Con “Succede di notte” Valeria Montebello punta a comporre un affresco sulle disfunzionalità contemporanee, un romanzo generazionale dedicato ai millennial – Su ilLibraio.it un estratto
La giornalista Valeria Montebello (suo il podcast È solo sesso – Un viaggio nel sesso contemporaneo) è in libreria per Feltrinelli con Succede di notte.
L’autrice, che vive a Roma, dove ha studiato filosofia, e che scrive di costume per diverse testate, si serve di una voce narrante schietta (“all’incrocio tra una versione dark di Bridget Jones e la protagonista della serie culto Fleabag“) per comporre un affresco sulle disfunzionalità contemporanee, un romanzo generazionale dedicato ai millennial.
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Azzurra, la protagonista di Succede di notte, ha ventisette anni e la sua vita sentimentale somiglia alla scena di un crimine. Conduce un podcast che si chiama Post Love: parla del tramonto del romanticismo, l’epoca in cui è diventato popolare inviare immagini non richieste dei propri genitali. Come un’indagatrice, trascorre le giornate a scrollare profili sulle app di dating e le notti a fare sesso con personaggi improbabili. Con una certa dose di disincanto, ha già collezionato una serie di storie dal destino segnato.
“Piccole larve”, così le chiama, in attesa di tramutarsi in fantasmi e sparire. Il rapporto con Carlo, tanto affascinante quanto sfuggente, è proprio nella fase di “piccola larva”. Tutto è iniziato cinque anni prima alla Cambridge University, dove Azzurra arriva per un Erasmus insieme all’amica di sempre, Alba. Entrambe sono pronte a scrollarsi di dosso la provincia e scoprire un mondo fatto di corsi di poesia e velleità intellettuali ma, soprattutto, di feste e ragazzi. Le due incontrano Carlo e Luke. Presto i quattro cominciano a frequentarsi e si forma subito un legame complesso da decifrare. Azzurra, ambiguo epicentro del quartetto, farà precipitare le cose nel peggiore dei modi e il risultato sarà l’inizio di una storia d’amore e la fine di un’amicizia.
Anni dopo Azzurra è un’altra persona, eppure non ha mai smesso di pensare all’amica. Per ricucire il rapporto, tuttavia, dovrà anzitutto sbarazzarsi del groviglio di relazioni tossiche che minano la sua serenità…
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Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:
Avevamo appena finito di bere il caffè e Carlo doveva partire. Teneva un corso all’Università di Cambridge e quando veniva a Roma restava poco. Questa volta due settimane, più del solito, ma ci eravamo visti solo quel giorno. Dovevo smettere di andare da lui, ci eravamo detti di prenderci una pausa, di stare lontani almeno un mese, ma mi risultava difficile rispettare quel patto. Mentre leggeva le notizie su Twitter, io cercavo aggiornamenti sul traffico. “Rallentamenti su via Laurentina, altezza via di Santa Serena, per un buco nell’asfalto di almeno due metri,” dissi a bassa voce.
“Buche, crateri, il mese scorso i bus andavano a fuoco. Mancano le cavallette,” si lamentò mentre affondava il cucchiaino in un kiwi, come se gli importasse davvero qualcosa.
“Finita la stagione del fuoco, diamo il benvenuto a quella del vuoto,” dissi.
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Quel vuoto era un red carpet di voragini ma anche di fessure fra i sampietrini che si mangiano braccialetti, anelli, tacchi e caviglie. Potevi tirarci dentro un sasso per sentire se faceva plof, o sbirciare con la speranza di scoprire necropoli, ville patrizie, ipogei privati, quasi sempre un bel niente. “Resta qui, ora che vado. Platone puoi lasciarlo ai vicini se ti scoccia portarlo fuori. Internet prende meglio, puoi fare le tue ricerche in pace e se arriva l’Apocalisse almeno muori in un bel posto.” Capitava spesso che mi chiedesse di rimanere a casa sua quando non c’era. Se c’era anche lui, invece, al massimo riuscivamo a stare insieme una sera. Lo guardai mezza intontita senza rispondere.
“Dai, ti preparo un sandwich per pranzo,” disse. Tirò fuori da uno dei cassetti del frigo gli ingredienti di cui aveva bisogno e in pochi minuti ecco un panino gourmet. Era bravo a cucinare, ci metteva una cura particolare, esplicitata dal fatto che per guarnire un sandwich era capace di sbriciolarci sopra dell’origano. Quando doveva fare qualcosa di elaborato usava i suoi utensili da cucina che puntualmente prendevo in giro. Dicevo che erano pretenziosi ma in realtà ne ero affascinata e avrei voluto averli anch’io, usarli come una donna degli anni cinquanta, o del futuro. Mi incuriosiva il suo attaccamento a quegli oggetti. Era come se gli servissero per giustificare la sua passione per la cucina.
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Per mettersi ai fornelli doveva usare cose tecnologiche e studiarne il funzionamento su lunghi foglietti illustrativi scritti in tedesco. Aveva un attrezzo che sembrava un enorme dildo metallico e serviva a cucinare le cose a bassa temperatura, sous vide diceva lui. Possedeva anche una macchina abbastanza ingombrante che era in grado di far uscire da un beccuccio appuntito molti tipi di caffè, cappuccini, bibite. Riusciva a fare una specie di caffè freddo che mi piaceva molto, cold brew mi correggeva, con latte di cocco, uno strato di schiuma densa e del cioccolato fuso sopra. Lo faceva scendere in un bicchiere di vetro instagrammabile che lasciava intravedere tutti gli strati che lo componevano.
Posò il sandwich su un piattino di porcellana bianca e lo coprì con un tovagliolo. “Ecco, per dopo,” disse. Lo ringraziai e aggiunsi che lo avrei mangiato a bordo piscina come una nobile decaduta. Mi chiese di nuovo se avessi intenzione di rimanere da lui. “Restare qui = lobotomia completa,” risposi ridacchiando.
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“Ho capito,” disse. “Se ti fa così schifo questo posto logorato dal capitalismo avanzato torna pure nel tuo tugurio.” Scherzava, ma provava un senso di colpa radicato per la sua ricchezza e ogni volta che lo sfottevo per le cose che possedeva si agitava. “Vivere in luoghi angusti è importante quando sei giovane, è così che ti formi la personalità,” risposi, ma non ero così giovane e non avevo nessuna voglia di tornare nel mio monolocale di 40 mq.
Carlo si avviò verso la sua stanza per prendere la valigia, il taxi lo aspettava. Mi salutò con un bacio in testa, proprio sulla riga in mezzo. “Resto!” gli urlai dietro. Sarei rimasta fino a quando non mi avrebbe scritto “Sto rientrando”.
Quella volta, però, sarei dovuta riuscire a non tornare più. Almeno per un po’.
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