Poeta e viaggiatore, Zbigniew Herbert (1924-1998) ha raccontato l’Olanda e i pittori del suo secolo d’oro, il Seicento, attraverso saggi e racconti “apocrifi”, ora pubblicati nel volume “Natura morta con briglia”: un viaggio tanto reale quanto poetico, che spazia tra gli argomenti e che al centro ha l’idillio, così prezioso e fragile…

“Si sa che il viaggiatore ideale è quello capace di entrare in rapporto, oltre che con l’arte, anche con la natura e con la gente, con la sua storia: solo acquisendo famigliarità con questi tre correlati si può iniziare a conoscere davvero un paese”, scrive Zbigniew Herbert nelle prime pagine del suo Natura morta con briglia, raccolta di saggi e di racconti, questi definiti “apocrifi”, dedicati al secolo d’oro olandese, il Seicento, ai suoi artisti ma non solo.

Lui, che già in passato ha triangolato parecchio fra le città della costa e tra i grandi musei, ora spiega di aver capito che bisogna anche saper lasciare da parte le cose essenziali e importanti” e abbandonarsi a confrontarle, semmai, con cieli e terre “reali”.

Herbert (1924 – 1998) è soprattutto un poeta, considerato uno dei più significativi del Novecento, molto amato da Iosif Brodskij, già pubblicato sempre da Adelphi nella vasta raccolta che ha per titolo Rapporto dalla città assediata.

Ma è stato anche un grande viaggiatore, spesso in stretta economia, tra l’Europa e l’America o Israele, condizione peraltro non facile considerate le restrizioni imposte abitualmente dal regime comunista di Varsavia, che lo riteneva oltretutto, non a torto, un dissidente.

copertina di Natura morta con briglia, di Zbigniew Herbert

Natura morta con briglia di Zbigniew Herbert è pubblicato da Adelphi, traduzione di Andrea Ceccherelli

Riusciva però ogni volta a tornare in patria, e anche a pubblicare. Questo libro uscì nel ’93, curiosamente (o significativamente?) dopo le edizioni inglesi, olandesi e tedesche, ma i vari scritti che lo compongono nascono in rivista per oltre un decennio, tra il 1979 e il 1990.

È un lavoro complesso (eppure non frammentario) che spazia da un saggio sull’economia dell’arte e dei pittori, particolarmente florida nel ‘600, quando i quadri potevano costare poco ed erano alla portata delle famiglie poniamo artigiane (anziché come era sempre stato nel mondo, un lusso esclusivo per nobili e prelati), a uno dedicato alla celebre “tulipanomania”, la prima bolla speculativa della storia che mandò in rovina mezzo paese.

Sono però gli artisti, per un visitatore compulsivo di musei qual era lo scrittore, il cuore del libro: noti e dimenticati, massimi e minori, come poniamo quel Jan van Goyen che lo induce a inoltrarsi nella campagna profonda per ritrovare il paesaggio che aveva visto nei suoi dipinti. E per provare qualcosa che si avvicina a un’estasi. “Avevo l’impressione che bastasse una qualunque collina per abbracciare con lo sguardo l’intero paese (…). Non era affatto un’impressione da anima bella, puramente estetica; era come provare una piccola parte di quell’onnipotenza che è riservata agli esseri supremi, e che consiste nel dominare vastità sterminate con tutta la ricchezza di particolari, erbe persone, corsi d’acqua, alberi e case – ciò che solo l’occhio di Dio è in grado di cogliere: l’immensità del mondo e il cuore delle cose”.

Herbert non è però un mistico, anche se sfiora la condizione (si potrebbe tentare un parallelo con l’Ulrich di Musil, che legge testi di mistica e nello stesso tempo è attentissimo al quotidiano, seppure vagamente spettrale?). L’Olanda gli piace, per la solerzia, la laboriosità e il buon senso, con al mattino ogni giorno “una salmodia di bucati, candeggi, ramazzate, sbattiture, lucidature”, col rispetto per i valori borghesi, la religiosità calvinista che pure si accompagna a una grande tolleranza. Ne è affascinato.

Nel suo viaggio (che potrebbe essere letto in parallelo a quello decisamente più saggistico di Jan Brokken, La scoperta dell’Olanda tradotto da Iperborea, dedicato però ai pittori fra Otto e Novecento, che tuttavia inseguivano gli stessi cieli, le stesse luminosità opalescenti), sottolinea ad esempio l’assenza o quasi di temi militari nelle tele dei maestri olandesi, ed evidenzia lo spirito tutto sommato pacifico della società, la diffidenza per i concetti astratti: così vede la libertà, valore olandese per eccellenza, come “qualcosa come respirare” senza bisogno di “abbellimenti”. Nella loro arte non c’è divisione, osserva, tra il grande e il piccolo, l’importante e l’insignificante, il sublime e il comune.

I maestri olandesi dipingevano mele, ritratti di mercanti di tessuti, piatti di peltro e tulipani “con un amore così paziente che le immagini dell’aldilà e i rumorosi racconti di trionfi terreni”, al confronto, svaniscono. E in un’osservazione come questa c’è quasi una forma di riconoscimento: anche il mondo poetico di Herbert è infatti popolato di pietre, oggetti quotidiani, la cui tangibilità è una sorta di garanzia di onestà e verità. Per lui che in Polonia ha sperimentato la “neolingua” orwelliana del comunismo, le parole sono facilmente manipolabili, mentre le cose rimangono immutabili. Nel “granducato degli oggetti” il poeta si sente a proprio agio, anche se l’idillio si può incrinare, e lui lo sa benissimo; l’idillio, proprio nel momento del trionfo (apparente) può mostrare la propria fragilità.

Così Herbert, con una sorta di colpo di genio che rovescia tutto il discorso, ne trova forse per caso il lato oscuro. O meglio, lo riconosce come per un’epifania in un dipinto in cui si era imbattuto anni prima al Rijskmuseum, di un pittore che non gli era noto. Era appunto la Natura morta con briglia, che lo colpì come una scossa elettrica.

Decise di studiare l’autore, che si era firmato Torrentius, e di cui si sapeva e si sa molto poco. Ne conosciamo il nome, Johannes van der Beeck, la data di nascita e forse di morte. Era di certo un personaggio che dava scandalo: elegante, ricco – probabilmente perché vendeva bene le proprie opere -, dissoluto e libertino anche si direbbe culturalmente: era circondato da voci, che forse incoraggiava, su sue presunte magie, sulla sua appartenenza a società segrete come i Rosacroce, insomma si ammantava di un’immagine stregonesca, che alla fine lo perse.

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Il suo piccolo capolavoro è considerato generalmente una allegoria della temperanza, perché raffigura tre recipienti accostati (una brocca di terracotta, un calice di vetro mezzo pieno d’un liquido trasparente, quindi acqua, una brocca di stagno) su una mensola dove sono posate due pipe e uno spartito musicale con un testo. Sullo sfondo, in alto, qualcosa che sulle prime Herbert stenta a riconoscere; è un morso per cavalli riottosi. Ma “la cosa più affascinante” per lui è il fondo: nero, “profondo come un abisso e insieme piatto come uno specchio, tangibile e sfuggente all’infinito. Il coperchio trasparente di un baratro“. Qui l’occhio del viaggiatore diventa quello del poeta, un occhio stregato da un “Orfeo della natura morta”. E i cieli lattiginosi d’Olanda sembrano precipitare nel loro punto morto, nel cuore disperato della storia che Herbert del resto, partigiano durante la guerra, conosceva benissimo.

Torrentius ne è un ottimo esempio: processato per blasfemia e per tutte le altre cose che si dicevano su di lui (persino satanismo, accuse indimostrabili), viene torturato e imprigionato in condizioni penose. Il pittore è andato troppo oltre, tanto che neppure lo Stadtholder riesce a ottenere una carcerazione più mite. I tolleranti borghesi di Haarlem che quando hanno a che fare con un possibile eretico gli infliggono pochi mesi di galera (Herbert raccoglie tutta una serie di esempi al proposito) sono però spietati con chi ha violato la moralità sociale, insomma chi ha rotto l’idillio, e non c’è tolleranza che tenga. Si salva una prima volta (provvisoriamente) per intercessione del re d’Inghilterra, Carlo I, che ne ammira l’opera, e finalmente liberato ripara oltremanica: ma anche qui gli succede (o provoca egli stesso) qualcosa di grave, perché sfidando il bando lanciato contro di lui torna in Olanda, dove viene di nuovo processato e torturato.

Muore in carcere.

Le sue opere, tutte, vennero distrutte per ordine del tribunale, e curiosamente non ne sono rimaste neppure in Inghilterra. Salvo una, la Natura morta con briglia. È l’unica sopravvissuta, perché comprata, pare, da Carlo I. Un capolavoro. Che forse, e qui è la cifra anche poetica di Herbert, non parla affatto di sobrietà ma di qualcosa che va molto oltre. Apre una specola su quel baratro fra i paesaggi del destino.

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