Su ilLibraio.it un estratto dal saggio “Le chiavi magiche – Indagini di una lettrice su Elsa Morante e i suoi romanzi”: un viaggio letterario tra le opere di un personaggio complesso e sfuggente, a cura di Ludovica Lugli
Per alcuni Elsa Morante (Roma, 18 agosto 1912 – 25 novembre 1985) è la scrittrice neorealista, seriosa e impegnata, che giudica dalle pagine delle antologie scolastiche. Per altri è una protofemminista, sperimentatrice di droghe sintetiche, amante impulsiva e a tratti ingestibile.
In realtà, come emerge dal saggio Le chiavi magiche – Indagini di una lettrice su Elsa Morante e i suoi romanzi (Utet), firmato da Ludovica Lugli, giornalista del Post e co-conduttrice del podcast letterario Comodino, Morante fu probabilmente entrambe queste cose: personaggio complesso e sfuggente, fu una donna fatta di “collere, dolcezze, risate”, come scrive Cesare Garboli, una donna in “eterna discussione col mondo”.

Tra le leggende e i pettegolezzi, tra la cronaca mondana e le informazioni false che lei stessa diffondeva, il profilo di Morante resta in ombra. Nel suo primo libro Lugli ha deciso di seguire la scrittrice romana nell’unico luogo in cui rivela davvero se stessa, i libri che ha scritto: dai capolavori canonizzati come La Storia e Menzogna e sortilegio alle peculiarità del Mondo salvato dai ragazzini, da L’isola di Arturo alle raccolte di racconti, dalle poesie fino alle favole per bambini, l’autrice rilegge l’intera produzione morantiana, visita luoghi simbolici, ricostruisce le storie che si intrecciano intorno ai romanzi e ai suoi personaggi.
Come sottolinea la presentazione del volume, “leggere Le chiavi magiche è come partecipare a un bookclub, un invito ad abbracciare la lentezza, a tornare alla letteratura come esercizio di profondità. In un tempo in cui tutto sembra chiedere velocità e leggerezza, questo libro rivendica il diritto a perdersi nei labirinti delle grandi opere e dei grandi autori“.
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Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo un estratto dal quarto capitolo:
(…) man mano che mi perdevo tra i libri su Morante mi rendevo conto dell’esistenza di un “personaggio Elsa Morante”, che d’ora in avanti chiamerò E.M., che in una certa misura si può considerare un’invenzione di Morante stessa, almeno in parte, dunque un pezzo della sua opera di scrittrice.
Nell’immaginario collettivo italiano infatti E.M. è fatta di un mosaico di storie più o meno vere, più o meno importanti, che in buona parte cominciò a crearsi attraverso le informazioni su di sé che la stessa scrittrice decise di divulgare. Erano poche, vaghe e a volte un po’ contraddittorie tra loro (se non proprio false), ma crearono una prima immagine di E.M. attorno a cui poi si sarebbero addensate varie altre informazioni dalle fonti più varie.
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Un articolo commemorativo di Costanzo Costantini pubblicato sul “Messaggero” il 26 novembre 1985, il giorno dopo la morte di Morante, diceva: «Anche per opera della stessa “scrittrice”, per il modo in cui ha vissuto, ha scelto di vivere o è stata costretta a vivere, nonché per opera dei suoi fans, la biografia di Elsa Morante è semiavvolta dalla leggenda. È già mitobiografia».
Le altre tessere del mosaico di E.M. furono messe insieme da lettori, conoscenti e giornalisti, che tutti insieme plasmarono una sorta di mito a due facce: da un lato quella della giovane scrittrice con un passato burrascoso e mondano, un’affascinante donna dagli «occhi viola», per alcuni bellissima e per altri sgraziata, destinata a innamorarsi solo di uomini omosessuali; dall’altro quella della scrittrice anziana con il fazzoletto in testa e un’aura da santona, che vive ritirata e si nega alle interviste, ma si circonda di gatti e ragazzi. A unire queste due figurine, come tratto comune, un carattere difficile, narcisista e irascibile. Per un certo periodo le presunte corrispondenze tra i romanzi di Morante e alcuni fatti noti della sua vita spinsero studiosi e critici a cercare nell’opera indizi sulla biografia, e a interpretare la prima in funzione della seconda. Questo atteggiamento era stato stimolato sia dalle reticenze di Morante a parlare di sé, sia ad alcune cose che invece disse, come una frase riportata sul “Mondo” del 17 agosto 1972 da Enzo Siciliano, «Sono più autobiografici i romanzi di qualsiasi cosa si possa raccontare di sé», o un’altra rivolta al critico francese Matthieu Galey, che la intervistò per “Réalités” del giugno 1967, cioè: «Se vuole conoscere il cuore del mio pensiero, bisogna cercarlo nei miei romanzi. Quella davanti a lei è una morta, un involucro vuoto un po’ ermafrodita, la leggenda è aria fritta».
Negli anni novanta Marco Bardini, studioso di letteratura e professore dell’Università di Pisa, morantista, imputò a un travisamento di queste dichiarazioni l’impulso di molti critici a «frugare nella biografia»5 di Morante per combinare insieme opera e vita dell’autrice. Bardini studiò a fondo le note biografiche scritte dalla stessa Morante per le edizioni dei suoi libri, e ipotizzò che la scrittrice volesse creare intenzionalmente una certa figura di autrice nella testa dei propri lettori: questa E.M. doveva essere composta solo ed esclusivamente con informazio-ni scelte dalla stessa Morante, che secondo lei potevano essere utili a legare in un unico disegno i diversi pezzi della sua opera.
Un esempio sono le provenienze dei genitori di E.M.: la madre è citata generalmente come «settentrionale», senza riferimenti all’origine ebraica; il padre come «siciliano», descrizione che andava bene sia per il padre legittimo che per quello biologico. Mi sono fatta l’idea che Morante ci tenesse a far sapere di essere un’italiana “completa”, nata e cresciuta nella capitale, quindi romana, ma anche un po’ del Nord e un po’ del Sud.
Altre due cose menzionate spesso nelle “bio” che si preparava da sola erano il fatto che avesse iniziato a scrivere precocemente, e che una volta adulta si fosse messa a fare grandi viaggi in paesi lontani. Dato che vari suoi personaggi sono ragazzini che leggono molto o che sognano viaggi all’estero, dire queste cose di sé era forse un modo per dichiarare un’appartenenza a questa piccola tribù di giovani speciali.
Viceversa le biografie non accennano mai al matrimonio con Alberto Moravia. Non mi stupisce per nulla: leggendo le risposte ad alcune interviste degli anni cinquanta e sessanta ho tratto l’impressione che Morante fosse infastidita da chi riconduceva il suo lavoro di scrittrice a quello del marito, un atteggiamento riconducibile al sessismo del tempo.
Credo che proseguendo con la lettura anche tu ti farai una tua idea di E.M., e magari come ho fatto io cercherai di saperne di più sulla sua vita in altri libri.
Oggi, a quarant’anni dalla morte di Morante, siamo abituati al fatto che ci sono scrittori che condividono tanto della propria vita privata sui social e ci sono molte occasioni in cui possiamo vederli dal vivo, come presentazioni, fiere dell’editoria e festival: per questo possiamo sviluppare l’illusione di conoscerli come persone e non solo come autori. Al tempo stesso viviamo in un contesto che ci spinge a diventare fan di personaggi pubblici o marchi, perché i meccanismi degli stessi social e il mercato dell’attenzione ci invitano costantemente a diventarne seguaci e identificarci con loro.
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Per questo, prima di cominciare davvero, vorrei metterti in guardia dall’istinto di aderire a una sorta di culto di Morante, una tentazione che io stessa ho provato: non perché Morante non meriti ammirazione e interesse (come potrei pensarlo mentre ti scrivo un libro sui suoi libri?), ma perché credo che sia meglio provarli mantenendo un contegno laico, appassionandosi alle sue opere senza idolatrare l’autrice. Credo che sia l’atteggiamento migliore da tenere nei confronti di qualsiasi artista, vivo o morto, la cui opera ci appassiona: se li trasformiamo in simboli, in ideali o modelli da seguire sempre e comunque, sospendiamo il nostro spirito critico sia sulle loro debolezze come persone che sui limiti delle loro opere. Nel caso specifico di E.M. mantenere le distanze è il modo migliore per non confondere la biografia con i romanzi, per non lasciarsi distrarre dal personaggio dell’autrice carismatica per dedicarsi invece ai personaggi che popolano i suoi libri e che sono l’unico vero lascito da lei a noi lettori. Quando Morante diceva che i suoi romanzi erano autobiografici voleva dire che la sua visione della realtà, frutto delle sue esperienze di vita e di ricerca intellettuale, era tutta contenuta nei suoi libri.
Detto questo certe curiosità sono lecite e i libri non si leggono sotto campane di vetro che isolano da tutto il resto, quindi conoscere qualcosa in più sulla vita di Morante non è peccato. Tanto più che a proposito di E.M. ci sono varie informazioni un po’ romanzate in circolazione, e può avere senso imparare a riconoscerle. E poi, a distanza di anni e nel rispetto della riservatezza, farsi un’idea di come la mente di una scrittrice abbia trasformato la propria esperienza del mondo in grandi romanzi è un’alchimia illuminante.
© 2025, De Agostini Libri S.r.L.
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(continua in libreria…)
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