Nel suo nuovo romanzo storico, “La più bella di sempre”, Cosimo Buccarella racconta il secondo dopoguerra attraverso le vicende di quattro ragazzini e il loro desiderio di aiutare un profugo ebreo accusato di omicidio. Una storia di formazione e di indagine, mentre sullo sfondo l’Italia cerca di rimettersi in piedi – Su ilLibraio.it un estratto dal romanzo
La più bella di sempre (Corbaccio) è il nuovo libro di Cosimo Buccarella, un romanzo storico ambientato in Puglia, terra dell’autore.
Il protagonista, Paolo Congedo, è un uomo che desidera soltanto un’esistenza tranquilla, ma viene trascinato da quattro ragazzini nell’indagine sull’omicidio di un rifugiato. Come nel precedente romanzo, I fuoriposto (uscito nel 2023 per Corbaccio), l’estate del 1946 è ancora una volta protagonista. In questo caso parliamo di una storia in cui l’amicizia supera le differenze sociali e le regole sociali e professionali.
Paolo, insieme a Tommaso, Giovanni, Umberto e Marcello (già protagonisti del precedente libro), cercheranno di dimostrare l’innocenza di Samuele tra le strade di un campo per profughi dove è semplice vedere in un giovane ebreo polacco scampato alla Shoah un colpevole.
Buccarella, premiato nella sezione letteratura del Festival Dieci Lune di Napoli e vincitore del Premio Olivieri, anche con questo nuovo romanzo racconta una storia di formazione e di indagine, mentre sullo sfondo l’Italia cerca di rimettersi in piedi dopo gli eventi della seconda Guerra Mondiale.
Per gentile concessione della casa editrice, su ilLibraio.it pubblichiamo un estratto dal libro:
Paolo Congedo lo incontrai per la prima volta nel luglio del 1946, tre anni e mezzo dopo quella prima notte. Faceva ancora il Mayor del campo profughi, ma non era lo stesso uomo a cui il capitano Fox aveva conferito l’incarico: quello che era accaduto in quei tre anni lo aveva cambiato. E nemmeno il campo era più lo stesso del ’43, se è per questo. Adesso si chiamava Displaced Persons Camp Number 34, era gestito da un’organizzazione delle Nazioni Unite chiamata UNRRA, che s’era affiancata all’esercito inglese, e ospitava esclusivamente rifugiati ebrei. Per noi abitanti della zona, ormai abituati alla presenza di quel singolare confine in mezzo al territorio della neonata Repubblica Italiana, era semplicemente il Campo.
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Nonostante gli ebrei fossero liberi di andare e venire dal DP Camp come meglio credevano – sempre che fossero dei buoni camminatori, dato che il Campo si trovava in posizione piuttosto isolata dagli altri centri abitati – i militari inglesi a cui era affidata la sorveglianza avevano un bel daffare per presidiarne i confini, soprattutto per evitare a noi italiani di entrare.
Il fatto è che la povertà, nel dopoguerra, ci aveva trasformati in bestie affamate, nel vero senso della parola. Si mangiava quando si riusciva, e quando non si racimolava nulla da mettere sotto i denti, be’, si saltava il turno e basta. I contadini ti tiravano un colpo di schioppo nel culo anche se gli razziavi i fichi. Fichi. Contendevamo le carrube ai cavalli. Aspiravamo il polline dai fiori, lasciando a secco le api. Buttavamo nell’acqua bollente qualsiasi erbaccia spuntasse dalla terra, trovando metodi per cuocere e rendere commestibili persino quelle tossiche. Non riuscivi a tenerti un gatto domestico: non appena metteva su un po’ di polpa, spariva nel nulla.
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E in mezzo a quella fame e a quella miseria, gli inglesi ci avevano piazzato sotto al naso un campo profughi con due mense che cucinavano tre pasti al giorno; uova, pasta e carne tutti i giorni; un magazzino colmo di generi alimentari; un altro dove potevi trovare qualsiasi tipo di vestito potessi sognare: scarpe e stivali, gonne, camicie e costumi da bagno per l’estate, e coperte, giacche e cappotti per quando veniva il freddo. Tutta roba americana, e a quel tempo significava che era roba buona. Si capisce, allora, che i soldati faticavano a tenerci lontani dal campo: lo assediavamo come formiche con un tozzo di pane caduto tra la polvere.
Eppure, non fu per fame che m’introdussi nel DP Camp, nell’estate del 1946: lo feci perché l’UNRRA l’aveva dotato di un ospedale che aveva tutto ciò che mancava ai nostri, compreso un medico dotato d’umanità, il dottor Widder. E io avevo una sorella, Romilda, che stava morendo. E decisi di portarla da lui. Solo che per farla entrare nel campo, i miei amici e io fummo costretti a incendiare il circolo Ufficiali, una costruzione affacciata sul mare che, non a caso, si chiamava Ave Mare. Non ci era venuto in mente un modo migliore per sviare l’attenzione degli inglesi mentre sgattaiolavamo nel campo; tuttavia, i soldati non si erano fatti distrarre al punto da non catturarci.
Così, da qualche giorno mi trovavo recluso nel campo, insieme ai miei amici: Umberto Fiammella, Marcello Jimmy e Giovanni Vola. E la cosa non era poi così male: a Sannicola, il mio paese, potevo anche essere soltanto Tommaso Sirena, il figlio del fabbro, e i miei tre amici dei balordi peggiori di me, ma lì dentro eravamo quelli che avevano messo nel sacco gli inglesi, che s’erano intrufolati sotto i loro nasi altezzosi e li avevano fatti fessi, nonostante fossimo solo dei ragazzini.
E poi, a dirla tutta, avevamo ancora qualcosa da fare, nel campo. Una storia che era iniziata e dovevamo concludere; per ricambiare un amico che ci aveva aiutati e c’era andato di mezzo; per desiderio di conoscere la verità; e soprattutto perché alcuni morti non ne vogliono sapere di farsi dimenticare. Ma questo lo capii più tardi. Perché quella mattina, al nascere del giorno in cui incontrai Paolo Congedo, ero perso in una fantasticheria che mi sembrava la sola cosa importante del mondo.
(Continua in libreria…)
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