Il pubblico italiano sta piano piano (ri)scoprendo Cees Nooteboom, autore olandese pluripremiato classe 1933, anche grazie alla sua casa editrice italiana: Iperborea sta infatti ripubblicando i suoi volumi in una nuova edizione. Da “Rituali” a “La storia seguente”, da “533 – Il libro dei giorni” a “Il suono del suo nome”…
“Quello che sorprende è che nella morte sei completamente solo. L’idea consolante del paradiso è proprio quella di essere circondato da altre persone”, racconta in un’intervista Cees Nooteboom, celebre autore olandese (nato il 31 luglio 1933), in aria da Nobel da decenni.
Certo, in parte si riferiva al suo romanzo La storia seguente (Iperborea, traduzione di Fulvio Ferrari), pubblicato nel 1991, in cui il protagonista si trova ad affrontare il passaggio tra la vita e la morte, un confine sottile e impalpabile tra tutte le cose visibili e invisibili. Ma sicuramente, una parte di sé non poteva non richiamare il suo romanzo più famoso, quello che lo ha consacrato ad autore internazionale quando uscì nel 1982, Rituali (Iperborea, traduzione di Fulvio Ferrari).
Rituali
Proprio nell’incipit del romanzo, Nooteboom fa tentare il suicidio al suo protagonista, Inni Wintorp, dopo che la moglie Zita lo ha lasciato, non perché non lo amasse, anzi “Zita amava Inni forse ancor di più”, eppure questo non le impedisce di scappare, forse per salvarsi lei stessa da quel gorgo che è Inni.
Inni Wintorp è infatti una persona depressa, tra le altre cose si crogiola nella sua stessa disperazione, che prova ad allontanare da sé anche solo per qualche istante, con il sesso, con le scommesse. Scrive oroscopi, uno dei quali gli aveva predetto che si sarebbe ucciso, dopo che la moglie lo aveva lasciato. No, non è un errore di battitura, l’oroscopo se lo era scritto da solo.
Inni, come tante persone che stanno davvero male, è insopportabile. Insopportabile perché è confuso; è addolorato perché non trova il senso nella sua esistenza. Soffre ma è al contempo imperturbabile agli orrori della vita. Ci è insopportabile perché assomiglia a tanti di noi o alle persone che amiamo.
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La potenza della scrittura di Nooteboom sta anche in questi chiaroscuri: nella memoria, ingannevole e fallace, che si perde e si riacquista, che fa ricordare per un istante, e poi fa svanire.
“La memoria è come un cane, va a sdraiarsi dove le pare”, dice il narratore, ed è solo una delle infinite frasi che se un book influencer si impossessasse di questo libro, riuscirebbe a estrapolare per farne altrettanti post. Perché Nooteboom ha grandi idee, è suggestivo, emozionante, ed è ironico. Queste qualità, riunite insieme, lo rendono uno scrittore incredibile, ma, come ogni pasto raffinato e complesso, ogni tanto faticoso da capire e metabolizzare.
Qualche informazione in più sull’autore
Cees Nooteboom è uno scrittore, poeta, drammaturgo olandese, che ha vinto numerosi premi letterari nella sua lunga vita. La sua esperienza da scrittore è iniziata a metà dei suoi vent’anni in un quotidiano, per poi continuare su riviste, per cui diviene inviato, senza smettere mai di spostarsi. Molta della sua produzione letteraria successiva sarà ispirata dai suoi viaggi inquieti e avventurosi. I suoi scritti sono paragonati, per importanza, temi e forma, a quelli di Jorge Luis Borges, Italo Calvino e Vladimir Nabokov. Tra questi inseriamo anche Jean Paul Sartre e Albert Camus, per le atmosfere esistenzialiste.
In Tumbas – Tombe di poeti e pensatori (Iperborea, traduzione di Fulvio Ferrari), Cees Nooteboom ci dà qualche indicazione in più sulla sua idea di aldilà, come nella traduzione, in cui scrive: “La maggior parte dei morti tace. Non dice più niente. Ha – letteralmente – detto tutto. Per i poeti non è così. I poeti continuano a parlare”.
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Coltissimo, simpatico, la nota umoristica, a volte gelida, e volte calorosa, è uno dei tratti distintivi della sua scrittura. Così come quella poetica e sognante, che gli permette di attraversare il tempo e lo spazio, accostare brutture indicibili alla bellezza più intensa: “A volte penso che per il solo fatto di vivere quest’epoca ci meritiamo il Paradiso. Non quadra più niente. È tempo che ci lascino cadere quell’ordigno sulla testa. Pensi che silenzio meraviglioso, dopo”.
La storia seguente
Ricordi, realtà, vita reale o immaginata, la morte come sarebbe in una città portoghese, questo è La storia seguente, la vicenda di un erudito professore, Mussert, che si addormenta nel suo letto ad Amsterdam e si risveglia in una camera d’albergo a Lisbona. Questo è probabilmente il libro più “borgesiano” di Cees Nooteboom, e quello dove il confine tra morte e vita diventa più esile, mettendo in dubbio ciò che crediamo reale, da ciò che lo è per davvero.
In quella camera ci ha passato del tempo con l’unico amore della sua vita, e un pezzo alla volta Mussert ricostruirà il suo passato, la sua memoria, saltabeccando avanti e indietro, da Ovidio a Socrate, tra esistenzialismo e grande attaccamento alla natura delle cose.
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533 – Il libro dei giorni
E proprio dal suo attaccamento alla natura, e alla fisicità delle cose, ci arriva 533 – Il libro dei giorni (Iperborea traduzione di Fulvio Ferrari), meravigliosa, immaginifica (eppure estremamente terrena) raccolta dei giorni dell’autore sull’isola di Minorca, dove passa alcuni mesi all’anno. Non c’è molto da dire su questo volume, oppure ci sarebbe da riempire pagine e pagine. Come è molto difficile esprimersi sulle opere di poesia, così su questa osservazione del panorama circostante, che lo porta a viaggiare con la mente, a riflettere sul mondo, sul tempo che scorre, e sulla natura, ironica a sua volta.
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“Non ho mai visto un nido d’upupa, ma pare che sia un gran pasticcio, come capita a volte anche con le persone belle”.
Giorno per giorno, a ottantadue anni, cactus, palme, tartarughe e ragni. Una pianta di yucca che non vuole fiorire, mentre quella dei vicini è ricoperta di fiori bianchi. Il passato, la memoria, la morte e la vita che si fondono nello strillo stridulo di una civetta nella notte.
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Il suono del suo nome
Pensatore fine e trasversale, Nooteboom riunisce alcuni pensieri molto profondi, e la sua idea dell’aldilà anche nel reportage del 2012, Il suono del suo nome (Ponte alle Grazie, traduzione di Laura Pignatti).
La sua curiosità, quella del giornalista inviato che non deve perdersi nulla, lo hanno reso celebre anche come scrittore di viaggio, oltre che romanziere e poeta. In questo reportage unisce il suo amore per gli affreschi narrativi, ogni vicenda è un piccolo racconto, una fotografia piena di poesia, che cerca di valicare i luoghi comuni, e riportare un senso di comunità tra gli esseri umani.
“Vecchio è la parola chiave. Ti avvicini alla Persia con cieca arroganza occidentale, e ti rendi conto di trovarti davanti a una storia vecchia di migliaia di anni senza alcun punto di riferimento. L’ultimo che hai studiato, in un passato lontano, è Serse, ma i millenni successivi? È come andare in Francia senza sapere nulla della Rivoluzione francese, con una vaghissima idea di Napoleone, ma ignorando Carlo Magno, la diffusione del cristianesimo, la differenza tra cattolicesimo e protestantesimo. Provateci!”
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Fotografia header: Cees Noteboom, licenza Creative Commons.