In un mondo apparentemente idilliaco, un gruppo di squadristi anonimi distrugge tutte le opere d’arte in circolazione, fino a minacciare la volontà stessa degli artisti. Un’opera di denuncia disturbante nata dalla penna di un’autrice acuta, che fu intenzionalmente dimenticata dalla critica del tempo. A circa cinquant’anni dalla pubblicazione, la riscoperta del romanzo distopico “Loro” di Kay Dick, autrice che è stata libraia, giornalista, critica letteraria, e prima direttrice donna di una casa editrice nel Regno Unito…

Leggere Loro di Kay Dick nel 2022, a circa cinquant’anni dalla pubblicazione (e ad almeno quaranta dall’oblio intenzionale che colpì l’opera) significa interrogarsi nuovamente sulla funzione dell’arte nella contemporaneità, e magari prospettarsi una risposta tutt’altro che lusinghiera: l’apparente “perdita di senso” nell’arte potrebbe essere reale. E programmata.

L’ultima opera di questa autrice (1915-2001), che fu libraia, giornalista, critica letteraria, prima direttrice donna di una casa editrice nel Regno Unito, riassume al suo interno tutti i tratti tipici del genere della distopia: la perdita della libertà, la soppressione di una minoranza, l’inaccessibilità della verità, la solitudine come strumento di oppressione.

Loro di Kay Dick
Eppure questo libro, che dopo la riscoperta di Faber & Faber arriva in Italia grazie alla pubblicazione di minimum fax (traduzione di Assunta Martinese), presenta delle peculiarità assolute, degli elementi che nella definizione tipica del genere si presentano come fonti di disturbo.

In primo luogo, l’oggetto dell’oppressione di questi They, gruppo anonimo e quasi passivo di punitori, sono solo le opere d’arte. Che si tratti di dipinti, spartiti, racconti, sculture, persino lettere a un caro amico, niente viene risparmiato dalla loro tranquillità distruttiva:

Claire venne a trovarmi nel pomeriggio. Portò un cestino pieno di more che aveva raccolto per strada. Mangiando le more ci leggemmo a vicenda delle poesie. In ciascuna era contenuta una parte delle nostre vite separate.
«Non chiudo più a chiave la porta», dissi. «Ieri hanno preso un altro libro». «Sì, si stanno facendo più attivi», disse Claire.
«In questa parte del paese hanno un approccio più lento», dissi.

Non viene mai dichiarato quale potere impartisca gli ordini a queste squadre di devastatori. Sappiamo che nessuno osa ribellarsi, forse proprio perché non hanno un nome, un capo, un’identità. E lentamente, in questo disorganico susseguirsi di racconti – simili a visioni oniriche – il loro obiettivo si sposta dal prodotto alla matrice. Quando finiscono di razziare le opere d’arte, si accaniscono sui sentimenti:

Fiona era seduta, rivolta verso la finestra. Luke mi mise una mano sul braccio per impedirmi di correre verso di lei. Il mio cane abbaiò e balzò in avanti cercando di raggiungerla. Fiona non si accorse di lui. Si voltò verso di noi. Non dava segno di riconoscerci. La nostra presenza non aveva alcun impatto su di lei. Era completamente distaccata. Senza più vulnerabilità né capacità di distinzione. Come aveva detto Luke: guarita.

Qui il genere della distopia irrompe con prepotenza, e come nell’ultima scena di Brazil osserviamo lo sguardo perso di un Jonathan Pryce, ormai lobotomizzato, che sogna di poter volare in un cielo azzurro con addosso l’armatura alata. Così gli artisti di Loro, quando si dimostrano recidivi all’impulso creativo, vengono prelevati, costretti a una socialità insulsa, e poi viene loro cancellata la memoria, forse addirittura la sensibilità.

E quale migliore stratagemma narrativo per incrementare questo terrore della perdita dello spirito? Quello di ambientare il racconto in un paesaggio idilliaco e incontaminato, e di descrivere la quotidianità nel modo più sognante possibile. Non ci sono qui i palazzi governativi di Orwell e i continenti sigillati di Huxley. Ci sono, al contrario, le scogliere britanniche, la campagna inglese, le antiche ville nobiliari, la pace delle onde, la voce tranquilla del vento. In un ambiente che trasuda ispirazione, la perdita del genio risuona in una caduta ancora più spaventosa.

È un caso del tutto degno di nota che, quando fu pubblicato, Loro vinse prima il South-East Arts Literature Prize, ma fu poi flagellato da articoli faziosi e sessisti, risultando poi in poche vendite e rimanendo relegato nell’oblio. Una forma di censura, quella dell’esclusione dal dibattito, che nemmeno la celebre edizione ignifuga del Racconto dell’Ancella di Margaret Atwood avrebbe potuto fermare.

Quello che sembra emergere è che, quando si tratta di arte, la censura non interviene dall’alto, non viene mossa da una mente astuta e calcolatrice. È quasi sempre indiretta e non sembra esprimere una volontà.

L’obiettivo dell’oppressione è anche il movente dell’oppressore: solo la mancanza di sensibilità desidera sé stessa. È questo il programma di una mente che ha deliberatamente scelto di smettere di pensare.

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Fotografia header: GettyEditorial 01-06-2021

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