L’inglese Lottie Hazell è al debutto con “La mia vita deliziosa”, un romanzo che ragiona sul ruolo dei corpi, su cosa significa rincorrerne uno conforme e su cosa succede quando tutte le impalcature erette crollano (lasciandoti sola, circondata dal cibo…). Un libro sulla resistenza alle aspettative, e sul dolore che può provocare il giudizio di chi ci sta accanto…

Come raccontare che aveva costruito una vita basata sugli specchi degli altri?”.

Un titolo che sembra alludere a una storia di leggerezza e di momenti delicati rivela inaspettatamente e felicemente una riflessione vivida e profonda sull’identità e sui tormenti del giudizio altrui. Aderire alle aspettative degli altri è una tortura inflitta alla propria mente e al proprio corpo, un percorso a ostacoli di costruzione di sé attraverso lo sguardo di chi ci circonda, colleghi, parenti, amici.

Per Piglet non è facile convivere con il giudizio costante sul proprio corpo e sul proprio amore per la cucina. E non è facile portarsi addosso fin dall’adolescenza il soprannome di “maialino”, che sottintende una critica implicita e continua, dove il corpo è luogo della conformità, dello sforzo continuo di autocontrollo.

copertina di La mia vita deliziosa

Nell’esordio di Lottie Hazell, La mia vita deliziosa (Neri Pozza, traduzione di Marina Visentin), il cibo è ovunque, è compagno di Piglet e insieme suo strumento di espressione. Piglet ama cucinare, ama accogliere con abbondanza, e ama mangiare. Il cibo è il suo linguaggio sociale: il pollo arrosto è al centro dell’inaugurazione della sua nuova casa, perché ha sentito dire che una casa diventa tale solo quando c’è un pollo in forno.

Per Piglet questo significa soprattutto una cosa: “avercela fatta”. È a un passo da una bella promozione, è la fidanzata perfetta, la padrona di casa impeccabile. E soprattutto è finalmente a Oxford, accanto a Kit, rampollo di una famiglia che conta.

La prima cena nella nuova casa è la sua consacrazione, a novanta giorni dalle nozze. I piatti sono ricercati, gli ingredienti scelti con cura, ogni gesto risponde a un rituale preciso e a un messaggio, Piglet occupa finalmente il posto che le spetta.

Tutto è molto diverso dal quartiere di Derby da cui viene, e dalle serate in famiglia, con le cene davanti alla televisione, il take away e la Viennetta alla menta come dessert, i buoni promozione per uscire al ristorante. Per Piglet la tavola è performance e legittimazione, il modo in cui ottiene riconoscimento.

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Poi, a tredici giorni dalle nozze, arriva il colpo, una confessione di Kit, inaspettata e deflagrante. Avviene tutto in un attimo, e il sogno si incrina.

Non tutto è perfetto, dunque. E al desiderio di prestazione e di compimento, subentra il bisogno di consolazione e insieme di ribellione.

La vita appare improvvisamente a Piglet svuotata dalla magia faticosamente costruita, ridotta a un enorme vuoto da colmare. Inizia così ad abbuffarsi, in maniera sconsiderata, scomposta, brutale: il cibo non è più appartenenza ma sabotaggio.

Aveva gli occhi ancora lucidi e l’unico modo che le veniva in mente per smettere di piangere era mangiare fino a sentire lo stomaco du­ro come una pietra, fino a essere talmente piena da non sentire nient’altro”.

Tra piacere e controllo si muove la linea narrativa tracciata da Lottie Hazell: una tensione continua tra bisogno di accettazione e adesione ai canoni, e desiderio.

Il corpo di Piglet diventa il vero terreno della storia. È un corpo che non vuole più stare al suo posto, dentro i perimetri che gli sono stati assegnati, e mentre il calendario scandisce inesorabile il conto alla rovescia verso il giorno del matrimonio, il corpo diventa anche un grido: contro le mediocrità da cui Piglet cerca di fuggire, contro le amicizie che cambiano e si allontanano, contro gli sguardi che la giudicano.

Provare il vestito da sposa diventa così il momento simbolico di questa rappresentazione di una fatica intima e sociale insieme. L’abito rappresenta un rito di passaggio, ma anche i sacrifici dei genitori che hanno pagato tremila sterline per essere all’altezza dei consuoceri: è una gabbia costosa di tulle in cui tutti si affannano per farla entrare, accusandola di non aver fatto la dieta, di non essersi saputa controllare, mentre il suo corpo sembra straripare da ogni parte.

È l’eccesso che la stoffa non riesce a trattenere, a intrappolare, è Piglet che impone se stessa.

Tremava mentre divorava un boccone dopo l’altro, incrociando lo sguardo severo di sua suocera, e sorrideva, con i denti ingialliti dal fegato marinato”.

La mia vita deliziosa è un libro intenso che fa parlare la carne, con ironia e con lucidità, per raccontare la resistenza alle aspettative, e il dolore che può provocare il giudizio di chi ci sta accanto.

Quella di Lottie Hazell è una scrittura sensoriale, che usa il cibo restituendo odori, consistenze, calore, con grande forza emotiva, alternando toni brillanti a inquieti.

È un libro che parla di regole, e di quella fame che non si riesce a placare perché non ha niente a che fare col cibo, ma con l’insoddisfazione, la perdita, l’identità. È una fame che in Piglet si esprime in tutte le sue forme e che risponde alle tensioni del lavoro, al divario tra le famiglie, alla distanza crescente dalla migliore amica, la cui gravidanza sembra proiettare in un’altra fase di vita: è un bisogno insaziabile di compensazione, un’avidità di se stessa, ma è soprattutto un no urlato a ogni conformismo.

Piglet si lasciò andare al cibo. Il bourguignon non ti deludeva come un amante. L’aglio confit non ti abbandonava come un amico”.

Ed è forse proprio qui che il romanzo di Lottie Hazell colpisce più a fondo: nel mostrare quanto possa essere faticosa una vita vissuta per compiacere gli altri, e quanto possa diventare liberatorio il momento in cui si inizia finalmente a capire cosa desideriamo davvero.

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Fotografia header: Lottie Hazell nella foto di Siobhan Calder

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