In “La nebbia di Rio” (di cui proponiamo un capitolo), Sarvish Waheed, figlio di genitori pakistani ma nato a Correggio (la cittadina emiliana che ha dato i natali a Ligabue e Tondelli), mette in scena una desolante vita di provincia, caratterizzata da dinamiche familiari complesse e, talvolta, spietate, mentre incessante è il tentativo di evadere e costruire nuovi capitoli… Sullo sfondo, la storia di un’amicizia che non viene intaccata neanche da nuovi equilibri

Un paesino di provincia, Rio Saliceto, e Reggio Emilia, costituiscono lo sfondo che vede crescere e cambiare la vita di Raja.

È lui il protagonista della storia raccontata da Sarvish Waheed, figlio di genitori pakistani e nato a Correggio, in provincia di Reggio Emilia.

Il romanzo La nebbia di Rio (edito da Accento) segue infatti le vicende di Raja, cresciuto nel piccolo comune di Rio, dove tra i banchi di scuola ha conosciuto Laura e Giacomo. Un’amicizia solida, che si è evoluta nel corso degli anni nonostante le differenze reciproche, che mai hanno fatto da ostacolo nel loro rapporto.

copertina di La nebbia di Rio

Come racconta l’autore, classe 1989, il piccolo comune è sempre stato stretto al protagonista: una casa scomoda e il luogo in cui ha subito le violenze del padre. A Rio, Raja si è sempre sentito diverso, non potendo ignorare la differenza tra la sua merenda e quella degli altri bambini, o non potendo nascondere le scarpe “tarocche”, i muri scrostati e le prese in giro. Ma anche in Pakistan la sensazione non è diversa: neppure lì Raja si sente nel suo posto, non vi appartiene.

Così, una volta cresciuto, si è trasferito a Reggio Emilia, dove ha iniziato una nuova vita grazie al lavoro in una cooperativa per famiglie bisognose – interfacciandosi, non di rado, con realtà violente.

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Intanto, dopo essere cresciuti insieme tra prese in giro, violenze e le assenze dei rispettivi genitori, l’amicizia con Laura e Giacomo rappresenta un punto fisso (probabilmente l’unico) della sua vita, e certamente l’unico motivo che lo spinge a tornare, di tanto in tanto, nella nebbiosa Rio. Un rapporto che non viene scalfito neppure dopo l’inizio di una relazione d’amore tra Laura e Giacomo, che ora stanno per diventare genitori. Una gravidanza che Giacomo rende difficile, a causa dei suoi problemi di alcol e droga. Persino Raja fatica a stargli accanto, dovendo tornare in Pakistan per la morte del padre.

Waheed – cresciuto tra lingue e paesi diversi e già autore del racconto Una cosa simile alla povertà, comparso nella 40esima edizione della rivista ’tina – in questo romanzo mette in scena una desolante vita di provincia, caratterizzata da dinamiche familiari complesse e, talvolta, spietate, mentre incessante è il tentativo di evadere e costruire nuovi capitoli. Ed è in questo contesto che La nebbia di Rio racconta anche – e soprattutto – di tre persone unite da sentimenti contrastanti, legate da un’amicizia che supera differenze e che non viene intaccata neanche da nuovi equilibri.

Sarvish Waheed

L’autore Sarvish Waheed

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

La maestra Paola dice alla classe di disegnare una scena quotidiana del periodo medievale. È da un mese che studiano al riguardo e ora devono cercare di ingegnarsi e mettere in pratica quanto imparato. Raja guarda nel vuoto, è spaventato, non è sicuro di sapere cosa significhi “quotidiano”. Da quando ha iniziato la quarta elementare non riesce più a concentrarsi come gli altri anni, fa fatica e i suoi voti ne risentono. Giacomo tira fuori l’astuccio con i pastelli colorati e chiede se può usare quelli, la maestra dice che certo, possono usare quello che preferiscono basta che il disegno sia attinente a una scena quotidiana del Medioevo. Raja è seduto di fianco a lui, stanno sempre in banco insieme, questo è il quarto anno di fila. Si gratta il mento, dà un colpo con il gomito all’amico e gli dice che si è dimenticato a casa l’astuccio. Giacomo ha i capelli neri e gonfi, la pelle bianchissima e occhi castani. Guarda Raja e si porta la mano alla bocca, poi guarda la maestra sperando che il suo amico non venga beccato, che scordarsi tutto l’occorrente per loro, le maestre, è inaccettabile. Abbassa la testa e lascia intravedere il suo profilo magro, poi dice all’amico che ci pensa lui, che se vuole gli presta il pastello nero e quello rosso, che forse dovrebbero bastare. Raja ci pensa ma non ha molta scelta e allora dice di sì, lo ringrazia.

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Fuori c’è un sole acceso anche se è autunno. Dalle finestre entrano raggi che si allungano avidi sui banchi, vecchi e dagli angoli smussati. Il giardino della scuola è bagnato dalla pioggia della notte appena passata. Le foglie gialle e arancioni vengono spostate dal vento, si accavallano in una danza discontinua e si appoggiano nuovamente a terra. Raja gioca con i pastelli prestati mentre osserva quel movimento oltre alla classe, oltre all’obbligo di disegnare una scena quotidiana medievale. La sua testa è un turbinio di pensieri mentre la maestra, con i suoi tacchi rumorosi, serpeggia fra le file degli alunni concentrati. Osserva le foglie fuori che si muovono nell’aria, le vede e pensa a come sarebbe essere come loro, a come sarebbe volare ed essere leggeri. La luce gli sembra bianca e quasi gli fa male agli occhi, il foglio davanti a lui resta vuoto, lui continua a giocare con il pastello rosso, poi con quello nero. Guarda Giacomo che sta già lavorando sodo, cancella, disegna, modifica e sorride. Di tanto in tanto Giacomo si volta, vuole sapere a che punto è Raja ma lo vede perso.

“Ei” sussurra Giacomo.

Raja si volta e allunga il collo verso il disegno del compagno.

“È un campo di grano?”

“Sì, tipo un campo dove si coltivano le cose…”

Laura è seduta più avanti e li sente, si gira indietro per guardarli, la maestra lo nota. Mette la biro nel taschino della camicia, pulisce gli occhiali da vista con un fazzoletto e si avvia verso quei due. Si avvicina con decisione, calpesta le mattonelle e fa un rumore fastidioso con i tacchi, un rumore che si infila dentro alle orecchie facendo sudare tutta la classe. Di fianco ai due amici si ferma, appoggia le dita sul banco e sospira, dice “Raja, non disegni niente tu?”, e poi aggiunge “Possiamo sapere cosa avete tanto da parlottare, voi due?”.

Giacomo vuole sprofondare dall’imbarazzo, tenta una spiegazione che vacilla ma la sua bocca non emette suoni, manca la salivazione, Raja è fermo, fissa il foglio bianco, vuoto come la sua mente ora.

La cattedra della maestra Paola è un po’ più alta rispetto ai banchi degli scolari, e da lì, dove Raja è stato spostato per non copiare, si vedono tutti i compagni intenti a scarabocchiare qualcosa. Il sole inizia a diventare più debole, dalla finestra entra una luce opaca che si appoggia dolcemente sulle pareti. Giacomo non alza più la testa e continua imperterrito nella sua opera, qualcuno in fondo alla classe avvisa che ha finito, la maestra dice che bisogna ricontrollare e sistemare a modo, che c’è ancora tempo. E lui, dal fianco della cattedra, lontano da tutti, si sente un’isola dispersa nell’oceano, pensa al campo di grano di Giacomo, a cosa può disegnare, a cosa vuole dire “quotidiano”. E nonostante si ritrovi isolato, lontano dall’amico e dal suo profilo magro dai capelli neri e gonfi, inizia a pensare a scudi, spade ed elmetti. Gli vengono in mente le battaglie che ha visto nei film in televisione e nella sua serie preferita: Xena, principessa guerriera. Non lo sa se è Medioevo oppure no, ma sa che scudi, spade, malattie possono avere a che fare con quel poco che si ricorda delle lezioni. Di recente a casa ha anche visto Braveheart, una volta che suo padre non c’era, e c’erano asce, volti dipinti, urla, teste spaccate e gole tagliate. Era Medioevo? Era “quotidiano”? Prende il pastello nero e lascia andare la mano sul foglio, abbozza profili di elmetti, accrocchi di soldati in formazione. Tratteggia spade nelle loro mani e raffigura armature approssimative e sproporzionate. Poi sul foglio compaiono catapulte, dialoghi racchiusi dentro a nuvolette con scritto “Ti ammazzo!”, e cose simili. Ci sono braccia mozzate, e allora utilizza il pastello rosso per il sangue, ci sono soldati infilzati da lance e stendardi enormi conficcati nel terreno. Quando suona la campanella ha le mani che gli fanno male dallo sforzo e da quanto ha calcato, la maestra prende la borsa e chiede a tutti di appoggiare sulla cattedra il loro disegno dopo aver scritto il nome. Dice che li controllerà e li riporterà il giorno dopo.

All’uscita da scuola Giacomo e Raja tornano a casa insieme, lo fanno sempre anche se non abitano vicino. La famiglia di Raja non vive più nella casa vecchia con i due alberi di tiglio e le erbacce selvatiche che si arrampicano. Ora sono in affitto in una casa popolare di un condominio più vicino al centro, c’è un giardino in comune e un garage unico per tutti. Giacomo invece abita in una villetta più vicino alla scuola, è una zona residenziale e curata che si affaccia su un parco. Percorrono alcuni metri fianco a fianco e parlano del disegno, Giacomo calcia le foglie ed evita le pozzanghere, guarda Raja pensieroso che cammina a testa bassa.

“Quindi che cosa hai disegnato?”

“La guerra”.

“La guerra?”

“Sì, una guerra medievale”.

Una macchina sfreccia alzando acqua sporca che bagna le loro scarpe.

“E secondo te andrà bene?”

“Sì, ci ho messo anche le catapulte”.

(continua in libreria…)

© 2026 Sarvish Waheed
©2026 Accento edizioni, Milano

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