Nel nuovo romanzo, “Nessuno può uccidere Medusa”, Giuseppe Conte riprende i temi del mito greco e romano per una storia attuale e di violenza. Med, giovane ragazza siciliana, è pronta a trasformarsi in Medusa pur di non accettare il suo destino… – Su ilLibraio.it un estratto

Dalla Roma di Ovidio alla Sicilia di oggi, Giuseppe Conte (autore di numerosi libri e già autore per Giunti di I senza cuore e Dante in Love, oltre che traduttore di diverse opere classiche) riprende il mito di Medusa e racconta la “metamorfosi” di Amedea, protagonista del suo nuovo romanzo.

Nessuno può uccidere Medusa (Bompiani) muove dal mito greco e latino, dalla trasformazione di Medusa, che da donna bellissima si fa essere mostruoso, da vittima diviene figura vendicatrice, per provare a “riportare equilibrio nel nostro mondo malato“.

Amedea, per tutti Med, è diversa dalle sue sorelle, cerca altro oltre alla sicurezza di una vita borghese. È una ragazza ribelle e anticonformista, che nasconde alla famiglia l’amore per la bella Esmeralda.

Conte porta lettrici e lettori nella sua Sicilia, in una storia di seduzione che si trasforma in tragedia quando nelle vite delle due giovani entra un uomo potente, incapace di accettare il rifiuto. E come nei miti del passato, l’uomo sceglie la strada dell’oppressione e della violenza.

Nessuno può uccidere Medusa è una storia attuale, che vede una protagonista disposta a tutto, anche alla completa trasformazione pur di ribellarsi al suo destino.

Giuseppe Conte, autore di Nessuno può uccidere Medusa, nella foto di Dino Ignani

Giuseppe Conte – foto di Dino Ignani

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Si trovava lì alla porta di Homer Grant soltanto perché aveva pensato che era l’unico al mondo da cui avrebbe po­tuto ricevere aiuto. Ammettere che aveva bisogno di aiuto la feriva, in quel suo nuovo orgoglio malvagio. Ebbe per un attimo la tentazione di andar via. Poi Grant aprì.

“Non mi riconosce, vero?” disse Med. Anche la sua voce era cambiata. La mancanza di due denti dell’arcata superio­re conferiva un sibilo viscido a certe consonanti, ed era di­ventata gutturale, come se un filo di catarro le abitasse in gola senza poterne essere espulso.

Grant rimase immobilizzato da un senso di sorpresa che lo sovrastò. Poi si riscosse, e fece cenno alla ragazza di entrare.

“Sei viva, Med, Dio sia ringraziato.”

“C’è poco da ringraziare” ribatté lei.

Non si decideva a togliere il cappuccio, e guardava il suo professore con un’aria che non aveva più niente della devo­zione di prima.

“Ti abbiamo dato tutti per scomparsa.”

“Mi è successo di peggio.”

E sollevò il cappuccio e mostrò con una specie di voluttà l’orrore del suo volto e dei suoi capelli a Grant.

“Cosa è stato di te?”

“Ho visitato l’inferno, e me ne porto addosso i segni.”

“Le tue sorelle…”

Med alzò una mano minacciosa contro Grant.

“Nessuno deve sapere che sono viva, tranne lei. Non osi parlarne a nessuno, a nessuno!”

La voce le era uscita ancora più stridula, feroce.

“Perché io?” chiese Grant.

Med lo guardò con uno sguardo pacificato.

“Di lei devo fidarmi, lei conosce l’anima umana, dovrà ascoltarmi” mormorò.

“Vieni, siedi qui.”

Grant e Med si sedettero ai lati opposti di un divano, vol­tati in modo da guardarsi in faccia. Costava fatica a entrambi. Grant era turbato dallo sfacelo del volto di Med. Provava una pena che non riusciva a nascondere. Med non accettava la sua compassione, non era lì per quella.

“Raccontami, ora.”

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Med riandò alla mattina in cui era uscita di casa non vi­sta da nessuno per raggiungere il podere, Alfio e sua figlia Agata, il passaggio che le aveva offerto Vittorio Ventura, la sua fiducia, i primi movimenti aggressivi di lui, la fuga dall’automobile, la corsa in un campo, la chiesetta abbando­nata dove si era nascosta, l’arrivo del suo stupratore, come l’aveva macellata, sino a crederla morta.

Grant aveva il capo basso mentre l’ascoltava, e si teneva una mano sugli occhi per non far vedere alla ragazza le la­crime che li riempivano.

Med raccontava con un tono duro, anonimo, freddo, da verbale di Polizia o da referto medico. Nessuna passione, nessuna commozione attraversava quanto diceva. Grant piangeva un po’ anche per come Med era cambiata, e maledì tra sé chi aveva provocato tutto questo.

“Tu non potevi comportarti diversamente da come ti sei comportata, non puoi rimproverarti niente, sei una vittima e lui è un carnefice, e merita di essere punito, lo prenderei a pugni io se lo avessi qui, che Dio mi perdoni” disse Grant.

“Oh sì che merita di essere punito.”

Med lo disse con un lampo violento nell’unico occhio che poteva tenere aperto, con l’aria di chi non crede nel perdono di Dio.

“Avrai fame” le disse Grant.

“Sì.”

Andò in cucina, mettere una parete tra sé e Med gli diede un sollievo di cui si pentì subito, e tornò con una fetta di torta di mele. Poi preparò due tazze di tè.

Med, pur avendo fame, mangiava ancora con movimenti della bocca che apparivano faticosi. Grant se ne accorse, pen­sò a quanta sofferenza le era stata inflitta, a quanta malvagità l’aveva travolta: Med non poteva non cambiare. La sua capa­cità di seguire con aderenza i flussi dell’anima umana, da stu­dioso, da gesuita, lo portava a capire quel nuovo stato in cui Med gli si era presentata. La sua innocenza era stata insozza­ta. La sua bellezza distrutta. Come avrebbe dovuto reagire?

Med raccontò come e da chi era stata salvata, e Grant ne fu colpito.

“Un pastore di nome Anchise” disse Grant a Med, quasi parlando a sé stesso. “Anchise, l’amante di Venere, il padre di Enea… un soffio di pietà è entrato nella tua storia.”

“Troppo tardi” disse fredda Med.

“Ti capisco.”

“Lei non può capirmi, che cazzo dice! Chi non ha subito quanto ho subito io non può capirmi.”

“Ho mai parlato a lezione della storia di Medusa?”

“Non credo, me lo ricorderei.”

“Eri la più brava a seguire le mie lezioni.”

La Med di prima avrebbe sorriso a queste parole, ora ri­mase impassibile, in attesa che Grant continuasse.

Nessuno può uccidere Medusa di Giuseppe Conte

“Medusa è una ragazza bellissima, celebre soprattut­to per i meravigliosi capelli, che destano ammirazione in chiunque, e ha tanti pretendenti ma non si concede a nes­suno. Grazie alle nozze con Anfitrite, figlia di Nereo, la più antica divinità marina, Poseidone è finalmente diventato il signore assoluto del mare, prepotente, affamato di terre e di conquiste. Un giorno nota Medusa, e chi non l’avrebbe no­tata con quei capelli meravigliosi, la insegue e le fa violenza nel tempio della dea Atena, dove lei si è rifugiata. Per puni­zione, per aver profanato il tempio stesso, Medusa, proprio lei che la violenza l’ha subita, viene trasformata in un mo­stro: i capelli diventano una selva di serpenti così terribile che chiunque la vede resta pietrificato, proprio così, diventa una statua di pietra. Deve arrivare un eroe, Perseo, per ucci­derla, decapitandola. Dal collo esce Pegaso, il bianco caval­lo alato, concepito durante la violenza del signore del mare, Poseidone.”

Med ascoltava con lo sguardo teso verso di lui. A sentir parlare di capelli bellissimi, si era di nuovo infilata il cappuccio, con uno scatto.

“È orribile tutto ciò!” gridò quasi Med.

Poi restò in silenzio per un po’, come se continuasse a pensare a una domanda ma avesse paura di porla a Grant. Alla fine si decise: “È la mia storia?”.

Grant rispose soltanto scuotendo il capo.

“Sì o no? Parli!”

“È una storia crudele e ingiusta, tu ne hai vissuto solo una parte, Med, ma puoi uscirne, i tuoi capelli ricresceran­no, la tua bellezza potrà man mano tornare…”

“No” lo interruppe Med, “no, non potrò mai più tornare com’ero, qualcosa di oscuro si è impossessato di me, mi sta dentro come un parassita che mi divora.”

“Non puoi pietrificare gli altri, quelli che incontri. Guar­dami, io sono illeso… Med, tu puoi pietrificare soltanto te stessa.”

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Con il cappuccio nero calcato sulla testa, l’occhio sinistro semichiuso e immobile, la voce abrasiva come unghie passate sulla superficie di uno scoglio, Med sembrava davvero diventata di pietra.

“E va bene, l’inferno mi ha preso e mi ha attirato a sé co­me le ragnatele attirano le mosche. Lo sa che ho anche una ferita sul braccio, dovuta ai morsi di quel demonio, e che il pastore Anchise me l’ha curata, insieme alla faccia, con pez­zi di tela di ragno? Lei non può capire. Ho lottato ma sono stata sopraffatta con facilità dal demonio, mi ha stordita su­bito, mi ha stesa, rivoltata, ha trattato il mio corpo come uno straccio, peggio di uno straccio… e io inerte, in sua balia. Co­me ho odiato quella mia inerzia, quella mia impossibilità di fare del male a lui. Continuavo a sanguinare, ero così debole, a un passo dalla morte. Sarebbe stato meglio se fossi morta subito, invece ho dovuto subire tutto sino alla fine, sinché il demonio se ne è andato con il suo bottino, il suo lurido botti­no. Sono parte dell’inferno, padre, non chiedo salvezza, sono di pietra e di fiamma, nell’inferno non c’è altro.”

“Guardati intorno, Anchise il pastore non è stato l’infer­no. Io, io credo, almeno, non lo sono.”

“Padre sto confessandomi a lei, così non potrà mai par­larne con nessuno, qualunque cosa accadrà. Odio con tutte le mie forze chi mi ha ridotta così, voglio vendicarmi, ho un piano per vendicarmi: voglio abitare il male, non chiedo la sua assoluzione.”

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(continua in libreria…)

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