Una classe è un microcosmo: entrare nelle dinamiche tra i bambini-piccoli e i bambini-grandi, ovvero i loro genitori, è ciò che fa giornalmente la maestra Titti. Ed è lei ad accompagnare la narrazione alla scoperta di un dramma che è accaduto cinque giorni prima. Una giornata piena di sangue. Con il consueto talento nell’indagare l’interiorità dei suoi personaggi, Chiara Gamberale in “Liberi tutti” traccia una storia piena di suspense, perché non c’è niente di misterioso e sconcertante come l’animo umano…
“Soprattutto se hai sei anni, un giorno è fondamentale, può ancora e per sempre cambiare tutto, ci vuole un rispetto sacro per i giorni, quando sono in gioco dei bambini” (p. 24). In una scuola di Roma ai giorni nostri, la maestra Titti conosce sorprendentemente bene i suoi bambini di prima, e anche quei bambini-grandi che gli altri chiamano genitori, ma in cui lei vede ancora fragilità, residui di irrisolto, giganteschi pesi su animi mai sgravati.
Fin dall’inizio di Liberi tutti (in libreria per Feltrinelli), Chiara Gamberale lascia che sia proprio la maestra Titti a parlare, rivolgendosi a un “voi” non ben precisato per la maggior parte del libro. Allude più volte a una tragedia avvenuta cinque giorni prima, “a tutto quel sangue. Tutto. Quel. Sangue.” (p. 105). E la suspense, di conseguenza, aumenta.
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Un rapporto che va oltre la normale e sana fiducia tra scuola e famiglia
La sua narrazione retrospettiva però si prende tempo, devia come facciamo quando raccontiamo a qualcuno un avvenimento e ci sentiamo in dovere di aprire parentesi sulle persone coinvolte, sugli antefatti, e qualche volta ci lasciamo andare a rivelazioni non necessarie o, perlomeno, non richieste.
Titti non dice niente di superfluo, alla luce del finale, ma qualcosa di fuori luogo sì, perché ci turba quanto sappia della vita di quelle famiglie. Sa troppo. Anche dettagli scabrosi, aspirazioni riposte, desideri sentimentali ed esperienze sessuali di quei genitori. Ma la cosa ancor più sconvolgente è che sono proprio loro ad avergliene parlato, stabilendo con lei, nel corso dei colloqui a scuola, un rapporto che va oltre la normale e sana fiducia tra scuola e famiglia.
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L’infinita mancanza di comunicazione nelle famiglie
Ecco che così si palesano problemi che affliggono anche le famiglie apparentemente più irreprensibili (frustrazione, disamore, senso di inadeguatezza, noia, perdita di interesse per l’altro,…). E dove non arrivano le parole, a Titti basta osservare bene chi ha di fronte. Sì, perché la maestra carpisce qualsiasi dissapore, un gesto o una parola fuori posto innescano una più attenta indagine. Unire i puntini, tra quei bambini-grandi e i bambini-piccoli, è un’arte che permette a Titti di scoprire tante forme di prigionia, di contraddizione, di insoddisfazione. E, soprattutto, un’infinita mancanza di comunicazione.

Chiara Gamberale nella foro di Basso Cannarsa
Qui, attraverso lo sguardo e i commenti di Titti, Chiara Gamberale fa entrare i lettori in tante famiglie che si reggono su stereotipi: dai “Tuttobeeene”, che celano i loro problemi dietro all’apparenza inscalfibile, alla madre-single che si convince di bastarsi e cerca di proteggere sé stessa e la figlia da nuove delusioni; dalla coppia fin troppo complementare a quella in cui è il marito a gestire figli, casa e quotidianità mentre la moglie è sempre via per lavoro; fino alla famiglia che vive nel ricordo doloroso della perdita della primogenita, trascurando involontariamente l’altro bambino.
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Educatrice e arbitro, osservatrice e difensora
Il rischio, è facile immaginarlo, è quello di cadere nei cliché proprio perché si entra in famiglie-tipo dei nostri tempi. Ma Gamberale è sempre così attenta a scandagliare l’animo umano da connotare tutti con quell’elemento determinante, ritrarre i personaggi dipingendo ciò che li caratterizza, senza l’ansia di fotografarli per intero. E così, i personaggi, per quanto siano numerosi, restano facilmente in mente e ci introduciamo nelle loro case anche quando, forse, loro avrebbero voluto tenerci fuori.
Perché gli equilibri di una famiglia sono delicatissimi, almeno come quelli di una classe. Specialmente in una prima, dove tanti seienni iniziano a scoprire la fiducia e la lealtà, il trasporto dell’amore e dell’amicizia e, viceversa, il desiderio di vendetta e le incomprensioni. E la figura della maestra è lì, educatrice e arbitro, osservatrice e difensora, senza però sostituirsi al bambino-piccolo.
Per Titti si può parlare di tutto con i suoi piccoli studenti, non c’è niente che non possa essere affrontato: “Io credo che dove un bambino-grande protegge un bambino-piccolo e gli spiega il mondo in bambinese, tutto è possibile” (p. 34). Quante volte, invece, assiste suo malgrado a dialoghi monchi, pieni di contraddizioni, spesso perché si è distratti dagli impegni e dalla tecnologia? E quante vorrebbe proteggere i bambini-piccoli da quei bambini-grandi che non sono per niente padroni di sé?
In questa narrazione in crescendo, Chiara Gamberale lascia che la suspense cresca con il procedere della storia, con l’avvicinarsi a un giorno maledetto, senza correre dritti alla risoluzione, in uno scavo psicologico che va in profondità e lascia sconvolti.
Fotografia header: Chiara Gamberale (GettyEditorial)
