Per la prima volta tradotta in italiano la scrittrice e artista Freida Hughes, figlia di Sylvia Plath e Ted Hughes, firma “La mia vita con George”, un diario illustrato tenero e ironico, sulla breve vita con una gazza. Un libro che parla di felicità e amore tra specie diverse – Su ilLibraio.it un estratto

Nata a Londra nel 1960, pittrice e poetessa, Frieda Hughes, figlia di Sylvia Plath e Ted Hughes, ha scritto diversi libri per bambini, otto raccolte di versi, e articoli per riviste e giornali.

Come pittrice espone regolarmente a Londra e ha una mostra permanente nella sua galleria privata in Galles, dove risiede con quattordici gufi, due husky da salvataggio, un vecchio terrier maltese, cinque cincillà, un furetto chiamato Socks, un pitone reale e le sue moto…

Elliot porta per la prima volta nelle librerie italiane una sua opera: La mia vita con George – Ricordo di una gazza, volume illustrato tradotto da Massimo Ferraris.

L’autrice ha sempre desiderato una vita stabile, una casa con un giardino, avere un cane o un gatto, degli amici, frequentare la stessa scuola almeno per un anno. Il suo destino è stato invece un’infanzia nomade al seguito di un padre irrequieto, il poeta Hughes, dopo la morte della madre, la poetessa Sylvia Plath.

Ma adesso che è adulta, Frieda ha comprato una vecchia casa da ristrutturare nella campagna gallese e può finalmente realizzare il suo sogno: potersi fermare in un luogo, piantare un giardino, dipingere e scrivere.

foto di Frieda Hughes con la gazza

Frieda Hughes, foto per gentile concessione dell’autrice

A queste attività, se ne aggiunge ben presto un’altra, destinata a cambiarle la vita: accogliere in casa un piccolo di gazza, unico sopravvissuto di un nido distrutto da una tempesta. La gazza, battezzata George, si trasforma da esserino malconcio in un compagno intelligente e ribelle. Osservare lo sviluppo del piccolo ospite, seguirne i progressi, prevenire e far fronte ai suoi bisogni assorbono man mano sempre più il tempo di Frieda che annota giorno dopo giorno in un diario le sue riflessioni.

Ne viene fuori un ritratto tenerissimo e divertente di una creatura diversa eppure in grado di stabilire una relazione forte con la propria salvatrice, e la descrizione di una relazione paradigmatica a cui possiamo ricondurre ogni nostro rapporto: conoscersi, amarsi, prendersi cura dell’altro ma anche sapersi lasciare e allontanarsi con saggezza.

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frieda hughes la mia vita con george ricordo di una gazza

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto:

Ormai vivevo perennemente vestita da giardinaggio. Le camicie di seta che amavo indossare quando giravo per Londra pendevano flosce nelle scatole del guardaroba, e mettevo solo pantaloni da lavoro da uomo acquistati in un negozio locale e vecchie magliette logore. Sembravo una barbona, sempre in stivali di gomma verdi o scarpe da ginnastica infangate e, di tanto in tanto, il rossetto; il sole cocente, il vento sferzante e il nevischio occasionale seccano molto le labbra. Non portavo altro trucco. Mi sentivo molto lontana dalla mia vecchia vita in città, quando non uscivo di casa se non avevo il viso tutto imbellettato.

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Avendo sempre avuto la sensazione che le chiacchiere banali mi ottundessero la mente ed essendo pessima da questo punto di vista, mi erano ora risparmiate un sacco di conversazioni, dato che la mia vita sociale si era drasticamente ridotta e le visite a Londra erano quasi scomparse. Gli emozionanti ricevimenti londinesi continuarono senza di me, mentre mettevo radici e rifiorivo nelle Marche gallesi.

I dialoghi tra me e me si limitavano ai nomi delle piante che mi frullavano per la testa da mattina a sera; nomi che adesso non ricordo, ma che allora mi consumavano di desiderio. Quel particolare lunedì andai al centro di giardinaggio; c’era una svendita. Già mentre guidavo sentivo il battito cardiaco accelerare per l’emozione all’idea di poter acquistare tante piante a prezzi stracciati. Ero spiacevolmente consapevole di quanto quella mia mania, quasi una dipendenza, potesse sembrare bizzarra agli altri. Una volta ero dipendente dalle sigarette. Prima di smettere, l’8 marzo 1993, fumavo ottanta sigarette al giorno. Acquistarle mi dava gioia (nel rispondere a un bisogno) e un senso di sicurezza (averne abbastanza per le prossime ore), dato che se mi riducevo a un pacchetto ero assalita dall’ansia, perché non mi sarebbe durato più di quattro ore al massimo, e quel pensiero mi riempiva di panico. Fumare mi dava la sensazione di essere “in compagnia di un amico”, un amico però che mi dava tosse secca, catarro costante e l’affanno di una persona tre volte più vecchia dei miei anni.

La nicotina provoca una costrizione dei vasi sanguigni; così, dato che la mia pressione è già bassa di suo, ero sempre gelata. Avevo freddo ovunque e i piedi e le mani soffrivano terribilmente quando lavoravo in giardino nei mesi invernali. Mi chiedevo se il restringimento dei vasi sanguigni nel cervello avrebbe contribuito in seguito all’insorgere della demenza, e facevo ogni sforzo per rinunciare alle sigarette. Ma lo trovavo pressoché impossibile.

Quando finalmente smisi di fumare, fu come se la mia pelle si rassodasse e si ammorbidisse, e mi resi conto di quanto le sigarette mi avessero rinsecchita. Dopo anni di tentativi infruttuosi di liberarmi dal vizio, alla fine ci riuscii dicendomi ripetutamente: «Non sto smettendo, perché non ho mai fumato!». Se rinunciare a fumare era troppo difficoltoso perché mi privava di un’abitudine che mi gratificava, col ripetermi di continuo “Non ho mai fumato” era come se non mi privassi di nulla e se i sintomi di astinenza fossero mere anomalie destinate a passare. Cosa che, dopo sei mesi di aumento di peso (mettevo la testa in frigorifero e non riuscii a rilassarmi per tre mesi), terrori notturni, spasmi muscolari e una tosse cavernosa, accadde.

foto di Frieda Hughes con la gazza

Frieda Hughes, foto per gentile concessione dell’autrice

Ma ora avevo un nuovo amico – George – e non era dannoso per la mia salute, almeno per quanto potessi vedere; occuparsi di lui, inoltre, si conciliava egregiamente con la mia ossessione per il giardinaggio.

Mio padre una volta mi citò quello che definì un proverbio cinese: «Pelo per pelo, puoi rendere calva una tigre», proverbio che continuò ad aleggiare nei recessi della mia mente ogni volta che mi accingevo a dipingere il pelo di tigri, conigli, gatti, lupi, orsi e cincillà. Ogni piccolo sforzo contribuisce a scopi più vasti: questa convinzione, ancor prima del proverbio di mio padre, ha governato la mia vita fin dall’infanzia. Mi rendevo conto che iniziare qualcosa adesso, non la prossima settimana, e poi perseverare, consentiva di raggiungere risultati, non foss’altro che come conseguenza della mia testarda ostinazione. In un angolo del mio cervello si annidavano tutti i progetti, i dipinti e le storie che non avevo mai finito, e “finire tutto” sarebbe stato il mio nuovo motto. Speravo soltanto che il giardino meritasse tanti sforzi; avevo il sospetto che sarebbe sembrato un po’ folle una volta completato. Sempre meglio comunque che se fosse rimasto un sogno, come tutti gli altri giardini che avevo immaginato nel corso degli anni.

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Con l’obiettivo di “finire”, cercai di strappare tutta la podagraria nell’aiuola lungo il lato della casa, ma si trattava di un compito ingrato: anche il più piccolo pezzo di radice residuo ne avrebbe fatto crescere un’altra pianta. Sapevo quanto quell’erbaccia fosse indistruttibile, e lo sforzo frustrante – e apparentemente senza fine – di rimuoverla mi demoralizzava, perché sapevo che non valeva la pena piantare altro nel terreno. Era solo questione di tempo prima che la podagraria tornasse di nuovo, dopo aver sviluppato un sistema invisibile di radici, per poi ripresentarsi in tutta la sua parassitaria rigogliosità. L’idea di estirparla più e più volte in vari punti in futuro si aggiungeva a una litania di altri compiti noiosi ma necessari che avrei dovuto continuare a ripetere se volevo evitare di esserne sommersa. Rivolsi il mio pensiero a George, e mi ritrovai a sorridere.

Ci sono sempre delle priorità nella vita, e spesso tocca a noi attribuire maggiore importanza a una responsabilità o a un obbligo rispetto a un altro. Ma quando una creatura vivente che non può parlare per sé entra nell’equazione, ha la priorità per definizione. L’ingresso improvviso e inaspettato di George nella mia esistenza mi fornì la scusa per ignorare tutto ciò che non richiedeva attenzione immediata.

(continua in libreria…)

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