Quid+ e con Treccani Futura.
Ha pubblicato romanzi, testi di argomento storico e filosofico (tra gli altri, per Einaudi scuola) e il saggio, sull’insegnamento della filosofia nelle scuole, La sorella di Schopenhauer era una escort (Corbaccio). Con Corbaccio ha pubblicato anche Donna Fortuna e i suoi amori, La casa di tutte le guerre, Le donne dei Calabri di Montebello e L’ultima estate in paese.
Per Feltrinelli ha pubblicato nel 2019 Il filosofo che c’è in te; S.O.S. filosofia. Le risposte dei filosofi ai ragazzi per affrontare le emergenze della vita, rivolto agli adolescenti; Il filosofo influencer. Togliersi i paraocchi e pensare con la propria testa (2020); per Gribaudo Instant Filosofia (2020) e Le 40 parole della filosofia (2021) e Il libro rosa della filosofia – Da Aspasia a Luce Irigaray, la storia mai raccontata del pensiero al femminile (2024). Dopo aver pubblicato nel 2025 Il bello tra le crepe – Manuale di riparazione della vita quotidiana, a inizio 2026 è uscito per Gribaudo La sublime arte del disordine – Filosofia dei calzini spaiati.
Qui i suoi articoli per ilLibraio.it.
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