In una conturbante autobiografia Francesco Viviano, cresciuto nel quartiere Albergheria di Palermo, racconta come ha fatto a salvarsi. E com’è diventato uno dei più grandi inviati italiani – Leggi un capitolo

Francesco Viviano non è un giornalista come gli altri. Cresciuto nel quartiere Albergheria di Palermo (“c’erano personaggi legati a diverse famiglie mafiose: Madonia, Riccobono, Scaglione, Troia, Liga Nicoletti, Di Trapani, Davì, Pedone, Gambino, Bonanno, Micalizzi e Mutolo, la crema di Cosa nostra. Vivevamo fianco a fianco”), l’inviato di Repubblica (anche in Iraq e Afghanistan), specializzato in scoop legati ai processi di mafia e all’evoluzione di Cosa nostra, ora arriva in libreria con una potente autobiografia, “Io, killer mancato” (Chiarelettere).
Il libro è la storia di un ragazzo che è riuscito a salvarsi. Il padre di Viviano fu ucciso dalla mafia, e il figlio avrebbe potuto vendicarlo. Ma l’autore di “Io, killer mancato” non cedette alla vendetta, e non diventò il braccio destro dei boss della Piana dei Colli.
Cameriere, marmista, pellicciaio, muratore, commesso. Poi la svolta, fattorino e telescriventista per l’Ansa, quindi giornalista. Prima all’Ansa, poi a Repubblica. È qui che Francesco Viviano ha tirato fuori tutto quello che ha imparato tra i vicoli di Palermo, perché lui sa come muoversi e dove trovare le notizie, sa con chi deve parlare e come farlo.
Attraverso il suo sguardo, il lettore di “Io, killer mancato” può rivivere gli anni folli delle guerre di mafia, il maxiprocesso nell’aula bunker dell’Ucciardone, gli omicidi Falcone e Borsellino, le grandi confessioni dei pentiti, l’arresto di Brusca, la caccia al papello di Riina, le prime rivelazioni sulla trattativa tra mafia e Stato…
Per gentile concessione di Chiarelettere, pubblichiamo un capitolo

Vicolo
Arena 12

La casa di mio nonno era composta da una sola stanza con il pavimento in cemento; una tenda separava la cucina da un gabinetto rudimentale. Il tappo sul water scavato nella roccia non riusciva a bloccare gli odori della fogna a cielo aperto che scorreva all’esterno. In quella casa-stanza in vicolo Arena 12 vivevamo in sette: mio nonno Francesco Viviano detto ≪don Ciccio≫, mastro muratore, mia nonna Giovanna Spano, mia madre Enza Bruno, io, due sorelle e un fratello di mio padre. Altri tre zii dormivano dai parenti che abitavano nello stesso vicolo. Due di loro facevano i cordai vicino a casa, sotto

le mura di cinta di piazza Montalto. Io mi divertivo a guardare la ruota che attorcigliava i filamenti mentre i miei zii, con una saccoccia sulla pancia come quella dei canguri, sfilavano la canapa camminando all’indietro.

All’angolo del vicolo c’era via Albergheria, che finiva dritta dritta, fra case diroccate e distrutte dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, nella piazza principale del mercato di Ballaro, nel cuore della vecchia Palermo. Il nostro era un quartiere popolarissimo, abitato prevalentemente da poveracci, borsaioli, scippatori, rapinatori, ricettatori, ma anche da persone perbene che riuscivano a sbarcare il lunario in maniera onesta.

Chi cercava un lavoro fisso si rivolgeva alle due uniche aziende del quartiere, quella per la lavorazione del pesce e delle olive, della famiglia Amodeo, e quella per l’inscatolamento del pomodoro, della caponata di melanzane e dei preparati di finocchietto per il condimento della pasta con le sarde, della famiglia Pensabene.

Io ero cresciuto li e ci stavo bene. Giocavo in strada con i ragazzi della mia eta, ben protetto da mia madre e soprattutto da mio nonno. Fra i suoi nipoti diretti e indiretti, che erano una quarantina, io ero il suo preferito perche ero il ≪figlio della buonanima≫. Quando tornava dal lavoro, sporco di calce anche in faccia, mi portava con se nelle taverne del quartiere. All’ingresso ricevevamo sempre la stessa accoglienza: ≪Un quarto di vino per don Ciccio e un bicchiere di passito per il figlio della buonanima. Tutto pagato nostro≫. Per non far bere i suoi clienti a stomaco vuoto, il taverniere portava una cesta di fil di ferro piena di uova sode e una pentola di coccio con ≪fave a coniglio≫ cotte in un brodo saporitissimo. Il venerdi c’era sempre un vassoio di baccala fritto.

Restavo li fino a quando il taverniere annunciava con molto tatto che era ora di chiudere, ma prima che la saracinesca si abbassasse c’era sempre tempo per l’ultimo quarto di vino. Qualche volta per strada mio nonno barcollava, ma mi teneva sempre stretto per mano. Non diceva mai una parola, comunicavamo con gli sguardi. Lo adoravo, e lui adorava me. Tornati a casa trovavamo la cena pronta e il fuoco acceso nella cardarella, il secchio di metallo che don Ciccio usava per impastare la calce. Per riscaldare quella piccola stanza non c’era bisogno di molta legna. La tavola quadrata poteva ospitare appena quattro persone per volta, perciò si mangiava a turno: prima i miei zii (i fratelli e le sorelle di mio padre), poi mia madre, i nonni e io. Non ho mai patito la fame. Divoravo le minestre di fagioli o quello che passava il convento, e chiudevo sempre il pasto con un po’ di pane e olio. Il secondo non c’era quasi mai. La domenica ci si trattava meglio: pasta al sugo con tritato, cotoletta di carne di cavallo, che costava meno di quella di vacca, oppure polpette con le ≪sarde a mare≫, cioè niente sarde e molta mollica, pinoli e finocchietto di montagna. Si andava a letto

prestissimo. Il primo era sempre mio nonno, che appena si stendeva sul materasso cominciava a russare, e mia nonna lo seguiva poco dopo. Quando c’era bel tempo ci si attardava sull’uscio di casa con i vicini, che in gran parte erano nostri parenti. Tutti sedevano fuori a chiacchierare. Si rideva, anche se molti non sapevano come avrebbero sbarcato il lunario il giorno dopo e se sarebbero riusciti a mettere in pentola qualcosa da mangiare. Per strada passavano i venditori che offrivano castagne bollite o

piedini di agnello e di porco bolliti, e urlavano in dialetto: ≪Se non li vendo me li mangio≫.

Ogni volta che qualcuno usciva di galera, e accadeva spesso, si organizzava u triunfo, una festa di vicinato. Si facevano gli schiticchi (pasti in compagnia) e una piccola banda suonava il violino, il contrabbasso e la fisarmonica.

Si restava in strada fino a tardi per festeggiare l’ex detenuto, che il piu delle volte finiva per tornare in prigione di li a breve.

Eravamo poveri, poverissimi, ma dignitosi. Mio nonno era molto rispettato nel quartiere. Nei vicoli, nei cortili e nei chioschi don Ciccio raccoglieva di continuo saluti deferenti. Molti andavano a trovarlo a casa per esporgli qualche problema da risolvere. Non era un mafioso, altrimenti non sarebbe stato cosi povero, ma era rispettato dai boss, che lo invitavano alle loro scampagnate domenicali. In qualità di ≪figlio della buonanima≫, ero l’unico bambino ammesso a quelle tavolate, dove il vino non mancava mai. Bevevo sempre il passito, una sorta di gassosa colorata. Gli adulti parlavano tranquillamente, a bassa voce. Non ho mai assistito a risse o alterchi. Mio nonno era amico dei boss ma non faceva affari con loro…

 

(continua in libreria…)

Fotografia header: Francesco Viviano, autore di "Io, killer mancato" (Chiarelettere)

Libri consigliati