Rossella Carboni firma un romanzo che parla di crescita personale e di accettazione di sé. In “Evelina non è pazza per niente”, di cui proponiamo un estratto, la protagonista si lascia alle spalle le abitudini che da sempre la frenano per volare dall’altra parte del mondo, a consegnare una lettera per conto di una persona speciale. Scoprirà così che quelle che ha sempre considerato stranezze possono diventare la chiave per comprendere a fondo le vite degli altri…

L’insegna al neon di un vecchio bar, birilli di legno e una macchinetta del caffè che non funziona più: Evelina – che nella vita fa la postina – porta avanti una stramba collezione di oggetti e nel frattempo assume ansiolitici in quantità spropositate. Ecco perché è considerata “pazza”.

Evelina non è pazza per niente, però: è proprio questo il titolo del romanzo di Rossella Carboni, edito da Corbaccio, in cui protagonista è una donna che ama circondarsi di cianfrusaglie prive di una reale utilità, e si sente davvero a suo agio soltanto a casa sua (vista anche la consapevolezza che chiunque le stia intorno ride di lei).

copertina di Evelina non e pazza per niente

L’autrice – nata a Parma – dopo la laurea in filosofia ha cominciato a lavorare come copywriter in un’agenzia di pubblicità. Interessata anche alla fisica e alla psicologia, ha approcciato il mondo editoriale con questo romanzo, che infatti è il suo esordio.

In questa storia, l’unica persona che prova stima per Evelina è Lucilla, l’anziana vicina di casa per cui lei è come una figlia. Quando si ammala gravemente, lascia alla ragazza un compito: consegnare una lettera a un uomo, che… vive a New York.

Evelina, pur consegnando lettere tutti i giorni, si è sempre sentita fuori posto nel ruolo di postina. Salendo su un aereo diretto dall’altra parte del mondo, però, deve riuscire a lasciarsi alle spalle il timore di non essere all’altezza, per andare a dimostrare innanzitutto a sé stessa che la stranezza arricchisce e che lei, le lettere, sa consegnarle eccome.

Ed è proprio così che si rende conto che quegli oggetti di cui si è sempre circondata possono smettere di essere un rifugio dalla paura e diventare una chiave d’accesso alle vite degli altri. Per scoprirne storie, desideri e ferite, lasciati in un angolo proprio come un oggetto dimenticato dal tempo.

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Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto tratto dall’undicesimo capitolo del romanzo (quando Lucilla rivela il proprio segreto a Evelina e le affida la missione di trovare Giulio a New York):

In casi di necessità, la panna spray va sparata direttamente in gola, insieme alle benzodiazepine. È una pratica da osservare nei momenti difficili, quando non c’è tempo per le buone maniere. Il mio psicanalista diceva sempre che succhiare direttamente dal beccuccio una cosa che sa di latte è segno di regressione infantile, ma io ho sempre pensato che il mio psicanalista avesse delle turbe mentali importanti, come quelle che ti fanno vedere i capezzoli nei Baci Perugina e i simboli fallici nell’asso di bastoni.

Quella sera, dopo essere stata da Lucilla, trangugiai circa mezza bomboletta di panna spray in modalità d’emergenza. D’altra parte, avevo bisogno di quel conforto che sapeva darmi solo lei, con la sua impareggiabile morbidezza e la benevolenza tipica delle cose candide. E il candore era una cosa rara. In cinquant’anni lo avevo capito. Perché nella vita avevo fatto esperienza delle persone e di tutte le loro macchie, di quelle che sporcano anche te.

«Sai Evelina» mi aveva detto tenendomi la mano, «dietro a ogni persona c’è sempre una storia che non conosci.» Lucilla era partita così, con un filo di voce, non so se per la debolezza, per la vergogna o per la paura di vedere il mio sguardo dirigersi altrove. Poi, con la stessa naturalezza con cui mille volte mi aveva parlato di Osvaldo, mi aveva detto di averlo tradito, per più di tre anni, con un certo Giulio Ossimprandi, ex operaio della Barilla, emigrato in America nel 1967 e divenuto proprietario del Re della Pasta, un famoso ristorante di New York.

Mi aveva di nuovo stretto la mano con le falangi ossute e sottili, come un passerotto che si aggrappa al dito di chi lo ha salvato dal marciapiede. Le unghie lamellate e spigolose, le vene scolpite, la pelle fresca e lisa come le lenzuola di lino della camera della mamma. Mi era sembrato che tutta la sua coscienza fosse in quelle dita. La mia invece, era volata chissà dove.

Dopo aver riposto la panna in frigo, mi gettai sul divano a faccia in giù. Il cuscino di pizzo non era mai stato così ruvido, o forse non me ne ero mai accorta. Lo bagnai di lacrime e saliva, mentre i pensieri si rincorrevano come cornacchie litigiose. Una di loro mi ricordava che Lucilla era la mia seconda mamma e che per lei provavo un affetto incondizionato. L’altra invece, continuava a ripetermi che non potevo più fidarmi, che mio padre aveva fatto la stessa cosa.

Ma il mio malessere non si limitava alle cornacchie. Lucilla infatti, oltre ad avermi spezzato il cuore, mi aveva chiesto qualcosa di molto impegnativo.

«Solo tu puoi aiutarmi Evelina, sei l’unica che conosce il mio segreto» mi aveva detto supplicandomi, come fossi la statua della Madonna.

«Trova Giulio e consegnagli questa lettera. È ancora vivo, lo so per certo.» Poi mi aveva messo in mano una busta sigillata con la ceralacca, di quelle che in altri contesti mi avrebbero emozionata. In quel momento avevo sentito il desiderio di scappare, di correre a casa e ascoltare fino a sera il rumore del mio distributore automatico. Poi, la sua voce era diventata triste e al tempo stesso incredibilmente viva, come quella di chi, ancora affamato di vita, si trovi davanti al suo ultimo desiderio. Così, invece di andarmene, le avevo detto che le avrei dato una risposta il giorno dopo, e alla fine l’uccellino aveva messo in gabbia me.

Anche in quell’occasione, come sempre, Lucilla aveva già pensato a tutto: l’appuntamento con l’agenzia di viaggi che mi avrebbe aiutata con la burocrazia, l’hotel gestito da italiani dove avrei alloggiato, e l’assegno per pagarmi le spese del viaggio e del soggiorno.

«Lo so che per te è difficile comprendere tesoro» mi aveva detto vedendomi impallidire. «Ma Giulio è l’amore della mia vita, ed è giusto che lui lo sappia. Non credi?»

Invece di risponderle avevo avuto un’extrasistole, probabilmente causata dallo stress, e avevo iniziato a picchiettarmi lo sterno in un maldestro tentativo di rianimazione. Poi, quando ero sul punto di afferrare il campanello d’emergenza, le guance di Lucilla si erano riempite di lacrime, e io mi ero di nuovo concentrata su di lei; prima con un fazzoletto, poi con un bicchier d’acqua, poi con una carezza sulla gamba, ossuta e tenera, sotto le lenzuola.

«Capisco Lucilla, ma io credevo che Osvaldo…»

«Oh sì cara, ho amato anche lui. Ma fu mio padre a insistere affinché lo sposassi, e forse a vent’anni non ero ancora pronta a impegnarmi per tutta la vita.»

Due, tre, cinque… altre dieci gocce di Xanax potevano bastare. Le buttai giù con un po’ d’acqua e ripensai a quello che mi aveva detto. Era terribile, ma anche immensamente triste. Mi affacciai alla finestra della cucina. Dall’altro lato c’era quella di Lucilla, con gli scuri chiusi, che i pompieri avevano sigillato dopo aver rotto il vetro.

In un attimo tornai a quando giocavo in quel piccolo quadrato di cielo incastrato tra le pareti delle case. Il cortile interno era uno spazio per tenerci le biciclette e lavare gli oggetti ingombranti. Allora, d’estate, noi bambini ci divertivamo a giocare con l’acqua del grande lavatoio di pietra. Berardo ci vandalizzava le macchinine, io ci lavavo i vestiti delle bambole. Poi, alle quattro in punto, Lucilla usciva dalla finestra e ci chiamava per la merenda: un panino con burro e zucchero o con la marmellata, e quando ci andava particolarmente bene la crema pasticcera, che lei versava ancora bollente in un piatto fondo e che soffiandoci su formava sempre una crosticina gommosa in superficie.

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Ora continuavo a guardare la sua finestra e ripensavo a tutto quello che lei aveva fatto per me. Mi aveva accompagnata a scuola, aiutata a fare i compiti, rimboccato le coperte e preparato la cena quando la mamma aveva i suoi momenti no. Era da Lucilla che avevo imparato ad apprezzare gli oggetti antichi, i libri dimenticati e quelle cose polverose a cui gli altri non davano importanza. Quella donna aveva tirato fuori la parte migliore di me, e ora, per la prima volta, mi chiedeva un favore. Uno solo, contro cinquant’anni di amorevoli cure.

Doveva esserci una scatola di Kinder Cioccolato da qualche parte. Aprii la dispensa. Il ragazzino con gli occhi grandi mi sorrideva e mi diceva che andava tutto bene. Avrei solo dovuto finire la scatola.

Dopo dieci minuti, forse un po’ annebbiata dall’ansiolitico, ma intensamente rinvigorita dalla bontà di quegli arnesi, pensai che in fondo non era colpa di Lucilla se aveva avuto un padre padrone.

Ringraziai il ragazzino e lo buttai nella spazzatura. E, proprio in quel momento, mi si chiarì un particolare importantissimo che non avevo considerato: il ragazzino. Come avevo fatto a non pensarci? Lucilla aveva amato i suoi figli a tal punto da rinunciare al suo grande amore

pur di non vederli soffrire. E questa scelta doveva averle richiesto molto coraggio, visto che a ottantatré anni era ancora innamorata persa di Capitan Maccheroni America.

Finalmente, dopo ore di tormenti e dubbi feroci, i due lati di Lucilla iniziavano di nuovo a combaciare. Non era forse candida come la panna montata e magari si era rivelata una moglie infedele, ma in ogni caso – e questo le garantiva l’assoluzione – era stata una madre presente e premurosa, che aveva sacrificato sé stessa per il bene delle persone che amava, contrariamente a quanto aveva fatto mio padre, che era sparito nel nulla; per un’altra donna e con un’altra famiglia.

Copyright © 2026 Rossella Carboni – © 2026 Corbaccio

(continua in libreria…)

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