“Una cosa di sinistra – Come far tornare alla politica chi non ci crede più”, di cui proponiamo tre brevi estratti, è il primo saggio-manifesto di Lorenzo Pacini, Assessore del Municipio 1, che da tempo ha annunciato la sua candidatura a sindaco di Milano. Il libro propone una riflessione su come riportare al centro della politica le persone e i loro bisogni, partendo dal capoluogo lombardo: “La sinistra non deve più misurarsi soltanto sul lavoro, ma sul reddito”

Mentre a far parlare sono le dimissioni da Chora & Will del giornalista Mario Calabresi, ex direttore della Stampa e di Repubblica, in vista della possibile candidatura a sindaco di Milano, e in attesa di capire se, come e quando si terranno le primarie per scegliere il candidato del centro-sinistra nella corsa al dopo-Sala, chi già da tempo ha annunciato la propria candidatura è Lorenzo Pacini.

Nato e cresciuto a Milano, laureato in Giurisprudenza, ha lavorato come lavapiatti, stagista, venditore di fragole e comunicatore per campagne elettorali, conciliando il lavoro con l’impegno politico.

Classe 1996, dopo l’esperienza nei movimenti studenteschi, Pacini è stato eletto consigliere municipale e oggi è assessore del Municipio 1 di Milano, con deleghe al verde, alle case popolari e ai lavori pubblici.

Ora in libreria per Ponte alle Grazie arriva Una cosa di sinistra – Come far tornare alla politica chi non ci crede più, il suo saggio-manifesto, in cui propone una riflessione su come riportare al centro della politica le persone e i loro bisogni, partendo da Milano.

L’emergenza sociale, tra salari poveri, lavoro senza dignità e bisogni di cura disattesi

Per Pacini, militante del Partito Democratico molto attivo sui social, c’è una sola, vera emergenza in Italia, ed è quella sociale: salari poveri, lavoro senza dignità, bisogni di cura disattesi. Per l’autore, la sicurezza, gli sbarchi, i “maranza” sono tutti diversivi, perché il nemico del popolo non arriva su un gommone, ma con lo yacht o il jet privato. Eppure da 30 anni la sinistra ha smesso di dirlo, ha abbandonato la lotta di classe e si è fatta custode dello status quo, lasciando che fosse la destra a spostare la rabbia della gente sugli ultimi anziché sui privilegiati. Dati alla mano, nel libro Pacini racconta un Paese in cui il lavoro non garantisce più né salari dignitosi né pensioni, in cui i giovani emigrano in massa ogni anno, in cui gli evasori sono celebrati e le grandi eredità quasi non vengono tassate.

“La sinistra ha abbandonato la lotta di classe”

Al centro di Una cosa di sinistra c’è Milano, “laboratorio del modello da superare“: la città “attrattiva ma non accogliente” dove arrivano i multimilionari con la flat tax e se ne vanno via i lavoratori. Ma per Pacini il capoluogo lombardo è anche il luogo dove immaginare l’alternativa: un socialismo municipale fatto di mutualismo, cooperazione dal basso e qualità della vita per chi la città la fa funzionare davvero.

Una cosa di sinistra di Lorenzo Pacini

Su ilLibraio.it, per gentile concessione della casa editrice, proponiamo tre brevi estratti da tre diversi capitoli libro:

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“Dobbiamo tornare a parlare di soldi”

La sinistra, d’altra parte, non può ridursi a un’agenzia di rappresentanza di minoranze separate da collegare e tenere insieme faticosamente, ma deve sapersi occupare di tutti e tutte, iniziando dalla maggioranza degli italiani, oggi nemmeno più benestante e sempre in maggiore difficoltà. Dobbiamo dare a questa maggioranza la possibilità di riscattarsi e ritrovarsi attraverso una riforma, un fatto concreto: il salario giusto. La sinistra, in sostanza, non deve più misurarsi soltanto sul lavoro, ma sul reddito. In altre parole: sui soldi. Dobbiamo tornare a parlare di soldi, perché sono lo strumento di emancipazione di tutti, sono il motore dell’ascensore sociale. Il compito storico della sinistra è rendere più eguali le possibilità e le opportunità, rovesciare la piramide delle disuguaglianze. Se la società è tornata a difendere l’eredità, la rendita e la speculazione più di quanto difenda il lavoro e il reddito, allora ci vuole un salario giusto per tutti e tutte.

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“Tornare alla lotta di classe per sconfiggere l’emergenza sociale”

Finché non proporremo un modello di sviluppo diverso e più efficace dell’ipocrita e falsa ‘crescita felice’ che oggi ci viene propinata, l’emergenza sociale resterà il prodotto naturale di questo sistema economico. Anzi, oggi potremmo chiamarla ‘crescita infelice’, perché è nelle mani di pochi, è determinata dal solo valore della produzione, ed è ancora basata sulla distruzione dell’ambiente (il PIL continua a crescere a ogni disastro ambientale) o sull’esclusione sociale. Nei manuali universitari l’economia viene definita come la scienza delle scelte: il modo in cui gli individui, lo Stato e le imprese scelgono di utilizzare risorse scarse, applicandole a usi alternativi, per soddisfare bisogni illimitati. Ecco, ‘bisogni illimitati’ e ‘usi alternativi’ sono ormai diventati bisogni di pochi per usi privati.
Una cosa di sinistra, quindi, è tornare alla lotta di classe per sconfiggere l’emergenza sociale. La buona notizia è che è molto più semplice di quanto si immagini: bisogna iniziare a riconoscere con onestà a quale classe apparteniamo e allearci per migliorare la nostra condizione, con una presa di coscienza. Poi riconoscere la necessità di un giusto salario e di una riduzione dell’enorme divario tra chi ha più di cento vite da vivere e tutti gli altri, cioè noi. E agire di conseguenza.

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Lorenzo Pacini

“Intervenire sul mercato immobiliare”

Il rischio è che Milano diventi un dormitorio turistico, magari di lusso, ma è sempre un dormitorio. Per questo bisognerebbe utilizzare le poche leve che la città ha per intervenire sul mercato immobiliare. Il contrario, per esempio, di come è stata gestita la più grande operazione immobiliare di Milano, quella sugli scali ferroviari: il Comune ha tenuto per sé, come unico vero intervento pubblico, il verde, lasciando ai privati tutta la progettazione e lo sviluppo delle aree residenziali, in cambio di quote di social housing. Quelle aree sono diventate subito il volano della speculazione nelle zone limitrofe. E anche qui l’esempio di Porta Romana e dell’intervento olimpico è da manuale: gli stessi gruppi che si sono aggiudicati gli appalti sull’area dell’ex stazione ferroviaria hanno poi comprato terreni e palazzi attorno, valorizzandoli e facendo aumentare i prezzi ancora prima di aprire il cantiere olimpico. Nulla di illegale e niente a che fare con le inchieste della Procura sui permessi di costruzione per la cosiddetta rigenerazione urbana. Ma è un meccanismo sbagliato, in cui il pubblico cede tutto al privato e resta con le sole buone intenzioni in mano. Cosa poteva fare? Tornare a essere un attore del processo, un operatore, e promuovere edilizia pubblica, in alleanza anche con lo sviluppo cooperativo. Bastava un’area, una sola, in cui dimostrare che il pubblico tornava a promuovere edilizia propria e in cooperazione, per dare prova di attenzione agli abitanti e, insieme, lanciare un monito al mercato. A Milano si fanno buoni affari, ma c’è il Comune a garantire il livello di sostenibilità dei prezzi di mercato. Gli strumenti per intervenire ci sono: la leva urbanistica, la valorizzazione e l’uso del patrimonio pubblico, la regolamentazione, gli accordi con le categorie per ridurre il peso degli affitti sulle famiglie. Il caso degli oneri di urbanizzazione, non aggiornati dal 1997 al 2024 e diventati oggetto di un’istruttoria della Corte dei conti, oltre che di indagini della Procura della Repubblica, è di nuovo esemplare. Gli oneri si pagano per valorizzare e armonizzare le nuove costruzioni con servizi e qualità del vivere; dovrebbero essere uno strumento nelle mani del potere pubblico per orientare la pianificazione. Nel tempo, invece, sono diventati un impiccio: si è affidato ai privati il compito di realizzare le opere, con una serie di sconti, e si sono concesse significative riduzioni per ogni tipologia ‘sociale’ di opera accessoria – uno studentato valeva il 60% in meno di oneri, e una piscina fino all’80%. Insomma, un sistema di scontistica per i privati e un venir meno alle proprie responsabilità per i decisori pubblici. In questi anni, d’altronde, il messaggio è sempre stato lo stesso: partenariato pubblico- privato, con il pubblico a definire la cornice e il privato a riempirla. Forse può funzionare per gli eventi, le fiere, i progetti immobiliari in cui il privato è padrone dell’area e del suo destino. Non può funzionare se l’area, o lo scopo, è pubblico.

(continua in libreria…)

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