Raccogliere gelsomini non è solo un mestiere compiuto a schiena china, tutte le notti d’estate, nella Milazzo del secondo dopoguerra: significa libertà, responsabilità, imparare a farsi sentire anche quando può costare caro. Lo racconta Licia Tumminello nel suo romanzo d’esordio, “La lunga estate dei gelsomini”, omaggio alla storia vera delle gelsominaie siciliane. Nel 1945 Grazia ha 23 anni e, tra una squadra di lavoratrici da guidare, un marito che non ha mai amato davvero e il ritorno di Francesco, il suo primo amore, sente crescere sempre più forte il bisogno di far sentire la propria voce…

La piana dei gelsomini di Milazzo si dispiega sconfinata: la ferma solo il mare, che a notte fonda si mescola con il cielo in un vortice nero che sembra inghiottire chi lo guarda.

Spaventa chi non lo conosce, chi non lo affronta tutte le notti, da giugno a ottobre, al suonare delle campane di mezzanotte: a farlo sono le gelsominaie di Milazzo, protagoniste di una storia dimenticata e riportata alla luce da Licia Tumminello – qui al suo esordio – in La lunga estate dei gelsomini, edito da Nord.

Copertina di La lunga estate dei gelsomini di Licia Tumminello

Nel tempo le gelsominaie hanno imparato a conoscere quel buio, a captarne tutti i rumori, a sentirne ogni profumo. Quello della salsedine, che si alza da lontano, e quello dei fiori, che ubriaca chi non ne è abituato ma assuefà l’olfatto di chi ce l’ha sotto il naso ogni notte.

Grazia Costa, una vita da gelsominaia

C’è chi lavora alla piana un giorno solo, e chi invece alla piana ci è cresciuta. Tra loro c’è Grazia, che nel 1945 ha 23 anni e lavora da quando ne aveva 11, parte di una generazione obbligata a ricostruire il disastro fatto da altri.

Diventa gelsominaia quando la zia Assunta – che “parla assai, forse per questo nessuno l’ha mai sposata” – decide che, se la nipote non potrà proseguire gli studi, sarà lei a insegnarle il suo mestiere.

Grazia si trova così, fin dall’inizio, in balìa di un destino che gli altri sembrano aver già scritto per lei, circondata di persone che si ostinano a indicarle qual è il suo posto: sposa Michele, che non ama ma che sembra essere la scelta più giusta, e mette da parte il sogno di diventare maestra o di aprire una sartoria con la sua amica Nedda.

Profumare di gelsomini, come zia Assunta, era una bella alternativa. Non sapevo che di gelsomini si può anche morire.

Eppure, è proprio tra i gelsomini che impara a costruire una sua forma di libertà, diventando pian piano la guida delle altre lavoratrici.

Faticare sotto lo sguardo opprimente dei caporali

Lei e le sue compagne si affaticano sotto lo sguardo vigile dei caporali, che le osservano con insistenza in attesa di un cedimento, di una parola di troppo, figli di una società patriarcale che vuole le donne disponibili e sottomesse ai loro ordini.

Si prendono così la briga di violentarne la libertà, di allungare le mani sotto le gonne rubando l’innocenza anche delle più giovani e quiete, incuranti delle loro lacrime e del silenzio dettato dal terrore: i caporali seguono il disegno prevedibile dei comportamenti di chi approfitta del dominio per imporsi con prepotenza sui più deboli, mostrando nell’aggressività tutta la propria insicurezza. E al momento della paga, al termine della notte di lavoro, fanno in modo che il compenso non sia mai proporzionato alla fatica.

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Francesco e Michele, figure maschili agli antipodi

Ma non tutti gli uomini destinati a entrare nella vita di Grazia sembrano volerle ricordare qual è il suo posto. Mentre i caporali dominano la piana dall’alto, qualcuno la osserva da lontano e prende le distanze da quei meccanismi maschilisti: è Francesco, l’amore di quand’era bambina, che ha lasciato la Sicilia senza preavviso e senza preavviso è tornato. Il ragazzino dolce e gentile che ricordava è diventato un medico rispettato, convinto che il duro lavoro delle gelsominaie non riceva il riconoscimento che merita.

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A lui e alle sue idee Grazia si appiglia con pudicizia e desiderio, tenendo in un angolo del cuore Michele e il suo volerla sempre a casa, sicuro che le misere paghe che riceve per la fatica notturna non siano necessarie al loro sostentamento.

Lui non capisce che per Grazia lavorare è molto più che guadagnare qualche lira: è l’unico modo di essere davvero libera, di avere responsabilità, di fuggire da quella che in casa ormai sembra una legge di natura, per cui le botte “sono messe in conto, come i figli, come i tradimenti”.

Dalle mondine lombarde alle gelsominaie siciliane

Il nome della protagonista della storia nasce dall’incontro tra l’autrice, originaria di Palermo, e un’anziana ex-gelsominaia che si chiamava proprio Grazia: è un puro caso che la donna che guidò lo sciopero delle raccoglitrici di fiori, realmente avvenuto a Milazzo nel 1946, fosse Grazia Saporito, soprannominata “la bersagliera”.

Scoprendone la storia – fino a oggi confinata soprattutto nei ricordi degli abitanti del posto – Tumminello ha sentito il bisogno di raccontare il coraggio di donne vissute quasi un secolo fa, che hanno lottato per costruirsi in autonomia il proprio sentiero, senza accettare che fossero gli uomini a batterlo prima di loro.

Ispirandosi agli audaci scioperi delle mondine, le lavoratrici impegnate nelle risaie in Pianura Padana, Grazia capisce che la fatica delle gelsominaie vale ben più della misera ricompensa con cui i loro duri sacrifici vengono a malapena riconosciuti.

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Lottare, anche a costo di pagarne le conseguenze

Si sa, alzare la voce può costare caro – la perdita di un’amica, un arresto, il licenziamento, nuovi ostacoli nel matrimonio -, ma Grazia continua a parlare anche di fronte ai soprusi e a combattere con le parole, facendone il suo strumento di resistenza. E anche quando non può farlo lei in prima persona, continua a spronare le sue compagne a lottare per uno stipendio maggiore, per un giorno di riposo, per trattamenti più umani da parte di chi le sorveglia.

La società la vorrebbe madre, silenziosa, chiusa tra le mura di casa. Grazia risponde dimostrando che l’istinto materno non richiede necessariamente un legame di sangue per essere alimentato; e ribatte a tono, uscendo a faticare nel nero della notte a testa alta.

Perché quel sentiero buio che porta alla piana di Milazzo, con i suoi odori e i suoi rumori, a Grazia non ha mai davvero fatto paura. Soprattutto se ad affrontarlo con lei ci sono le gelsominaie, con i grembiuli pronti ad accogliere i boccioli più freschi e le lanterne salde in mano, a illuminare la strada.

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Fotografia header: Licia Tumminello nella foto di Yuma Martellanz

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